Il governo Meloni ha tagliato 18,8 miliardi alla Sanità dal 2023: l’allarme della Fondazione Gimbe
Nel 2024 più di 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a visite ed esami, o a causa dei lunghi tempi di attesa o perché costano troppo: l'anno successivo, come documenta Fondazione Gimbe nel suo nono rapporto annuale sul Servizio Sanitario Nazionale, le famiglie hanno speso 42,4 miliardi per curarsi.
Continuano a pesare le differenze tra Regioni: secondo gli ultimi dati disponibili, riferibili al 2023, la mobilità sanitaria ha raggiunto 5,15 miliardi di euro, il livello più alto dal 2010. Significa che molti pazienti sono costretti a spostarsi da un territorio all’altro per ricevere cure. In Italia il diritto alla salute, scrive Gimbe, è condizionato dal reddito e dalla residenza del paziente, in violazione dei principi costituzionali di universalità, uguaglianza ed equità.
Inoltre, la fondazione denuncia 18,8 miliardi di “tagli invisibili” tra il 2023 e il 2026: le risorse destinate al Fondo sanitario sono aumentate in termini assoluti, ma è diminuita la quota di Pil destinata alla sanità. L’ente guidato da Nino Cartabellotta guarda anche al futuro e lancia un allarme: per i prossimi tre anni si rischia un buco da 32 miliardi, a causa del divario tra la spesa sanitaria e le risorse messe a bilancio attraverso il Fondo sanitario nazionale.
Il diritto alla salute dipende sempre di più da reddito e residenza
Nel 2024 5,8 milioni di italiani, il 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di aver rinunciato almeno a una visita o a un esame; nel 2023 erano il 7,6%. Circa quattro milioni hanno indicato come causa i tempi di attesa troppo lunghi, mentre 3,1 milioni hanno citato ragioni economiche: i due gruppi possono sovrapporsi, perché la stessa persona poteva fare riferimento ad entrambe le motivazioni.
Il Servizio sanitario nazionale continua a garantire risultati complessivamente buoni, come si osserva dall’andamento dell’aspettativa di vita, ma secondo Gimbe non riesce più a offrire servizi con la stessa tempestività e uniformità a tutti. “Chi può paga”, ha detto Cartabellotta, “chi non può aspetta o rinuncia”.
I Livelli essenziali di assistenza (Lea) sono le prestazioni che il Servizio sanitario deve garantire ai cittadini su tutto il territorio nazionale. Nel 2024 18 Regioni e Province autonome su 21 hanno superato formalmente la verifica sui Lea, contro 13 l'anno precedente; però sei di queste in almeno un settore sono appena sopra la sufficienza.
Il divario territoriale si vede anche nella distribuzione delle risorse: nel 2025 il Fondo sanitario nazionale ha assegnato in media 2.218 euro per abitante, dai 2.319 euro del Molise ai 2.143 della Provincia autonoma di Bolzano.
I criteri per ripartirle tengono conto dell’età della popolazione, quindi il meccanismo tende ad riconoscere più risorse alle Regioni più anziane. Tra quelle a statuto ordinario, la quota meno alta è andata alla Campania, con 2.173 euro per abitante, anche perché si tratta della Regione più giovane d’Italia.
Gimbe contesta che altri fattori come la povertà e la mortalità precoce incidano troppo poco: la Campania presenta alcune condizioni socio-economiche sfavorevoli e una speranza di vita quasi tre anni inferiore, ad esempio, a quella della Provincia autonoma di Trento.
Perché Gimbe parla di 18,8 miliardi di “tagli invisibili”
Negli ultimi anni il finanziamento al Fondo sanitario Nazionale è salito dai 125,4 miliardi del 2022 ai 142,9 miliardi previsti per il 2026, quindi c’è stato un aumento di circa 17,5 miliardi. La Fondazione parla di “tagli invisibili” perché confronta la cifra con il Pil. Nel 2022 il Fondo sanitario valeva il 6,27% della ricchezza complessiva generata dal paese; dal 2023 questa quota è scesa attorno al 6%, seppur con un rialzo al 6,14% previsto per il 2026. Secondo i calcoli di Gimbe, se dal 2023 al 2026 fosse rimasta costante la quota del 6,27% la sanità pubblica avrebbe ricevuto complessivamente 18,8 miliardi di euro in più.
Inoltre, anche se tra il 2010 e il 2026 il Fondo sanitario è cresciuto nominalmente di 37,5 miliardi, nel frattempo i prezzi sono aumentati. Tenendo conto dell’inflazione, secondo Gimbe il finanziamento del 2026 è tornato al livello del 2010.
L'Italia sta rimanendo indietro: nel 2025 la spesa sanitaria pubblica equivaleva al 6,2% del Pil, contro una media Ocse del 7,1%. La spesa pubblica pro capite, calcolata a parità di potere d'acquisto per rendere confrontabili Paesi con prezzi diversi, è di 3.952 dollari: 909 dollari in meno della media Ocse. Nel club del G7, l'Italia risulta ultima per spesa sanitaria pubblica pro capite.
Dal 2027 un divario da 32,3 miliardi tra finanziamento e spesa prevista
Il Documento programmatico di finanza pubblica approvato il 2 ottobre prevede che la spesa sanitaria salga in valore assoluto: da 148,8 miliardi nel 2026 a 151,7 miliardi nel 2027, 155,6 nel 2028 e 160 miliardi nel 2029. Ma il suo peso sul Pil dovrebbe scendere dal 6,4% del 2026 al 6,3% e rimanere a quel livello fino al 2029.
Gimbe mette a confronto la spesa sanitaria prevista con le risorse già programmate nel Fondo sanitario nazionale: il divario sarebbe di circa 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 miliardi nel 2028 e 14 miliardi nel 2029. Sommando i tre anni si arriva a 32,3 miliardi; per compensare, le Regioni saranno costrette ad alzare le tasse o a tagliare i servizi.
Un medico su quattro e un infermiere su cinque non lavorano nel Servizio sanitario nazionale
Negli anni si è ridotto anche il peso delle risorse destinate al personale sanitario. Nel 2012 la spesa per dipendenti e personale convenzionato rappresentava il 39,7% di tutta la spesa sanitaria pubblica; nel 2025 la quota è scesa al 36,9%. Gimbe calcola che, se fosse rimasta al livello del 2012, tra il 2012 e il 2025 sarebbero stati destinati al personale 36,8 miliardi di euro in più. Si tratta della differenza accumulata rispetto a quello scenario e non di 36,8 miliardi materialmente tagliati.
L'Italia non ha pochi medici. Secondo i dati Ocse citati da Gimbe, ne conta 5,8 ogni mille abitanti, contro una media di 4 nei Paesi dell'organizzazione. Però il numero totale non coincide con quello dei medici che lavorano nella sanità pubblica. Dei 339.256 medici censiti dall'Ocse, almeno 88.258, il 26,1%, non lavorano nel Servizio sanitario nazionale e non stanno frequentando un percorso di formazione post-laurea. I medici dipendenti del Ssn censiti dalla Ragioneria generale dello Stato erano invece 108.243 nel 2024. La carenza si concentra soprattutto in determinati territori e specializzazioni. Al 1° gennaio 2025 Gimbe stima, per esempio, che manchino 5.716 medici di medicina generale rispetto al parametro utilizzato dalla Fondazione di uno ogni 1.200 assistiti, oltre a 497 pediatri di libera scelta.
L'Italia conta 6,9 infermieri ogni mille abitanti, contro una media Ocse di 9,7: il 29% in meno. Inoltre, dei 407.750 infermieri censiti dall'Ocse, almeno 79.926, pari al 19,6%, non lavorano nel Ssn. Gli infermieri dipendenti del servizio pubblico erano 279.990 nel 2024.
A pesare sono anche formazione e stipendi: in Italia si laureano ogni anno 19,5 infermieri ogni 100mila abitanti, meno della metà della media Ocse di 43,6. Inoltre, le retribuzioni degli infermieri ospedalieri risultano inferiori del 27% alla media Ocse una volta corrette per il diverso potere d'acquisto. Il rapporto è di 1,2 infermieri per ogni medico, contro una media Ocse di 2,4.
Nel 2025 le famiglie hanno pagato 42,4 miliardi per curarsi
Nel 2025 in Italia sono stati spesi complessivamente 190,1 miliardi di euro per la sanità: circa 140,8 miliardi sono arrivati dalla spesa pubblica. Altri 42,4 miliardi sono stati pagati direttamente dalle famiglie e quasi 7 miliardi sono passati attraverso assicurazioni, fondi sanitari e altri soggetti intermediari.
La spesa pagata direttamente dai cittadini, tecnicamente definita out-of-pocket, è leggermente diminuita rispetto al 2024: meno 1%, pari a circa 434 milioni di euro. Sono invece cresciuti del 10,1% i pagamenti coperti attraverso fondi e assicurazioni. Le sole assicurazioni sanitarie volontarie sono passate da 4,69 a 5,29 miliardi di euro, con un aumento del 12,7%.
Chi rinuncia del tutto a una visita perché non ha abbastanza soldi, va specificato, non produce alcuna spesa e quindi non compare nel dato dell'out-of-pocket. Allo stesso tempo, nella spesa privata rientrano anche prestazioni non comprese nei Lea e altre spese che non dipendono necessariamente da un'insufficienza del servizio pubblico. Per questo Gimbe invita a leggere insieme il dato economico e quello sulle rinunce alle cure.
Il rapporto registra anche la crescita di quello che Cartabellotta definisce un “secondo binario” della sanità, accessibile soprattutto a chi può pagare: la spesa tracciata dal Sistema Tessera sanitaria nelle strutture private non accreditate con il Ssn è passata da 3,05 miliardi nel 2016 a 8,2 miliardi nel 2024, con un aumento del 169%.
Pnrr Salute, obiettivi rendicontati ma non tutti verificabili con i dati pubblici
Un capitolo del rapporto riguarda la Missione Salute del Pnrr. Il 29 settembre il governo ha inviato alla Commissione europea la decima e ultima richiesta di pagamento del Piano. Per la sanità comprende nove target, cioè risultati quantitativi da raggiungere, e una milestone, vale a dire un passaggio formale previsto dal programma. La richiesta ora deve essere valutata dalla Commissione europea.
Gimbe ha provato a verificare autonomamente gli obiettivi utilizzando i dati pubblicamente disponibili. Per tre dei dieci obiettivi ritiene possibile verificare il rispetto dei requisiti previsti; per gli altri sette sostiene invece che le informazioni pubbliche disponibili non siano abbastanza dettagliate per una verifica completa.
Il piano Gimbe per il rilancio del Servizio sanitario
Il rapporto si chiude con l'aggiornamento del Piano di rilancio del Servizio sanitario nazionale, composto da 16 linee di intervento. La Fondazione chiede innanzitutto di adeguare il finanziamento pubblico ai bisogni sanitari della popolazione e di modificare i rapporti tra Stato e Regioni per ridurre le differenze territoriali.
Il piano mette insieme anche il rafforzamento del personale, l'assistenza territoriale e il collegamento tra ospedali e servizi sociali, la riduzione di sprechi e inefficienze, nuove regole per i rapporti tra pubblico e privato e per la sanità integrativa, maggiori investimenti in prevenzione, ricerca e digitalizzazione e una manutenzione più costante di ospedali e tecnologie. Gimbe chiede inoltre dati pubblici più completi, in modo che cittadini e soggetti indipendenti possano verificare come vengono utilizzate le risorse.