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Il curriculum del propagandista russo Solovyov: il docufilm su Mussolini e la riabilitazione del fascismo

Il conduttore televisivo che ha attaccato Giorgia Meloni con insulti e definendola “fascista e complice di crimini fascisti” ammira Mussolini e fu al centro di una polemica per un suo cortometraggio agiografico sul duce.
A cura di Riccardo Amati
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Vladimir Rudolfovich Solovyov è un ammiratore di Benito Mussolini. In un suo docufilm lo definisce "uomo molto coraggioso" e "leader indipendente". Il duce del fascismo "non ebbe mai potere assoluto, non fu mai antisemita, non costruì campi di concentramento e si astenne da repressioni di massa e torture". Almeno "fino al 1943, quando fu tradito". Dopo, "la natura del suo governo cambiò perché diventò succube dei tedeschi".

Il propagandista di Putin e "Benitoshka" Mussolini

Il docufilm di Solovyov si intitola "Mussolini. Zakat". Zakat in russo vuol dire "tramonto". È stato girato sul Lago di Como nel 2013. Solovyov sfreccia con un Duetto Alfa Romeo rosso targato Milano sul lungolago. Si ferma pensieroso dove Mussolini fu arrestato. Cammina per le strade di Dongo. Parla con fascisti in camicia nera. In un caso, col busto di Mussolini sullo sfondo. Parla anche con alcuni ex partigiani. Tutti revisionisti sulla fine del capo del fascismo.

Solovyov ammira il duce per le sue "buone connessioni con la Russia". Cita Angelica Balabanova. Dà per certo un incontro del giovane socialista romagnolo con Lenin. Che "ne rimase affascinato", afferma. Altrettanto incautamente, nella sua "inchiesta" filmata il propagandista di Putin sostiene che "Benitoshka" Mussolini fosse contrario a muover guerra all'Unione Sovietica.

Solovyov ammira anche il fascismo, mica solo il suo capo. Elogia il modo in cui ricostituì unità nazionale, ordine e disciplina politica. Apprezza la retorica imperiale fascista. La "rinascita della civiltà romana" in chiave moderna. E loda un lascito del Ventennio alla modernità: il corporativismo. "L’idea di uno Stato corporativo e della responsabilità comune delle classi più differenti oggi si espande e viene attivamente implementata nel mondo". Firmato Solovyov.

Il docufilm sul duce e lo scandalo a Mosca

Quando uscì, "Mussolini. Zakat" non destò attenzione. Se ne riparlò nel gennaio del 2020. Quando all’improvviso i media di Stato russi sembrarono coordinarsi per resuscitare il duce. Iniziò con un repost di Solovyov su Telegram: una recensione entusiastica del suo cortometraggio pubblicata dal canale di propaganda RT. Vi si esaltava il concetto secondo cui Mussolini aveva "regalato al mondo una terza via che la Russia sta oggi in parte percorrendo". Si applaudiva Solovyov per averlo capito ed esplicitato.

Fu subito polemica. Tweet di Alexey Navalny: "La prossima volta che Solovyov mi dà del nazista deve firmarsi come ‘il fedele figlio di Benito'". Critici del regime sottolinearono che se simili giudizi positivi sul fascismo fossero comparsi su media indipendenti anziché su quelli di Stato, sarebbe successo il finimondo. In Russia nel 2020 esistevano ancora media indipendenti. C'era un'opposizione. C'erano polemiche. Dibattiti. Sembra passata un'era geologica.

Solovyov reagì postando sui social il suo "documentario". Il giorno dopo, RT ci mette il carico. Con un editoriale di Dmitry Petrovsky: "Mussolini in realtà era ostile a Hitler", vi si legge. "I nazisti furono presentati al popolo sovietico come fascisti solo perché era più semplice. Mussolini? Un visionario che diede priorità all’industrializzazione e alle infrastrutture". Insomma, uno che fece anche cose buone.

La testata indipendente Meduza contribuì allo scandalo con un pezzo in punta di penna, non firmato: "Non sarà un buon momento per essere nazista, ma per i fascisti oggi in Russia la faccenda è diversa". Il riferimento era a una battuta del personaggio Yorki nel film satirico di Taika Waititi "JoJo Rabbit", allora nei cinema.

Le proprietà di Solovyov in Italia

L'articolo di Meduza faceva presente una coincidenza: il repost di Solovyov all'origine del putiferio era arrivato all’indomani della pubblicazione di un’inchiesta del FBK, la fondazione anticorruzione di Navalny sulle lussuose proprietà italiane del propagandista di Putin. Dove? Ma sul Lago di Como, ovvio. Vicino alla villa di George Clooney.

Nella vicenda degli improperi televisivi nei confronti di Giorgia Meloni, è difficile sopravvalutare la furia del ricco "giornalista" russo nei confronti dello Stato italiano, che dopo l’invasione dell’Ucraina ha sequestrato le sue ville da circa otto milioni di euro. "Con tutte le tasse che ho pagato", inveì in diretta TV – nel suo consueto look a metà tra Big Brother e Blofeld – quando il provvedimento stava ormai per scattare. Anche in quel caso pronunciò parole in italiano caricaturale. Pessimo. Eppure il tempo per imparare la lingua di Dante ce l'ha avuto.

Solovyov acquistò il primo immobile in Italia all’inizio degli anni Duemila. Dal 2009 ha avuto permesso di soggiorno e residenza fiscale nel nostro Paese. Lo scoprì FBK nel 2019. Rivelando anche il possesso di una seconda villa e di una sontuosa Maybach. Roba da almeno 300mila euro. Di nuovo una coincidenza: il giorno dopo la pubblicazione dell’inchiesta, Navalny subì l’ennesimo arresto. Non fu l'ultimo, purtroppo.

Il postmodernismo putiniano

Non deve stupire che Solovyov, ammiratore di Mussolini, dia della fascista – accantoniamo il resto – alla Meloni per offenderla. E che la accusi di aver "tradito" i suoi elettori – parte dei quali del fascismo nostalgici – così come il duce fu "tradito" dal Gran Consiglio. Il ragionamento può provocare mal di testa ai neofiti. Ma è normale, per un propagandista di Putin.

La propaganda russa si fonda sulla strumentalizzazione del postmodernismo. È vero tutto e il contrario di tutto. Il "teatro politico" inventato dall'eminenza grigia del Cremlino Vladislav Surkov ne è la venue. Solovyov, uno dei progonisti. Una versione grossolana dello stesso Surkov. Un suo allievo un po' cafone.

L'idea della "dittatura postmoderna" russa – definizione del saggista Peter Pomerantsev – è che ogni notizia sia solo un'opinione e che tutti mentano. Così i cittadini non sanno più a cosa credere. Ne derivano cinismo e passività politica. Perfetto, per chi comanda.  La propaganda russa non nasconde le contraddizioni. Le amplifica. Proietta versioni multiple e opposte dello stesso evento. Finché il pubblico non rinuncia a cercare la realtà dei fatti.

Politica come performance artistica. Reality show. Si finanziano contemporaneamente neonazisti e sedicenti comunisti nostalgici di Stalin. È la teoria del caos. Trasformata in prassi gestionale.

Il fascismo e il regime russo 

Il corporativismo lodato da Solovyov nel suo "Mussolini. Zakat" è una caratteristica che il regime di Vladimir Putin ha in comune con il fascismo storico.  Le Goskorporatsy, o "Corporazioni di Stato" create dal governo sono proprietà pubblica e seguono le direttive politiche del presidente, pur operando con logiche di mercato. Ma ve ne sono altre, di caratteristiche comuni. Identificate da accademici come Timothy Snyder e Sergey Guriev.

Glorificazione del mito imperiale e nazionale, uso strategico della Storia, repressione delle opposizioni, controllo dei media, militarizzazione dell’educazione, centralità del capo: non vi è dubbio che siano realtà nella Russia del 2026 come lo furono nel fascismo italiano dopo il 1926.  La differenza è nella scarsa mobilitazione delle masse. Quello russo non è un totalitarismo vero e proprio. Non ancora. Il sociologo moscovita Lev Gudkov lo chiama "totalitarismo ibrido". Lo Stato non è onnipresente nella vita dei cittadini. Non se ne sente il fiato sul collo. Quasi mai. D'altra parte, anche il fascismo storico restò un "totalitarismo incompiuto", sostengono molti storici.

Le cialtronerie di Solovyov

Qualsiasi cosa dica della Meloni, l'attrazione di Vladimir Solovyov per il fascismo e per Mussolini è evidente, nel suo "documentario". Tra virgolette. Perché in realtà si tratta di un pasticcio complottistico che non documenta proprio niente. Solvyov sostiene che Mussolini non morì il 28 aprile 1945 a Giulino di Mezzegra ma scappò in idrovolante con l’aiuto degli americani. Cita una misteriosissima fonte diplomatica russa che lo vide "in buona salute" a metà degli anni Cinquanta.  La cialtroneria con cui il sedicente giornalista usa immagini di Liz Taylor e di altre attrici del cinema quando parla di Claretta Petacci diventa raccapricciante quando indugia per interi minuti su dettagli dei cadaveri di Piazzale Loreto.

Ma cos'altro ci si può aspettare da Solovyov? Una delle sue performance "giornalistiche" che ricordiamo con particolare ribrezzo è un "réportage" dal fronte ucraino in cui, in mimetica e distintivo e senza alcun contrassegno PRESS, spara cannonate – letteralmente, con un obice da 122 mm – sulle linee nemiche.  E pensare che solo nel 2013 danzava nel varietà di Capodanno di Rossyia 1, insieme al famoso attore comico Vladimir (Volodymyr) Zelensky. Il mondo è un posto interessante. Ma in Russia a volte si esagera.

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