Ci vorrà almeno un secolo prima di raggiungere la parità di genere. Il che significa che con ogni probabilità ogni persona che sta leggendo questo articolo non vedrà mai una società in cui uomini e donne abbiano finalmente colmato il famoso gender gap, il divario tra i generi che impatta diversi ambiti della vita quotidiana, dal lavoro, alla salute e alle opportunità economiche. Ce lo ripetiamo ogni 8 marzo che passa: bisogna fare di più per garantire a uomini e donne la parità, non solo a livello di diritti e legislazione, ma anche per quanto riguarda implicite norme sociali, stereotipi e rappresentazione. Diversi passi avanti sono stati fatti: ma come possono bastare quando nel mondo il 35% delle donne ha subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale, quando nell'Unione europea le lavoratrici continuano a essere pagate il 16% in meno rispetto ai colleghi maschi, e quando solo 10 capi di governo su 193 sono donne?

"Il mondo in cui si vive continua a proporre persistenti divari tra uomini e donne, sia dal punto di vista sociale sia dal punto di vista economico", afferma una mozione della Camera a prima firma Laura Boldrini e sottoscritta da deputate di tutte le forze politiche al governo, che si propone di promuovere la parità di genere nel nostro Paese. Nel testo si sottolinea come negli ultimi anni si sia andati nella giusta direzione, approvando provvedimenti come l'educazione alla parità dei sessi nelle scuole, il congedo parentale obbligatorio per i padri, il sostegno alla maternità e il sostegno alle vittime di violenza. Tuttavia, si sottolinea, "la strada è ancora lunga e restano molti nodi da sciogliere".

Gender gap: come si posiziona l'Italia?

Prendendo in esame alcuni dati pubblicati nel Global Gender Gap Report 2020, stilato dal World Economic Forum (Wef), in cui l'Italia si colloca al 76° posto su 153 Paesi, la mozione sottolinea come nella penisola pesi particolarmente la "scarsa rappresentanza femminile nei ruoli emergenti", la "differenza salariale tra uomini e donne a parità di livello e di mansioni", e una ripartizione dei ruoli tradizionali che tiene le donne ai margini del mercato del lavoro e le espone maggiormente al rischio povertà e a una serie di discriminazioni sociali. Secondo il Censis in Italia le donne che lavorano sono il 42,1% degli occupati totali, uno dei tassi più bassi tra i Paesi europei.

La mancanza di indipendenza economica diventa una situazione ancor più drammatica in casi di violenza domestica, in quanto viene spesso strumentalizzata per impedire alla donna di abbandonare il partner violento. In Italia spesso non ci sono gli strumenti di welfare necessari per sostenere le vittime di realtà di questo tipo: un'assenza che non favorisce lo sradicamento di situazioni di maltrattamenti e abuso, in cui la donna rimane subordinata al potere economico e sociale dell'uomo. "Si stima che siano il 43,6 per cento le donne fra i 14 e i 65 anni che nel corso della vita hanno subito qualche forma di molestia sessuale. E la percezione della gravità delle molestie fisiche subite è molto diversa tra i generi: il 76,4 per cento delle donne le considera molto o abbastanza gravi contro il 47,2 per cento degli uomini", si legge ancora.

Il problema è spesso anche di tipo culturale. Un rapporto dell'Istat sottolinea infatti come per la maggior parte della popolazione siano validi alcuni stereotipi di genere, che non possono essere superati a meno che non si valorizzi "la presenza femminile a ogni livello", in particolare premendo sulla rappresentazione dell'immagine della donna a livello mediatico e attraverso l'educazione scolastica.

L'Italia nell'Europa e nel mondo

Secondo l'ultimo studio pubblicato dall'Istituto europeo per l'uguaglianza di genere (Eige), che analizza i campi del lavoro, della disponibilità economica, del tempo, del potere politico e della salute, l'Italia si trova ben distante dagli altri Paesi Ue quando si tratta di parità tra i sessi. Infatti, se la Svezia  si trova in cima alla classifica con 83,6 punti, l'Italia è quattordicesima con un punteggio di 63: fanalino di coda invece è l'Ungheria con 51,9 punti. In generale, l'Unione europea nel complesso ottiene 67,4 punti, un risultato quindi più alto di quello singolo italiano. L'Italia fatica rispetto agli altri Paesi europei su vari fronti: e scivola tra gli ultimi quando si parla di gender pay gap, ad esempio. Nel nostro Paese il divario tra il salario degli uomini e delle donne si attesta quasi al 19% secondo l'Istat: peggio di noi solo Malta. L'11% delle donne con figli in Italia non ha mai lavorato, un dato preoccupante che è quasi il triplo della media Ue al 3,7%.

In Italia si registrano anche dei ritardi per quanto riguarda l'Agenda delle Nazioni Unite per il 2030: se negli ultimi anni si è registrato un miglioramento per quanto riguarda la partecipazione femminile nelle sede decisionali, in politica e consigli di amministrazione, resta ancora molto da fare per raggiungere l'obiettivo di ridurre il gender gap e incentivare l'empowerment di donne e ragazze. Nel report 2020 del Wef l'Italia passa al 76esimo posto rispetto al 70esimo del 2019: i Paesi europei che si classificano peggio sono solo Grecia, Malta e Cipro.

Nel documento si sottolinea come per l'Italia pesi molto la scarsa rappresentazione femminile nei ruoli emergenti. Emerge inoltre una ripartizione dei ruoli ancora molto legata alla tradizione: infatti, se si parla di istruzione ed educazione, il Belpaese risale la classifica, ma finisce poi al fondo quando tratta di business o ruoli politici di rilievo. Klaus Schwab, il fondatore del Wef, ha sottolineato:  "Senza la partecipazione paritaria della metà dei talenti nel mondo non potremo portare avanti la Quarta rivoluzione industriale, far crescere le economie o raggiungere gli obiettivi sostenibili del'Onu. Al ritmo attuale ci vorrà un secolo per arrivare alla parità, un lasso di tempo che in un mondo globalizzato non si può accettare, soprattutto tra le generazioni più giovani".

Le differenze di genere nell'Unione europea

"I progressi dell'Ue in materia di parità di genere procedono a rilento": comincia con queste parole il rapporto Eige che analizza i livelli di uguaglianza tra i sessi. "La disuguaglianza di genere frena l’Europa e non le consente di esprimere le sue piene potenzialità. Sono orgogliosa di ciò che abbiamo conseguito, ma ora le nostre iniziative devono fare la differenza sul campo", ha detto Věra Jourová, vicepresidente della Commissione europea. "Stiamo procedendo nella giusta direzione, ma siamo ancora lontani dal traguardo. Il nostro indice mostra che quasi la metà di tutti gli Stati membri si posiziona al di sotto della soglia di 60 punti. Nel formulare le priorità dell’Ue è essenziale che si imprima un’accelerazione alla parità di genere", ha invece affermato Virginija Langbakk, direttrice dell’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere.

Nel documento, in cui l'Italia al quattordicesimo posto si posiziona al di sotto della media europea per quattro punti, si sottolinea che il campo in cui si registra uno dei livelli più bassi è quello del potere, "che prende in considerazione la parità nei processi decisionali": proprio questo settore, tuttavia, è quello in cui sono stati compiuti i maggiori progressi. Infatti, tra il 2015 e il 2917, i tre quarti dei passi avanti sono stati compiuti proprio in quest'ambito, anche se le donne continuano ad essere poco rappresentate al momento di prendere le decisioni: se ci sono stati dei miglioramenti, si sottolinea, è soprattutto grazie a politiche attive che hanno incentivato e favorito la presenza della componente femminile in politica e aumentato il loro numero nei parlamenti nazionali, come ad esempio il sistema di quote riservate alle donne.

L'esclusione dal mondo del lavoro rimane alla base della discriminazione economica e sociale delle donne europee. Il tasso di occupazione è più basso per le donne che per gli uomini: nel 2017 questo era al 41% per le prime e al 57% per i secondi. E quando riescono a trovare il loro spazio nel mercato del lavoro, spesso le donne tendono ad avere rispetto ai colleghi maschi, impieghi precari, part-time e in generale meno stabili. Le posizioni di comando continuano ad essere occupate in prevalenza dagli uomini e alcuni ambiti lavorativi sono preclusi alle donne a causa di stereotipi sociali, che non le considerano capaci o adatte a un certo tipo di impieghi.

Tutti questi esempi di disuguaglianze nel mercato del lavoro hanno contribuito a creare quel divario salariale che nell'Unione europea si registra al 16%. Le donne vengono pagate meno a parità di mansioni o di orario di lavoro: questo contribuisce anche a ridurre i loro guadagni totali, andando a incidere negativamente sulla pensione recepita in età anziana. Anche per questo motivo le donne sono più vulnerabili alla povertà rispetto agli uomini.

Inoltre le donne solitamente nell'arco della loro giornata svolgono anche diverse forme di quello che viene considerato ‘lavoro non retribuito', come le faccende di casa o il volontariato. Secondo il report Eige ogni settimana le donne svolgono 13 ore in più di ‘unpaid work' rispetto agli uomini. In questa categoria ricade anche l'accudimento dei figli o di familiari anziani: un fattore che rende più difficile a una donna conciliare la propria vita familiare con quella lavorativa, finendo per discriminarne la carriera. Essere madre continua a rappresentare un fattore che ostacola la partecipazione della donna nel mercato del lavoro, mentre non accade lo stesso per un uomo nel momento in cui decide di diventare padre.

Nessun Paese del mondo ha raggiunto la parità di genere

Come menzionato all'inizio di questo articolo, ci vorranno altri 100 anni per raggiungere la parità tra i sessi: questa è la previsione del report del Wef, che sottolinea come ridurre il gender gap porterebbe immensi vantaggi a livello globale in termini di benessere economico e sociale. Anche qui si sottolineano i progressi in campo politico, che però rimane uno degli ambiti in cui il divario è ancora tra i più profondi da colmare. In termini di rappresentazione parlamentare, a livello mondiale solo il 25% delle posizioni disponibili sono occupate da donne. Le conseguenze sono particolarmente gravi in quanto la mancanza di donne in politica si traduce in un problema di democrazia: quando la metà della popolazione mondiale non dispone di un'efficace sistema di rappresentanza, il progresso in diverse aree che interessano proprio questa componente ne sarà compromesso.

Lo stesso accade nei media: la mancanza di un'ampia partecipazione femminile incide negativamente sull'immagine della donna che viene trasmessa all'opinione pubblica. Anche gli stereotipi che possono sembrare inoffensivi in realtà contribuiscono ad alimentare le discriminazioni e le ineguaglianze basate sul genere. D'altronde la metà della popolazione mondiale, tra uomini e donne, crede che gli uomini siano in ultima istanza dei migliori leader politici, il 40% pensa che gli uomini ottengano migliori risultati da dirigenti di aziende e il 28% definisce "accettabile" che un uomo abusi fisicamente della moglie: sono i dati dell'analisi del Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite.

Nessun Paese al mondo, che sia ricco o povero, ha raggiunto la parità tra uomo e donna. E ciò si evince non solo guardando ai numeri delle donne in politica, o alle diverse opportunità economiche a seconda del genere, ma anche se pensiamo a tutte quelle pratiche, dalle molestie sui trasporti pubblici alle discriminazioni nel posto di lavoro o all'oggettificazione della figura femminile nei mass media, che è difficile contabilizzare, ma che vanno a pesare sulla quotidianità di ogni donna. Spesso la gravità di questa serie di comportamenti viene offuscata dai successi ottenuti dopo anni di battaglie femministe, che negli ultimi anni sono esplose in una serie di movimenti, dal MeToo a NiUnaMenos. Proprio a causa di questi passi avanti, spesso ci viene chiesto se abbia ancora senso una campagna femminista nel 2020. Ma come abbiamo visto, è ancora lunghissima la strada verso la parità.

Alcuni stereotipi e convenzioni sociali così come un certo tipo di immaginario e linguaggio fanno parte di una serie di comportamenti spesso considerati innocui e al massimo goliardici. Tuttavia contribuiscono a creare credenze e pregiudizi che pesano poi anche nella quotidianità concreta, alimentando degli schemi sociali rispetto a cosa possano o non possano fare le donne. Si tratta di elementi che vengono spesso interiorizzati dalla giovane età e che influiscono poi nelle nostre esperienze, come donne e come uomini: in alcuni posti del mondo queste pesano sulla bambina ancora prima che questa nasca, in quanto una figlia femmina è ancora considerata una disgrazia in diverse società.

Il report dell'Onu ricorda che ogni anno circa 12 milioni di bambine sono vittime di matrimoni combinati. Le discriminazioni aumentano per le donne mano a mano che procedono nella loro vita: l'occupazione a livello mondiale è del 75% per gli uomini e del 48% per le donne. Le quali globalmente portano sulle spalle un carico di lavoro domestico due volte e mezzo più grande di quello compiuto dagli uomini. Infine, nonostante l'aspettativa di vita sia mediamente più alta per la donna di tre anni, queste hanno meno possibilità di avere accesso alla pensione rispetto agli uomini. Condannare il sessismo ad ogni livello rimane fondamentale. Ma prima di tutto serve un'attiva presa di posizione da parte della politica, che ha il potere e gli strumenti per intervenire a difesa di ogni donna nel presente e per l'emancipazione delle donne nel futuro. In Quebec nel 2006 è stato reso obbligatorio il congedo parentale anche per i papà, aumentando così la partecipazione degli uomini al lavoro domestico, per la maggior parte a carico delle donne. Di conseguenza, le donne si sono viste più libere di partecipare al mercato del lavoro, migliorando nettamente la loro condizione economica e qualità di vita. Un esempio di come la politica sia determinante nella lotta verso la parità di genere.