FdI non vota le preferenze e salva la legge elettorale. Ma a destra resta la tentazione di mollare il Melonellum
Senato, interno giorno. In aula sono in corso le dichiarazioni di voto sull'emendamento alla legge elettorale delle opposizioni, per introdurre le preferenze integrali. Il senatore Pd Filippo Sensi si avvicina al banco di Matteo Renzi con un foglio in mano. Sembra di essere tornati ai tempi in cui Sensi era spin doctor di Renzi, a Palazzo Chigi. Il leader di Italia Viva scorre la pagina, poi chiede al presidente La Russa di parlare. "Per la prima volta, farò il mio intervento leggendo e non saranno parole mie", premette. Poi attacca: "Se noi siamo rappresentanti del popolo italiano, dobbiamo riconoscere agli italiani il diritto ad autodeterminarsi". È il discorso con cui, nel 2014, Giorgia Meloni chiedeva in Parlamento di inserire le preferenze nell'Italicum. È il climax di una serie di attacchi da sinistra sul tasto più sensibile per la premier, quello della coerenza.
Pochi minuti prima, nell'emiciclo, il capogruppo di Fratelli d'Italia Lucio Malan aveva ufficializzato la resa dei meloniani: tenere fede all'accordo di maggioranza e rinunciare a votare la proposta per le preferenze, rinnegando una battaglia storica del partito della Fiamma. Una scelta forse inevitabile, dopo ore di tentennamenti e tribolazioni culminate, sembra, in una videocall di Meloni e gli altri leader della maggioranza. L'unico modo per salvare la legge elettorale e probabilmente il prosieguo della legislatura.
Le ore di passione di Fratelli d'Italia
Ma la realpolitik ovviamente non basta a mettere al riparo dagli attacchi. "Giorgia Meloni ha deciso di perdere la faccia, la nostra iniziativa ha smascherato l'ipocrisia di Fratelli d'Italia e della presidente del Consiglio", gongola il capogruppo Pd Francesco Boccia, l'ideatore della ‘trappola' che ha messo in crisi la destra. Fuori dal Parlamento, c'è anche Vannacci pronto ad affondare il colpo, dopo aver apertamente invitato FdI (lui non ha senatori nella sua ‘sporca dozzina') a votare la proposta della sinistra. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani prova a ribaltare la prospettiva: "La verità è che le preferenze ci sono grazie a noi, che abbiamo forzato la mano con gli alleati dopo la bocciatura alla Camera". Si riferisce al meccanismo di ‘preferenze temperate‘, con i capilista bloccati e la scelta tra gli altri candidati, affossato dai franchi tiratori a Montecitorio e riproposto invece con successo a palazzo Madama.
Si tratta tuttavia di un sistema omeopatico, destinato a produrre un Parlamento fatto per la gran parte di nominati. Meloni prova a mettere la zeppa sotto la traballante scelta di voto dei suoi: "Alla sinistra devo ricordare che non è credibile, su questo tema, chi non ha mai voluto le preferenze in questi 35 anni e ha votato per bocciarle anche un mese fa". Continua la premier sui social: "La differenza non è tra chi vuole più preferenze e chi ne vuole meno. È tra chi le ha rimesse nella legge e chi no".
Il sottosegretario alla Giustizia meloniano Alberto Balboni argomenta che "il meglio è nemico del bene" e la scelta da fare non era quella tra preferenze totali oppure il compromesso raggiunto dentro la maggioranza. "Se avessimo votato l'emendamento delle opposizioni, ci sarebbe stata poi una maggioranza per approvare la legge?", si chiede Balboni. Domanda retorica, visto che Lega e Forza Italia con ogni probabilità a quel punto avrebbero affossato il testo, con il risultato di resuscitare il Rosatellum.
Attenzione però a dare per morto l'attuale sistema di voto. Di fronte alle simulazioni che danno il centrodestra (senza Vannacci) sconfitto con la nuova legge elettorale, più di un esponente della maggioranza si è persuaso che sia meglio andare a votare con il mix di collegi e listini brevi ora in vigore. Giorgia Meloni si è sempre detta contraria al Rosatellum, perché non garantisce la governabilità e apre la porta alle grandi coalizioni. Non è dato sapere se abbia cambiato idea. Qualcuno nei corridoi del parlamento sospetta che La Russa sia al lavoro in questo senso, dopo aver visto tramontare la sua prima scelta, cioè il ballottaggio. Per questo motivo – si sussurra – non si sarebbe troppo affannato a cercare un appiglio nel regolamento del Senato, per evitare il voto sull'emendamento che ha mandato in crisi la maggioranza.
I dubbi sulla data del voto
Il nodo a destra è sempre quello, trovare un modo per arginare Vannacci senza essere costretti al matrimonio elettorale con Futuro Nazionale. Sostiene Renzi: "Meloni non vuole fare l'alleanza con lui, ma senza Futuro Nazionale perde matematico". Il tema si intreccia con quello della data del voto. Continua l'ex premier: "Ora sembra che Giorgia voglia tirare avanti la legislatura il più a lungo possibile, sperando che finiscano le guerre per dare una spinta all'economia. E magari che nel frattempo succeda qualcosa che ‘sgonfi' Vannacci".
L'ipotesi del voto ad autunno 2027 è sicuramente la preferita da Matteo Salvini, anche perché le convulsioni interne alla Lega sono tutt'altro che finite. Come prevedibile, infatti, l'incontro tra il segretario e i governatori del Nord non è bastato a chiudere la guerra interna al partito. Fonti leghiste contrarie alla linea del segretario descrivono un Salvini che – al di là delle aperture di facciata – rimane sordo alle richieste di ascolto e condivisione del territorio, con nessuna intenzione di mollare la presa sulla guida del Carroccio, convinto di poter tornare almeno al dieci percento per le politiche.
"Ascolta solo pochi fedelissimi, in primis Durigon, che gioca di sponda anche con Francesca Verdini", raccontano ancora le fonti leghiste, portando come ultima prova il "bagnetto" di folla per il leader organizzato durante la due giorni "A tua Difesa", di cui Durigon ha curato organizzazione e programma, selezionando invitati ed esclusi. In questo quadro, la nota congiunta stilata da Salvini e i governatori dopo il vertice romano viene considerata praticamente un nulla di fatto. Qualcuno dalla fronda interna punta il dito pure contro Luca Zaia, che al momento della verità avrebbe tirato il freno a mano nell'affondo contro Salvini, per preservare l'unità del Carroccio. Anche in questo caso, almeno per adesso, ha vinto la realpolitik.