Fare il Presidente del Consiglio in questo contesto e con questa situazione politica è compito immane e probabilmente anche impossibile da portare a termine in maniera soddisfacente. Soprattutto se a sostenerti ci sono partiti che, per ragioni diverse, tutto avrebbero voluto tranne che stare insieme al governo del Paese. Essere Giuseppe Conte, insomma, non è semplice, date le contingenze e l’assenza di prospettive di lungo periodo. Non oggi, però.

Perché sul MES Meloni, Salvini e lo stesso Di Maio (il convitato di pietra di alcuni passaggi del suo intervento) gli hanno fornito un assist comodo, impossibile da sbagliare, imbastendo una polemica che definire ridicola appare oltremodo riduttivo. Attenzione, non per la questione in sé, su cui appare del tutto legittimo avere opinioni di diverso tipo ed esplicitare preoccupazioni (più o meno condivisibili) sull’approdo finale del percorso di riscrittura del trattato. Ma per le modalità, la genesi e le responsabilità con cui si è determinata la situazione attuale.

Nel suo lungo intervento alla Camera dei deputati, infatti, Conte ha avuto buon gioco nel descrivere il MES come una forma di assicurazione necessaria dal rischio di contagio, nata dall’esperienza tragica della grande crisi dei titoli sovrani e non costruita da qualche Paese a scapito degli altri. È stato piuttosto semplice ricordare come vi sia un elemento di mutuo soccorso alla base dell’idea del MES, ribadendo non solo che l’Italia non ha mai avuto bisogno di far ricorso al MES, ma che la situazione complessiva non lascia affatto presagire che possa essere costretta a farlo nel breve e medio periodo. Ha avuto la strada spianata per spiegare come l’Italia sia il terzo contributore del Meccanismo europeo di stabilità, con 14,3 miliardi di euro già versati e oltre 125 miliardi sottoscritti, dunque abbia un peso negoziale molto forte in ambito europeo. E soprattutto, è riuscito senza difficoltà a presentarsi come il garante della svolta “complessiva” dell’Unione, come colui che più ha spinto nei mesi scorsi perché fossero accolte le preoccupazioni e le richieste dell’Italia, in particolare sull’approccio di “pacchetto” e sulla necessità di virare verso percorsi sistemici (che includano anche l’accelerazione verso l’unione bancaria) e la piena integrazione dei mercati.

Pur in presenza di una riforma discutibile sotto molti punti di vista (con preoccupazioni che arrivano da più parti), il Presidente del Consiglio è riuscito a presentarsi come un politico credibile, responsabile. O almeno dal pensiero coerente e non schizofrenico. È bastato ricordare i 4 appuntamenti parlamentari in cui si è discusso della revisione del MES, le innumerevoli volte che Salvini e i suoi hanno avuto la possibilità di dire mezza parola sull'indirizzo politico del governo di cui facevano parte (e che in larga parte controllavano), le decine di occasioni in cui quelli che ora sono sulle barricate contro il MES avrebbero potuto farsi sentire e far pesare i loro voti.

Di contro Salvini ha messo sul piatto slogan e propaganda. Glissando allegramente sulle sue responsabilità e su quelle dei suoi colleghi della Lega ai tempi del Conte I. E dando vita a una caciara inutile e anche piuttosto deprimente , visto che ormai le aule parlamentari sembrano essere diventate il set di un reality show di secondo piano.