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Davvero l’Italia non ha mai avuto un presidente della Repubblica “non di sinistra” come dice Meloni?

Giorgia Meloni ha affermato che l’Italia non ha mai avuto un presidente della Repubblica che non fosse di centrosinistra, ma la storia la smentisce direttamente. Da liberali come Einaudi alla destra democristiana di Segni e Cossiga, fino ai voti decisivi del MSI per Leone, il Colle non è mai stato un monopolio della sinistra.

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"Non è detto che non si possa superare questo altro grande tabù e avere un presidente della Repubblica che non sia di centrosinistra". Con queste parole, pronunciate durante la trasmissione 10 minuti su Rete4, Giorgia Meloni ha rilanciato il tema del Quirinale in vista della partita che si aprirà nel 2027, quando terminerà il mandato di Sergio Mattarella. La presidente del Consiglio ha sostenuto che l'Italia non avrebbe mai avuto un capo dello Stato "non di centrosinistra", presentando l'eventuale elezione di un presidente espressione del centrodestra come la fine di un presunto monopolio politico. È una ricostruzione efficace sul piano della comunicazione politica, ma poco aderente alla storia della Repubblica.

La vicenda dei presidenti della Repubblica italiani, infatti, attraversa quasi ottant'anni di trasformazioni del sistema politico e non può essere letta con le categorie dell'attuale bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra. Applicare agli anni Cinquanta, Sessanta o Settanta le etichette politiche di oggi rischia, infatti, di produrre un'anacronistica semplificazione.

Le origini liberali e l'argine centrista

Anzitutto, i primi presidenti della Repubblica non erano affatto espressione della sinistra. Dopo il capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, figura del liberalismo monarchico, venne eletto Luigi Einaudi, uno dei maggiori economisti italiani e simbolo della tradizione liberale. Einaudi proveniva dal Partito Liberale Italiano e rappresentava una cultura politica profondamente distante sia dal Partito Comunista sia dal Partito Socialista. Anche Giovanni Gronchi, pur appartenendo alla Democrazia Cristiana, era il rappresentante di una corrente cattolico-sociale autonoma, spesso in tensione tanto con la destra quanto con la sinistra del suo partito. Ancora più evidente è il caso di Antonio Segni. Democristiano di formazione conservatrice, agrario sardo, fu uno dei principali esponenti dell'ala più moderata e tradizionalista della Dc. Da presidente del Consiglio e poi da capo dello Stato incarnò una linea politica fortemente anticomunista, favorevole a un rafforzamento dell'esecutivo e diffidente verso l'apertura ai socialisti. Definirlo un presidente "di sinistra" sarebbe storicamente insostenibile.

Il caso Leone e i voti decisivi della destra missina

Se il profilo di Segni era chiaramente conservatore, una dinamica ancora più esplicita si registrò con l'elezione di Giovanni Leone nel 1971. La vicenda di Leone è fondamentale per smontare il mito del monopolio progressista: la sua ascesa al Colle arrivò al termine dello scrutinio più lungo e tormentato della storia repubblicana (ben ventitré votazioni), e si sbloccò soltanto grazie alla convergenza dei voti del centrodestra e, in modo determinante, del Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante.

Senza l'apporto dei voti della destra missina, la stessa radice identitaria da cui proviene il partito dell'attuale premier, Leone non sarebbe mai stato eletto. Quella presidenza nacque dunque come un esplicito argine istituzionale alle ambizioni delle sinistre, e vederla oggi assimilata a un generico passato "centrosinistra" è una palese forzatura storica.

Dal rigore atlantico di Cossiga alle radici di Scalfaro

Lo stesso discorso vale per Francesco Cossiga. Negli ultimi anni della sua vita politica è diventato una figura difficilmente classificabile, ma la sua storia istituzionale parla chiaro: all'interno della Democrazia Cristiana apparteneva alla corrente più conservatrice e rigidamente atlantista. Fu soprattutto la sua stagione da ministro dell'Interno, durante i tragici anni del terrorismo e del caso Moro, a smentire qualunque vicinanza ai mondi progressisti. In quel periodo di massima tensione, Cossiga fu il volto stesso della fermezza dello Stato, al punto da diventare il bersaglio principale della contestazione della sinistra extraparlamentare. Sui muri delle città italiane il suo nome veniva regolarmente storpiato in "Kossiga", scritto con la "K" e con le due "S" graficamente sovrapposte a ricalcare il simbolo delle SS naziste, proprio per bollarlo come lo spauracchio della repressione poliziesca e autoritaria. Quell'aspra simbologia di strada racconta, meglio di qualsiasi saggio, quanto l'intera area della sinistra lo considerasse un avversario irriducibile. Da presidente della Repubblica, poi, interpretò il ruolo con una visione fortemente istituzionale e, nella sua successiva fase di "picconatore" del sistema, ricevette spesso il riconoscimento e l'apprezzamento proprio dagli ambienti della destra politica, di cui anticipò molte battaglie presidenzialiste.

Anche Oscar Luigi Scalfaro, spesso ricordato come un presidente vicino al centrosinistra per le posizioni assunte durante la crisi politica degli anni Novanta, proveniva in realtà dalla tradizione cattolico-democratica della Democrazia Cristiana. La sua elezione avvenne nel 1992, quando il sistema dei partiti della Prima Repubblica era ancora in piedi e il concetto stesso di centrosinistra aveva un significato molto diverso da quello assunto dopo la nascita del bipolarismo.

La Seconda Repubblica e l'illusione ottica del monopolio

È vero che, a partire dalla metà degli anni Novanta, il profilo dei presidenti della Repubblica è apparso più frequentemente vicino alle culture politiche del centrosinistra. Carlo Azeglio Ciampi, pur essendo un tecnico senza tessera di partito, fu eletto grazie a una larga convergenza parlamentare guidata dal centrosinistra. Giorgio Napolitano proveniva dal Partito Comunista Italiano e rappresenta il primo ex dirigente comunista ad arrivare al Quirinale. Sergio Mattarella ha una storia politica nella sinistra democristiana e poi nell'Ulivo e nel Partito Democratico. Ma anche in questi casi parlare di presidenti "di sinistra" è riduttivo. La Costituzione assegna al capo dello Stato un ruolo di garanzia e di equilibrio, non di rappresentanza di una parte politica. Una volta eletti, tutti i presidenti hanno esercitato le proprie funzioni cercando di collocarsi al di sopra delle appartenenze di partito, tanto che molti hanno assunto decisioni sgradite proprio agli schieramenti che ne avevano sostenuto l'elezione.

Il punto centrale è dunque un altro. La categoria di "presidente di centrosinistra" ha senso solo negli ultimi trent'anni, cioè dopo la nascita del sistema bipolare seguito al crollo della Prima Repubblica. Prima di allora il quadro politico italiano ruotava attorno alla Democrazia Cristiana, un partito che conteneva al suo interno anime diversissime: dalla sinistra sociale ai cattolici progressisti, fino alle correnti conservatrici e liberali. Molti presidenti della Repubblica sono stati espressione proprio di quest'ultima area, certamente non assimilabile alla sinistra.

L'affermazione di Meloni coglie un elemento reale soltanto se riferita alla fase più recente della storia repubblicana. È infatti vero che dalla nascita del centrodestra guidato da Silvio Berlusconi nessun esponente riconducibile a quell’area politica è stato eletto al Quirinale. Ma estendere questa considerazione all'intera storia della Repubblica significa sovrapporre le categorie politiche di oggi a un contesto profondamente diverso. La storia dei presidenti della Repubblica dimostra, al contrario, che il Quirinale è stato occupato da figure provenienti dalle più diverse tradizioni costituzionali: liberale, cattolica, democristiana, repubblicana e, più recentemente, anche post-comunista. Sostenere che l'Italia non abbia mai avuto un presidente "non di sinistra" significa trascurare una parte fondamentale della storia politica del Paese e attribuire al passato categorie che appartengono al presente.

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