Non ancora sulla gestione della seconda ondata, forse non più (almeno non ora) sul MES, quasi certamente sulla gestione dei fondi del Recovery Fund: lo spettro della crisi sembra ormai un dato costitutivo dell’esperienza a Palazzo Chigi di Giuseppe Conte, o almeno un elemento ricorrente. Eppure, mai come ora la posizione dell’avvocato del popolo sembra traballare e sono sempre meno quelli che scommettono sullo scavalcamento del 2020 senza ulteriori scossoni.

Proviamo ad andare con ordine, a cominciare dall’appuntamento di domani alle Camere. Come noto, il Presidente del Consiglio si recherà alle Camere nella giornata del 9 dicembre per relazionare sulla linea italiana al Consiglio Europeo del 10 e 11 dicembre. Un vertice fondamentale, perché sul tavolo vi saranno questioni molto rilevanti, come il piano europeo sui vaccini, la gestione di un’eventuale terza ondata, le nuove regole per il contrasto al cambiamento climatico, il ruolo della BEI e le politiche in tema di sicurezza e immigrazione, con particolare riguardo anche ai rapporti con la Turchia. Alla politica italiana, però, interessa più che altro il “Vertice Euro” dei 27 stati membri, che si terrà a margine del Consiglio e che è chiamato a esaminare una serie di questioni, tra cui la riforma del Trattato istitutivo del Meccanismo europeo di stabilità (MES), che include l'introduzione del sostegno comune (common backstop) al Fondo di Risoluzione Unico. Vi abbiamo spiegato nel dettaglio in cosa consista la modifica, qui ricorderemo solo che il 3 dicembre l’Eurogruppo aveva deciso di firmare il nuovo Trattato MES nel gennaio del 2021 (indicativamente il 27 gennaio), in modo da completare poi le procedure di ratifica a livello nazionale entro la fine del prossimo anno.

L'Italia ha già firmato la dichiarazione finale dell'Eurogruppo concernente le modifiche al MES, cosa che Conte non potrà esimersi dal ricordare nel suo intervento in Parlamento. La firma di Gualtieri è stata però fortemente contestata da una pattuglia di parlamentari del Movimento 5 Stelle, che hanno sottolineato come il via libera alla riforma del MES "senza contrappesi" rappresentasse un errore imperdonabile del governo.

Una folta schiera di deputati e senatori (69) aveva sottoscritto una lettera con cui si chiedeva di subordinare la riforma del MES alla “chiusura di tutti gli altri elementi (Eids e Ngeu) delle riforme economico-finanziarie europee” o di posticipare l’entrata in vigore di alcuni punti del Trattato, lasciando presagire un voto contrario alla relazione del Presidente del Consiglio. Una crisi che aveva agitato la maggioranza al punto da mettere in moto pontieri ed esploratori (per verificare la disponibilità di Forza Italia a non far mancare i voti necessari in Aula, eventualità poi esclusa da Berlusconi), ma che nelle ultime ore sembra essersi risolta grazie alla ricucitura dei big dei 5 Stelle, che hanno lavorato a un “punto di caduta” con i dissidenti, garantendo la tenuta della maggioranza alla prova del voto.

Il problema di fondo, però, è tutt’altro che superato. I 5 Stelle, infatti, continuano a dirsi contrari all’attivazione del MES e manifestano perplessità anche per l’utilizzo delle risorse non vincolate da condizionali e destinate esclusivamente alle spese per il contrasto della pandemia. Linea che non convince, per essere leggeri, né Italia Viva né il Partito Democratico, che considerano una presa in giro il sì alla riforma e contemporaneamente il no all’attivazione. Anche per questo IV non ha voluto firmare la risoluzione di maggioranza a sostegno di Conte, in quanto “troppo vaga” e senza riferimenti diretti alla linea da tenere. In questo caso, però, il tempo gioca a favore di Conte: se ne riparlerà il 27 gennaio.

Ora, infatti, c’è un altro ostacolo sulla strada del Presidente del Consiglio, per superare il quale c’è molto meno tempo. Come noto, in questi mesi l’esecutivo ha lavorato al Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, la strategia italiana per gestire i 196 miliardi mobilitati dal Recovery Fund. Dopo il lavoro della cabina di regia e di raccordo presieduta dal ministro Enzo Amendola, è stata diffusa la bozza che contiene la strategia complessiva per l’utilizzo dei fondi. Ed è accaduto di tutto.

Oltre che su alcune scelte strategiche, la maggioranza si è nuovamente divisa sul metodo proposto per la gestione dei fondi. La scelta di Conte è quella di affidare le chiavi dell’operazione a una cabina di regia composta da lui stesso, dal ministro dell’Economia Gualtieri e da quello dello Sviluppo Economico Patuanelli, lasciando che il ministro degli Affari Europei Amendola faccia da raccordo con la Commissione Europea. In qualche modo, il Consiglio dei ministri sarebbe poi “affiancato” da una task force composta da manager esperti delle macrocategorie intorno alle quali è articolato il Piano, i quali avrebbero a disposizione anche un gruppo di tecnici di settore e di consulenti. Una struttura che trova la ferma contrarietà di Italia Viva, che parla apertamente di governo parallelo, poltronificio e gestione del Recovery Fund affidata agli amici degli amici e ai “consulenti romani”. Inutile è stato un primo tentativo di mediazione e anche il Cdm di oggi è stato rinviato. Lo stesso Matteo Renzi, in un’intervista al Tg2, ha usato toni durissimi con la Presidenza del Consiglio, parlando apertamente di rottura.

In questo caso, uscire dall’impasse sarà molto più complicato. La struttura, infatti, doveva essere istituita con un emendamento alla legge di bilancio ora in discussione. Italia Viva, però, si è detta disposta anche a votare contro pur di bloccarne la costituzione. In tal caso, più che di crisi, parleremmo di fine del governo Conte.