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Congedo parentale, il nuovo bonus Inps per i padri: i nodi degli sgravi contributivi per la cura familiare

Il nuovo bonus Inps offre uno sconto fino a 50mila euro alle aziende che investono sulla flessibilità e incentivano i congedi dei padri. Una misura pensata per favorire la condivisione dei compiti e alleggerire il carico di cura che oggi grava quasi interamente sulle donne.
Immagine di repertorio.
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Il dibattito sulla gestione dei tempi di vita e di lavoro in Italia si arricchisce di un nuovo tassello normativo. Il recente Decreto Lavoro (Dl 60/2026) ha introdotto un incentivo economico per le imprese che adottano misure volte a ridistribuire il carico di cura familiare, storicamente sbilanciato sulle spalle delle lavoratrici e causa primaria di dimissioni o passaggi forzati al tempo parziale. La misura prevede un esonero dell'1% sui contributi previdenziali Inps a carico dei datori di lavoro, fino a un massimo di 50mila euro all'anno per azienda. Lo Stato ha stanziato un budget di 7 milioni di euro per il 2026, che salirà a 12 milioni per il 2027 e il 2028. L'analisi tecnica del provvedimento evidenzia però già forti limiti applicativi e una serie di rigidi vincoli burocratici che potrebbero frenarne l'efficacia sul tessuto produttivo.

Sgravi contributivi per le aziende e bonus per i padri in congedo: il nodo delle risorse

Il primo elemento di criticità balza all'occhio analizzando il rapporto tra i fondi stanziati e il tetto massimo del beneficio. Con soli 7 milioni di euro a disposizione per l'anno in corso, se un ristretto gruppo di medie e grandi imprese dovesse ottenere l'agevolazione massima di 50mila euro, le risorse si esaurirebbero dopo appena 140 domande accolte in tutta Italia. La misura, pur teoricamente aperta a ogni tipologia di impresa, rischia così di trasformarsi in un click-day o in un privilegio per poche realtà già strutturate.

Per accedere allo sgravio, poi, non basta una dichiarazione di intenti: le aziende devono ottenere la certificazione ufficiale Uni/Pdr 192, emanata ad aprile 2026. Questo "esame" analizza la gestione del personale su sette aree (smart working, tutele post-maternità, supporto ai caregiver). Se per le grandi multinazionali adeguarsi ai parametri è un processo sostenibile, per le piccole e medie imprese l'iter rappresenta l'ennesimo costo di consulenza e un carico burocratico che rischia di vanificare il risparmio fiscale promesso.

I congedi dei padri: parametri rigidi contro la consuetudine

L'impianto della prassi 192 punta a scardinare la disparità nei compiti domestici attraverso vincoli numerici molto stringenti sulla componente maschile. I dati relativi al 2024 confermano la distanza tra i generi: alla nascita di un figlio, i padri italiani usufruiscono in media di 22 giorni di congedo, contro i 53 delle madri. Per sbloccare il bonus Inps, la nuova norma impone alle aziende di ribaltare queste statistiche interne attraverso tre paletti:

  • Il 65% dei neo-papà deve utilizzare i 10 giorni di congedo obbligatorio.
  • Almeno il 25% deve accedere al congedo parentale facoltativo.
  • La media delle assenze dei padri nel primo anno di vita del bambino deve raggiungere almeno i 35 giorni complessivi.

Il mancato raggiungimento anche di uno solo di questi obiettivi statistici comporta la perdita totale dello sgravio.

Le critiche degli esperti: welfare calato dall'alto e l'illusione dei dati

Un altro limite della norma è l'esclusione dei sindacati: senza un dialogo con i lavoratori, il rischio è che le aziende creino piani di aiuto solo "sulla carta" per ottenere il bollino e lo sconto, senza ascoltare i bisogni reali di chi ci lavora. Il sistema premia poi i servizi più costosi e complessi, come la creazione di asili nido aziendali o l'assistenza medica a domicilio. Le grandi aziende hanno i soldi per farlo, mentre le piccole imprese, che spesso possono permettersi solo soluzioni semplici come i buoni spesa o i voucher benzina, vengono penalizzate e tagliate fuori dal bonus.

Ci sarebbe poi anche un problema di numeri. Anche se questo nuovo incentivo si può sommare a quello già esistente del 2022 per la parità di genere, i dati di maggio 2026 mostrano una realtà evidente: le 14mila aziende che finora hanno ottenuto il bollino sono una goccia nel mare. Rappresentano appena lo 0,3% dei 4,5 milioni di imprese attive in Italia. La stragrande maggioranza del Paese resta cioè esclusa da questi aiuti a causa dei costi elevati e della troppa burocrazia.

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