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Opinioni
29 Settembre 2015
12:33

Come funziona il finanziamento pubblico ai giornali (e perché il M5S vuole abolirlo)

Il Parlamento al lavoro sulla nuova legge: ecco quanto incassano ora giornali e imprese editrici e cosa potrebbe cambiare in materia di finanziamento pubblico dei prodotti editoriali.
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È in discussione alla camera dei deputati la proposta di legge per l’abolizione del finanziamento pubblico all’editoria, che porta la firma del gruppo del Movimento 5 Stelle. Si tratta di una materia molto delicata, come ha spiegato il relatore Roberto Rampi (Partito Democratico), intorno alla quale non si è giunti ad un accordo di tipo politico, tant’è che il testo arriva in Aula col parere contrario delle Commissioni Lavoro, Affari Sociali, Questioni Regionali e con parere favorevole (ma con osservazioni) delle Commissioni Ambiente e Affari Costituzionali. L’indicazione della maggioranza è dunque quella di respingere la proposta del Movimento 5 Stelle, per concentrarsi su un ddl simile presentato dal Partito Democratico.

Si tratta, come detto, di un provvedimento complesso, che intende abrogare una serie di disposizioni che hanno garantito il finanziamento pubblico all’editoria, dopo i cambiamenti effettuati negli ultimi anni (che avevano sostanzialmente eliminato i "contributi diretti ai giornali"). La proposta grillina intende poi dirottare le risorse recuperate attraverso l’eliminazione del finanziamento pubblico ad una serie di progetti per “incentivare gli investimenti delle imprese editoriali di nuova costituzione finalizzati all'innovazione tecnologica e all'ingresso di giovani professionisti”. Per avere un’idea complessiva della questione, bisogna però chiarire come funziona al momento il finanziamento pubblico all’editoria.

Cominciamo col dire che il decreto legge 201 del 2011 aveva eliminato il sistema di contributi diretti all’editoria in vigore dal 1990, destinando però il risparmio conseguito “alla ristrutturazione delle aziende già destinatarie della contribuzione diretta, all'innovazione tecnologica del settore, a fronteggiare l'aumento del costo delle materie prime, all'informatizzazione della rete distributiva”. In sostanza, i risparmi ricavati (“compatibilmente con le esigenze del pareggio di bilancio”) sono rimasti all’interno del settore, grazie ad una disciplina transitoria varata “nelle more di una più compiuta ridefinizione delle forme di sostegno al settore editoriale”. Occorre anche ricordare che un primo tentativo di disciplina organica del settore è naufragato dopo i primi passaggi parlamentari a causa dell'interruzione della scorsa legislatura.

Cosa prevede la disciplina transitoria per il finanziamento ai giornali?

La disciplina transitoria attualmente in vigore, introdotta con il Dl 63/2012, ridetermina i requisiti di accesso e i criteri di calcolo, introducendo alcuni cambiamenti per quel che riguarda il sistema di distribuzione e vendita e ampliando il sostegno all’editoria digitale e ai piccoli periodici web.

Il sostegno è garantito a quotidiani e periodici editi da cooperative di giornalisti; quotidiani editi da imprese editrici la cui maggioranza del capitale è detenuta da cooperative, fondazioni o enti morali non aventi scopo di lucro; quotidiani editi in lingua francese, ladina, slovena e tedesca nelle regioni Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige; quotidiani e periodici organi di movimenti politici editi da società trasformatesi in cooperativa entro il 1° dicembre 2001.

Tutte le imprese editrici devono fornire dati certificati in merito a tiratura, distribuzione e vendita (per evitare cifre gonfiate, tonnellate di copie mandate al macero o distribuzioni “allegre”), oltre che garantire che sia venduto almeno il 25% delle copie distribuite; le testate nazionali devono raggiungere una distribuzione in almeno 3 Regioni (non inferiore al 5% del totale).

Ogni impresa deve avere un numero minimo di 5 dipendenti (3 nel caso di periodici), con prevalenza di giornalisti assunti con contratto a tempo indeterminato.

Quanti soldi pubblici prendono adesso le imprese editrici?

Ogni impresa che rispetti i requisiti può ricevere fino ad un massimo di una quota del 50% dei costi sostenuti, ottenendo sussidi in relazione alle copie vendute, non a quelle distribuite (fanno eccezione i periodici senza scopo di lucro, che ottengono complessivamente il 5% delle risorse totali stanziate dal Dipartimento per l’informazione e l’editoria).

Le imprese radiofoniche di organi di partiti politici ottengono un rimborso del 40% della media dei costi, fino ad un massimo di 2,1 milioni di euro; le agenzie di informazione radiofonica un rimborso del 30% dei costi fino ad un massimo di 800mila euro.

Le testate in formato digitale (che producano almeno 10 articoli al giorno) ottengono il rimborso fino al 70% dei costi sostenuti ed una quota di 10 centesimi per ogni copia digitale venduta in abbonamento.

I contributi erogati per l’anno 2013, nel dettaglio per i singoli periodici, sono consultabili qui:

Qui invece i contributi diretti alle imprese editrici di giornali:

La proposta di abolizione del finanziamento pubblico all'editoria

La proposta del Movimento 5 Stelle, che nasce dopo un lungo dibattito online tra militanti ed iscritti, interviene in questo intricato sistema di norme abrogandone la gran parte e sopprimendo di fatto la disciplina transitoria. Come spiega un dossier della Camera resterebbero vigenti solo “le disposizioni di semplificazione per i periodici web di piccole dimensioni (art. 3-bis), nonché quelle che prevedono l'applicazione di agevolazioni tariffarie ai soggetti senza fini di lucro e alle associazioni d'arma e combattentistiche”.

In pratica (fatta salva la presenza di qualche lacuna nel testo, che abroga anche norme che non c’entrano nulla con il finanziamento ai giornali ma che garantiscono la modernizzazione del processo di distribuzione e vendita, la giusta determinazione dei rimborsi per le agevolazioni postali, i premi per le pubblicazioni di elevato valore culturale), si elimina il sistema del sostegno pubblico al comparto editoriale, scegliendo una diversa destinazione delle risorse.

La proposta grillina prevede che le risorse recuperate siano assegnate ai Comuni o alle reti di Comuni, affinché mettano in campo progetti per la realizzazione di nuovi sistemi di informazione. Si tratta di un meccanismo che dovrebbe servire ad incentivare “gli investimenti delle imprese editoriali di nuova costituzione finalizzati all'innovazione tecnologica e digitale e all'ingresso di professionisti di età inferiore a 35 anni e freelance”.

A margine, si segnala poi la proposta di abolire l'obbligo di pubblicazione dei bandi di gara delle amministrazioni pubbliche nei quotidiani nazionali e locali, sostituendolo con altre modalità di pubblicazione meno costose.

*La proposta non intacca invece il Fondo di garanzia per le imprese editoriali (che ha una dotazione di circa 15 milioni di euro) disposto nel febbraio di quest'anno.

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A Fanpage.it fin dagli inizi, sono vicedirettore e caporedattore area politica nella redazione romana. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica e comunicazione. Senza pregiudizi.
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