Il Pil tracolla e la disoccupazione viene tenuta a bada solo grazie al blocco dei licenziamenti. Mentre la produzione industriale fa segnare un pesante passivo e migliaia di Partite Iva chiudono. E settori come il turismo pagano il conto salato alla pandemia di Covid-19. Appena finite la trattative sui Ministeri, superate le diffidenze dei partiti e terminati i riti di Palazzo, Mario Draghi è atteso dal Paese reale: quello che chiede risposte. Perché la situazione economica e sanitaria resta grave, anche se l’attenzione mediatica si è orientata altrove, a causa della caduta del governo Conte 2. Tra le tante cose, gli esperti temono l’arrivo della terza ondata. Non è una certezza, ma c’è un’alta probabilità. "La terza ondata rischia di arrivare presto, quando ancora la seconda non ha affatto esaurito la sua forza", ha denunciato Nino Cartabellotta, presidente della fondazione Gimbe.

Le cifre raccontano un’Italia in grande sofferenza. Il Prodotto interno lordo, nel 2020, ha fatto registrare una flessione del 9%. Secondo le ultime stime dell’Istat sarebbe stata del 8,9%, la Commissione europea ha corretto di poco, indicando -8,8%. Certo, meno peggio del -9,9% previsto in precedenza. Il risultato non cambia di molto: la contrazione è tremenda. In questo scenario le imprese vivono un momento delicato. La produzione industriale è colata a picco, come era prevedibile. “Il 2020 si chiude con una diminuzione rispetto all’anno precedente dell’11,4%, il secondo peggior risultato dall’inizio della serie storica (che parte dal 1990), dopo la caduta registrata nel 2009”, ha riportato l’Istat. “La flessione – ha aggiunto l’Istituto nazionale di statistica – è estesa a tutti i principali raggruppamenti di industrie e, nel caso dei beni di consumo, è la più ampia mai registrata”. Insomma, un anno nero. Nessuno escluso.

Facile immaginare che non vada meglio sul versante del lavoro: a dicembre il tasso di disoccupazione è aumentato, toccando la soglia del 9%. Ma a evitare il boom di perdita di posti è lo stop, imposto per legge, ai licenziamenti. La scadenza del 31 marzo è quindi vista con grande preoccupazione. “È giusto prorogarla finché persiste lo stato di emergenza, ma occorre fin da adesso individuare i problemi che potrebbero nascere dal momento successivo allo sblocco del divieto”, dice a Fanpage.it la deputata Azzurra Cancelleri, segretaria di presidenza a Montecitorio del Movimento 5 Stelle. “Mi riferisco – aggiunge l’esponente del M5S – sia ai problemi dei lavoratori, che perderanno l'occupazione, ma anche ai problemi a cui vanno incontro gli imprenditori”. A farle eco Lorenzo Fioramonti, ex ministro dell’Istruzione e ora deputato del Gruppo Misto: “Il governo deve prolungare il blocco dei licenziamenti. E poi bisogna pensare subito a un sistema universalistico di welfare. Ci sono troppi tipi di intervento in questo senso”. “Bisogna – aggiunge Fioramonti – razionalizzare il sistema. Peraltro questo va in direzione della transizione: si può consentire di passare da un lavoro all’altro nella maniera più indolore possibile”.

Il settore simbolo della crisi è senz’altro il turismo. La Ue ha lanciato l’allarme nell’ultimo report sull’Italia: “Continuano a vacillare i servizi ad alta intensità di contatto, incluso il turismo sotto l'impatto economico della pandemia e sono nuovamente pronti a subire il peso delle misure di lockdown imposte”. Un’analisi confermata dall’ultimo bollettino ufficiale dell’Agenzia nazionale del turismo (Enit), che ha messo nero su bianco un quadro drammatico: “I visitatori totali internazionali e nazionali” sono calati “del 60% nel 2020 rispetto all'anno precedente, e rimarranno del 36% al di sotto dei valori del 2019 nel 2021, per un totale di 68 milioni di visitatori in meno nel 2020”. E, sottolinea l’Enit, in “termini di impatto economico sulla spesa turistica in entrata dall’estero il calo previsto si attesta a -30,2 miliardi di euro nel 2020 rispetto al livello del 2019”. Dall’unica forza di opposizione, Fratelli d’Italia, arriva una proposta tranchant: “Dichiariamo lo stato di emergenza per il turismo”.

Sul fronte delle Partite Iva il bilancio è altrettanto pesante.Nel periodo gennaio-dicembre 2020 risultano 320.435 chiusure”, ha comunicato il Ministero dell’economia e delle finanze (Mef). E, come era prevedibile, c’è stata una riduzione del numero di nuove aperture rispetto al 2019: “Sono state circa 464.700 le nuove partite Iva e in confronto all’anno precedente si è registrata una consistente diminuzione (-14,8%), effetto dell’emergenza sanitaria in corso”, ha spiegato il Mef. In questa ottica è andata anche meno peggio del previsto. La missione di Draghi, se non impossibile sicuramente difficile, è quella di reperire risorse per stimolare la ripresa. Perché il Recovery Plan è prezioso, ha una portata storica con i 209 miliardi di euro, ma non è certo un salvadanaio da cui attingere in continuazione.

E qui si pone la questione del fisco. “Al di là delle formule politiche, è necessario dare delle risposte concrete alle persone in materia fiscale. Penso alla possibilità di introdurre una reale web tax europea”, afferma Luca Pastorino, deputato di Leu e componente della Commissione Finanze. “Se non lo facciamo con questo governo presieduto da Draghi – rileva il parlamentare di Liberi e uguali – non la faremo più. Ma non dobbiamo girarci intorno: i colossi del web internazionali devono versare in Italia le tasse in proporzione a quanto guadagnano. Non è un’imposta in più, come potrebbe dire qualcuno, ma il rispetto del principio di progressività ineludibile. Soprattutto in un momento di grande crisi delle attività di prossimità. L’armonia in Parlamento su questo tema è trasversale: “Dobbiamo recuperare risorse? La digital tax deve essere introdotta per far pagare i colossi a far pagare le aliquote giuste”, ribadisce a Fanpage.it Marco Osnato, capogruppo di Fratelli d’Italia in Commissione Finanze a Montecitorio. In Legge di Bilancio un emendamento di Leu in tal senso non ha trovato l’intesa. Rinviando tutto.

Per Confindustria, con “la crisi da Covid-19 l’Italia ha avuto una contrazione in termini di Pil che porta il Paese indietro di 23 anni. Una vera e propria tempesta perfetta, causata in marzo-aprile da un doppio shock di domanda e offerta, che ha prodotto effetti dirompenti sull’economia italiana”. Mai come in questo caso c’è una comunanza di vedute con la Cgil: “Il dato 2020 testimonia gli effetti devastanti che la pandemia e le conseguenti misure di contenimento hanno prodotto su lavoro, economia, fiducia di cittadini e imprese”, ha osservato il sindacato. E come se ne esce? Cancelleri indica le priorità: “Quello che risulta più urgente, è sicuramente la previsione di un ulteriore decreto ristori per dare indennizzi a commercianti e imprenditori che sono stati costretti alle ultime chiusure. E contestualmente è opportuno un rinvio delle cartelle esattoriali magari prevedendo, per quanto possibile, lo stralcio di parte di esse”. Il deputato di Forza Italia, Sestino Giacomoni, lancia una proposta: “Serve l’istituzione di un Fondo in cui possano confluire risorse pubbliche, come ad esempio parte delle risorse del Recovery Fund, e private, come il risparmio raccolto su base volontaria, attraverso forme di incentivazione fiscale”. “Stiamo parlando di risorse ingenti – prosegue il parlamentare azzurro – ipotizzando una piccola percentuale, il 10% di quei 4.400 miliardi di risparmio italiano investiti in beni mobili o liquidi sui conti correnti. Con un appello fatto dal Presidente del Consiglio Draghi, il fondo potrebbe avere a disposizione oltre 400 miliardi da investire nel tessuto produttivo italiano”.

Da Fratelli d’Italia viene  quindi confermata la necessità di affrontare sfide complesse: “Abbiamo detto in mille modi che non abbiamo nulla contro Draghi. Riteniamo che non basti una figura autorevole per risolvere i problemi del Paese”, ha incalzato Osnato. C’è insomma un’Italia da governare in una condizione di grande complessità. E il Recovery plan, per quanto importante, non può risultare salvifico. E per Draghi, al cospetto di questi problemi, le beghe dei partiti diventano l’ultimo dei pensieri.