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20 Dicembre 2021
10:52

15 anni fa moriva Piergiorgio Welby, la moglie Mina: “Non è stata una vita triste, eravamo felici”

Nel 15esimo anniversario della morte di Welby la moglie Mina ripercorre gli ultimi mesi di vita del marito: “Piergiorgio mi domandò se fossi stata felice con lui. ‘Io sì, e tu?’, e lui: ‘Anch’io’. È stata per me la conferma che la nostra vita era giusta, come ognuno di noi se l’aspettava”, racconta a Fanpage.it.
A cura di Annalisa Cangemi
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"Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso – morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita – è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio … è lì, squadernato davanti a medici, assistenti, parenti". Piergiorgio Welby, affetto da distrofia muscolare, una malattia neuromuscolare degenerativa, aveva scritto queste parole in una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica Napolitano, nel settembre del 2006, per chiedere che gli venisse accordato il permesso di porre fine alle sue sofferenze.

Il 20 dicembre dello stesso anno, esattamente quindici anni fa, per sua esplicita richiesta e in apparente contrasto con le leggi vigenti, venne staccato dal respiratore artificiale che dal 1997 gli permetteva di vivere: se ne andò dopo 40 minuti, nel sonno, circondato da amici e parenti, compagni di strada e di lotta, che si erano riuniti attorno al suo letto per dargli l'ultimo saluto. Welby morì grazie all'aiuto del dottor Mario Riccio, che spontaneamente si era offerto di aiutarlo, e che per questo venne denunciato, per poi essere prosciolto da tutte le accuse. Riccio vinse la sua battaglia legale nel 2007: nel dispositivo della sentenza il giudice fece riferimento all’articolo 51 del Codice Penale, che prevede la non punibilità per il medico che agisce nel rispetto delle volontà del malato, compresa quella di rifiutare le terapie sancita dall’articolo 32 della Costituzione.

La sera in cui venne sedato, accanto a lui oltre a Marco Cappato e a Marco Pannella c'era sua moglie Mina, che ha poi raccolto il suo testimone e ha trasformato il dolore in battaglia politica, affinché in Parlamento venga approvata una legge sul fine vita. Mina Welby fa un bilancio, dopo questi anni di militanza: "Io non ho mai sofferto per il lutto dopo. Il lutto lo avevo già attraversato prima, perché vivevo da una parte l'ansia che lui non si svegliasse la mattina, e dall'altra parte volevo aiutarlo ad andarsene come chiedeva".

Oggi lei è co-presidente dell'Associazione Coscioni, ce lo racconta dopo averci fatto entrare nella camera che lei e il marito hanno diviso dal 1980, e che da quando le condizioni di salute di Welby iniziarono a peggiorare irrimediabilmente, divenne tutto il loro mondo. Della sua vicenda personale ci parla con la serenità di chi riempie le proprie giornate aiutando gli altri, con quella genuinità che solo le persone davvero in pace con se stesse e senza rancori riescono a comunicare. E quando condivide con noi alcuni ricordi del marito spesso scoppia a ridere di cuore, senza mai cedere alla malinconia: "Anche quando lui stava in quelle condizioni veramente gravi noi avevamo ancora da ridere. Venivano anche tanti ragazzi a trovarlo, lui parlava con loro, mentre io preparavo il tè o il caffè. E si sentiva la voce di mia suocera dall'altra stanza: ‘Ma che c'avete sempre da ridere'. E noi scherzando: ‘E vieni, vieni qui, così ridi pure tu!'".

"Non era una vita triste. Piergiorgio mi domandò se fossi stata felice con lui. ‘Io sì, e tu?', e lui: ‘Anch'io'. È stata per me la conferma che la nostra vita era giusta, come ognuno di noi se l'aspettava". Delle ultime ore trascorse con il marito nella mente di Mina riaffiorano alcuni particolari: "Gli proposi di ascoltare qualche disco e gli domandai se voleva guardare dei filmati, ma lui mi disse di no. Era come se lui volesse allontanare da sé tutto, per non ripensarci, per non provare il dolore del distacco".

Nella casa in cui ha vissuto con il marito, in cui abitavano anche i suoi suoceri, Mina conserva tutto con cura: gli oggetti, le lettere, le fotografie, i libri e anche i quadri alle pareti dipinti da Piergiorgio, il quale amava ritrarre nature morte, girasoli, cavalli. Queste opere, tra cui ci sono anche autoritratti, verranno esposte in una mostra al MAXXI a febbraio. Mina tira fuori da un armadio bianco alcune tele per mostrarcele. Negli ultimi tempi, quando il marito non aveva più la forza di dipingere, era lei che lo aiutava a realizzarle.

Ripercorre quegli 88 giorni che intercorsero tra la richiesta ufficiale di Piergiorgio di poter morire e la fine del suo calvario, che lui stesso aveva paragonato alla prigionia di Aldo Moro. Da cattolica si ricorda bene di quel 21 novembre del 2006, quando la Chiesa cercò ancora una volta di mettersi di traverso, riaffermando in un messaggio la sua contrarietà all’eutanasia.

Negli ultimi tempi Piergiorgio non riusciva più a dormire di notte, riusciva solo ad appisolarsi di giorno di tanto in tanto. Mina non si allontanava più dal suo capezzale, perché suo marito necessitava di assistenza costante, avendo sempre bisogno che ci fosse qualcuno a sorreggerlo anche per stare seduto, perché, come ha confermato anche l'autopsia, quando è morto non aveva più un muscolo.

"C'era un prete che ci veniva a trovare almeno una volta al mese, e io gli dissi che non potevo più andare a messa la domenica. Ma lui mi disse di non preoccuparmi perché la mia messa era qui ogni giorno perché avevo un Crocifisso in carne e ossa sul letto. Questa per me fu una grande consolazione". Un conforto che invece le venne negato dopo la morte di Piergiorgio: il cardinal Ruini si oppose alla celebrazione dei funerali in chiesa, dichiarando di aver preso personalmente la decisione, perché "Per la Chiesa il suicidio è intrinsecamente negativo". Il 24 dicembre 2006 ci fu però un grande funerale laico molto partecipato in piazza Don Bosco a Roma, di fronte alla chiesa che avrebbe dovuto ospitare il rito religioso.

Il caso di Piergiorgio Welby, che durante la sua attività politica è stato anche co-presidente dell'Associazione Luca Coscioni e iscritto ai Radicali italiani, è quello che per primo ha acceso il dibattito sull'eutanasia legale in Italia. Dopo 15 anni dalla sua morte il referendum per l'eutanasia legale potrebbe svolgersi la prossima primavera: l'Associazione Coscioni è riuscita a raccogliere oltre un milione di firme, e si attende solo il via libera definitivo della Corte Costituzionale, che si esprimerà sull'ammissibilità del referendum il prossimo 15 febbraio.

Non più tardi di una settimana fa è approdato alla Camera il ddl sul suicidio assistito, che però non comprende l'eutanasia legale, e lascia fuori molti malati, che non rientrerebbero nei requisiti indicati nel testo, così come è. La discussione generale si è aperta con un'Aula semi-vuota: un inizio deludente che lascia presagire un iter tutt'altro che semplice per il ddl, che rischia di fare in Parlamento la fine del ddl Zan.

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