Leoluca Orlando ha annunciato in conferenza stampa di aver chiesto al capoarea dell’anagrafe di Palermo di non applicare le disposizioni del Decreto Salvini relative ai migranti, riunendo sulla linea della sospensione del provvedimento governativo anche altri sindaci, da De Magistris, secondo cui Salvini avrebbe una pietra al posto del cuore, a Pizzarotti che solleva qualche dubbio sulla fattibilità amministrativa della disapplicazione. Da parte sua, Salvini reagisce, con numerose dichiarazioni: in radio, sui social e con video-dirette. E, ancora una volta, elude la sostanza e torna al campo elettorale, facendo il suo gioco in termini di comunicazione.

Innanzitutto, evita accuratamente di parlare di obiezione di coscienza. Sebbene infatti in questa definizione rientri la disapplicazione ufficiale di una legge ingiusta per rispettare un più alto sistema di valori, una posizione dura sul punto porterebbe Salvini a scontrarsi con le posizioni di un suo passato nemmeno troppo remoto: era il 2016 quando il leader della Lega invitava i sindaci a disobbedire a una legge votata dal Parlamento, quella sulle unioni civili.

In quel caso, peraltro, la qualificazione del rifiuto dei sindaci si sarebbe difficilmente qualificata come obiezione di coscienza: mancava infatti un sistema superiore di valori in conflitto insanabile con la norma disapplicata. Nel caso odierno, invece, è lo stesso Orlando a chiarire che la mancata applicazione dell’articolo 13 del decreto, quello che impedisce di iscrivere all’anagrafe le persone in possesso di permesso di soggiorno (quindi non gli “immigrati irregolari”, come erroneamente continua a dire Salvini) risponderebbe all’esigenza superiore di non violare la Costituzione. Senza l’iscrizione all’anagrafe, infatti, non è possibile accedere a servizi essenziali quali ad esempio quelli sanitari: ma il diritto alla salute è riconosciuto dalla Carta costituzionale come diritto dell’individuo (non del cittadino) e come interesse della collettività.

Così, da Twitter a Facebook, passando per le videodirette dalle piste da sci e dal rifugio, il ministro rigira a suo favore le dichiarazioni dei sindaci, inserendole nella sua comunicazione. Salvo pochi accenni, quindi, non si sofferma sulle reazioni giuridiche (che potrebbero perfino danneggiarlo, nel caso in cui decida di iniziare un contenzioso che termini con la dichiarazione di illegittimità costituzionale del decreto), ma continua a ripetere che i sindaci risponderanno della loro disobbedienza ai cittadini, innalzando ancora il consenso elettorale a principio regolatore del sistema democratico.

Salvini, come ogni buon leader populista, pone infatti la volontà della maggioranza, la reazione del popolo, come fonte (o pena) di ogni decisione. Eppure la democrazia non è questa: se è vero che la sovranità appartiene al popolo, è anche vero che essa si esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, che sono per l’appunto quei diritti, di tutti e quindi anche delle minoranze, che né la legge, né i cittadini possono calpestare. Non solo. Un popolo è sovrano solo se è pienamente informato, perché solo con la completa informazione i cittadini possono esercitare con consapevolezza -e quindi con giustizia- il loro potere.

Ancora una volta il ministro fomenta una guerra tra poveri: basti pensare alla perpetua contrapposizione tra italiani e stranieri, in base alla quale i sindaci che dichiarino di non vietare l’iscrizione all’anagrafe degli stranieri non si starebbero occupando degli italiani, o al continuo riferimento agli immigrati irregolari, quando la norma che i sindaci vogliono sospendere si riferisce a stranieri con permesso di soggiorno. Appellandosi alla reazione dei cittadini e attizzandone le paure e gli egoismi, Salvini concede allora una sovranità svuotata, perché attribuita senza limiti a un popolo ingannato più che informato.