Avevo chiesto il confronto con Renzi qualche giorno fa, quando lui era il candidato premier di quella parte politica. Il terremoto del voto in Sicilia ha completamente cambiato questa prospettiva. Mi confronterò con la persona che sarà indicata come candidato premier da quel partito o quella coalizione”. Con queste parole, inserite in un lungo post pubblicato sulla sua pagina Facebook, Luigi Di Maio ha ritirato la sua disponibilità a partecipare al duello televisivo con il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi.

Un duello che lui aveva voluto, scegliendo la tempistica, imponendo la rete televisiva e il conduttore che gli davano le maggiori garanzie. E che lui adesso manda a monte, lasciando che nel salotto di Floris si sieda Alessandro Di Battista, per una semplice intervista, che con una buona dose di fantasia i 5 Stelle stanno spacciando per “confronto indiretto”.

Ma perché Di Maio ha cambiato idea? Cosa è successo in questi ultimi giorni? Prendiamo per buona la sua versione, tanto per cominciare. “Il Pd è politicamente defunto. A quello che leggo oggi sui giornali in interviste di esponenti Pd, non sappiamo neanche se Renzi sarà il candidato premier del centro sinistra”, scrive Di Maio, pronosticando che nella prossima direzione nazionale del PD Renzi sarà chiamato a dare un passo indietro e rinunciare al ruolo di “candidato alla Presidenza del Consiglio”. Inoltre, aggiunge, “il terremoto del voto in Sicilia” ha completamente cambiato prospettiva politica, sancendo che il vero avversario del M5s è il centrodestra unito. Dunque, il ragionamento di Di Maio è il seguente: Renzi non è più il leader del centrosinistra ma soprattutto non è il mio competitor per Palazzo Chigi, quindi il confronto non ha più senso.

Ci sono però tanti problemi e molte incongruenze in una ricostruzione di questo tipo. Cominciamo dal più evidente e rilevante dal punto di vista politico. Il risultato della Sicilia è del tutto in linea con le aspettative della vigilia e da mesi i sondaggi indicano il vantaggio della coalizione di centrodestra rispetto al centrosinistra e al MoVimento 5 Stelle. Insomma, che il PD non sia il solo competitor del M5s e che le cose per i democratici in Sicilia andassero male erano fatti risaputi da tempo e l’esito del voto (peraltro il PD è sui livelli di 5 anni fa…). Dunque, o Di Maio ha sbagliato prima nel lanciare la sfida o sta sbagliando ora nel cancellarla.

Altra questione, meno politica e più di tipo comunicativo. Per molti quella di Di Maio è una astuta mossa strategica per evitare di lanciare un salvagente a Renzi nel momento di massima difficoltà, non legittimandolo come vero avversario nella corsa a Palazzo Chigi. Tale scelta, però, si scontra con due veri e propri dati di fatto: non è Di Maio a scegliere il leader di un altro partito e, soprattutto, la nuova legge elettorale non prevede che sia individuato il leader della coalizione prima delle elezioni. Quest’ultimo aspetto, non di poco conto, consentirà per esempio a un centrodestra diviso su tutto, dalla leadership al programma, di presentarsi in scioltezza con 3 (o più) leader in pectore, senza porsi nemmeno il problema del “nome per Palazzo Chigi”. Non si capisce perché, dunque, il segretario del PD debba dunque sconfessare una delle regole statutarie del partito e non presentarsi come leader del primo / secondo soggetto politico italiano. Insomma, Renzi è ancora l’avversario / uno degli avversari di Di Maio e non sarà una sconfitta annunciata a cambiare questo stato di cose.

Ci sarebbe poi da fare anche una valutazione sull'efficacia della mossa del candidato del MoVimento. Oltre alla proliferazione di meme e post virali basati sullo slogan "Di Maio scappa" (gioverà ricordare che #RenziScappa era stato uno degli hashtag più usati dagli avversari politici dell'ex presidente del Consiglio, per sottolineare la vastità del dissenso sul territorio da parte di cittadini e movimenti), il polverone seguito alla cancellazione del confronto televisivo ha raggiunto un unico scopo: far passare completamente in secondo piano la debacle del centrosinistra alle elezioni in Sicilia (e a Ostia). Renzi ne esce come quello che non ha paura del confronto, ma soprattutto come quello che rispetta il volere dei cittadini. Uno dei passaggi più controversi del post di Di Maio, infatti, riguardava la possibilità che di arrogarsi il diritto di scegliersi l'avversario, e Renzi non si è lasciato sfuggire l'occasione di ribaltare l'accusa: "Chi è il leader del Pd lo decidono le primarie, cioè la democrazia interna. Non lo decidono le correnti, non lo decide il software di un'azienda privata, non lo decide Di Maio. Lo decide un popolo meraviglioso che viene ogni giorno insultato sul web da profili falsi e odiatori veri. La loro fuga nasce dalla paura, tutto qui".

Possibile invece che, come dicono altri opinionisti, i 5 Stelle non abbiano voluto un confronto dopo il risultato della Sicilia, che ha visto la vittoria del centrodestra? Difficile pensarlo, poiché quella di Cancelleri non è stata la spallata decisiva, ma è comunque stato un risultato epocale, nei numeri e nelle conseguenze per il dibattito politico dei prossimi mesi. Sedersi al tavolo del confronto avendo più che doppiato l'avversario in una regione come la Sicilia sarebbe stato un punto di forza, di certo non un problema.

E allora, Di Maio ha davvero sbagliato tutto? Come detto, ci sono diversi indizi che fanno pensare a una scelta avventata, "o prima nel lanciare la sfida, o adesso nel cancellarla". Però sarebbe sbagliato non tenere conto di un aspetto centrale, ossia la capacità di dettare l'agenda e scegliere il terreno su cui affrontare i propri avversari politici. Per quanto in modo confuso, Di Maio ha ottenuto da Renzi la legittimazione più importante, quella di competitor reale per la corsa alla Presidenza del Consiglio. Solo qualche mese fa Renzi si diceva disposto ad affrontare Grillo "nella sua veste di capo del Movimento Cinque Stelle, o in alternativa Davide Casaleggio, nella sua veste di proprietario del Movimento Cinque Stelle", negando di fatto l'esistenza di una classe dirigente autorevole del M5s e alimentando la narrativa di un gruppo eterodiretto. Con questa mossa, discutibilissima, Di Maio ottiene dunque la definitiva consacrazione come leader. Per il confronto ci sarà tempo, forse.