La protesta dei bimbi del villaggio beduino di Khan al Ahmar contro la demolizione della ʽScuola di Gomme’ (Vento di Terra)
in foto: La protesta dei bimbi del villaggio beduino di Khan al Ahmar contro la demolizione della ʽScuola di Gomme’ (Vento di Terra)

La Corte Suprema israeliana ha deciso che il villaggio beduino di Khan Al Ahmar con la sua ʽScuola di Gomme’ saranno demoliti e i suoi abitanti verranno trasferiti altrove. A partire dal 1 giugno, giorno in cui la sentenza è divenuta esecutiva, il governo israeliano potrebbe in qualsiasi momento ordinare di radere al suolo il villaggio in cui vivono circa 180 persone e la sua piccola scuola, diventata negli anni il simbolo del diritto all'istruzione e della difesa dei diritti delle comunità beduine della Palestina controllata da Israele.

La ʽScuola di Gomme’, realizzata nel 2009 dall'Ong Vento di Terra con il contributo della cooperazione italiana, è una struttura senza fondamenta, costruita con pneumatici usati e progettata dallo studio Arcò di Milano per rispondere alle complesse normative imposte dall'esercito israeliano e alle esigenze delle comunità locali. Una struttura – specifica l'organizzazione umanitaria italiana – che per caratteristiche costruttive e materiali utilizzati, è considerata un esempio nell'ambito dell’architettura bioclimatica. Ma non si tratta di una semplice costruzione “perché in quel luogo – sottolinea Vento di Terra – risiedono le speranze di un futuro migliore, di un futuro di pace, per oltre 170 bambini del villaggio e di cinque comunità vicine alla scuola”. Minori che a causa delle limitazioni imposte dai militari e dell’isolamento dei villaggi dove risiedono non hanno alternative reali e rischiano di perdere il diritto all'istruzione primaria.

Il 24 maggio scorso, la Corte Suprema israeliana, nel ribadire che il villaggio di Khan al Ahmar è costruito senza i necessari permessi, ha poi stabilito che i suoi abitanti saranno ricollocati da un’altra parte. “Il sito individuato per il trasferimento, Jabal West, ad Azaria, è un ambiente urbano vicino alla discarica principale di Gerusalemme (ancora in uso), del tutto inadatto alla cultura desertica dei beduini”, si legge in un post della pagina Facebook dell’Ong Vento di Terra. Originari di Tel Arad nel sud di Israele, i residenti di Khan al Ahmar furono costretti a sfollare nel 1951 e si trasferirono nel deserto a est di Gerusalemme. Negli anni ’90, Israele iniziò a pianificare il secondo dislocamento della comunità in una nuova area per favorire l’espansione della colonia israeliana di Kfar Adumim. A fronte della causa intentata dallo Stato israeliano, dalle colonie limitrofe e dalla Società stradale Maan, la Corte Suprema israeliana si è espressa una prima volta nel novembre 2009 invitando le parti a trovare un accordo. Negli anni successivi, le autorità israeliane hanno presentato un piano per trasferire altrove i beduini, piano respinto tanto dalle comunità interessate, quanto dagli organismi internazionali.

Per i militari israeliani la zona dove sorge il villaggio è considerata strategica ai fini del completamento del “Muro di Separazione”, che dovrebbe dividere in due tronconi ciò che rimane dei Territori Palestinesi. E così, dal primo di giugno, senza preavviso, in ogni momento, che sia giorno o notte, potranno arrivare i militari dell’esercito per distruggere tutto, compresa la ʽScuola di Gomme’. Una situazione che sta generando un terribile stress e tensione tra i bimbi e le famiglie di Khan al Ahmar. In queste settimane si sono susseguiti numerosi appuntamenti per protestare contro il possibile trasferimento della comunità: oltre alle Ong internazionali e alle autorità palestinesi, anche la sinistra israeliana e alcuni gruppi di coloni hanno protestato attivamente contro la demolizione.

Per cercare di salvare la ʽScuola di Gomme’ in Palestina si sono mobilitate anche migliaia di persone sul web. Il 25 maggio, Angela Celeste Costantino, decoratrice e viaggiatrice, ha lanciato sulla piattaforma di Change.org una petizione che già raggiunto più di 370.000 firmatari tra Italia, Francia, Gran Bretagna e Turchia. Nelle ultime ore migliaia le persone con l'hashtag #SaveOurSchool stanno chiedendo pacificamente attraverso un cosiddetto "social bombing" al premier israeliano, Benjamin Netanyahu, di cambiare idea e non distruggere la scuola.

Anche il ministero degli Esteri italiano si è mosso per impedire la demolizione di Khan Al Ahmar e della sua scuola. “La demolizione del villaggio comprometterebbe la realizzabilità della prospettiva di uno Stato palestinese contiguo e, conseguentemente, della soluzionte dei due Stati. Per questa ragione, oltre che per ragioni umanitarie e di rispetto della legalità internazionale, la Farnesina reitera pertanto la richiesta rivolta in numerose occasioni alle Autorità israeliane affinché non venga data attuazione alle misure sopramenzionate”, si legge in una nota. “La scandalosa decisione presa la settimana scorsa dalla Corte Suprema di permettere all'esercito israeliano di demolire l’intero villaggio di Khan al-Ahmar è stata un colpo tremendo per le famiglie che da quasi dieci anni stanno facendo una campagna di informazione e combattono una battaglia legale per rimanere sulla loro terra e preservare le loro abitudini di vita. Procedere con la demolizione non sarebbe solo un atto di crudeltà, ma rappresenterebbe anche un trasferimento forzato, che è un crimine di guerra”, ha detto Magdalena Mughrabi, vice-direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa.

La demolizione della scuola di Khan Al Ahmar – denuncia Vento di Terra – creerebbe un pericoloso precedente e un danno notevolissimo alla comunità locale, ponendo le basi per una sua rapida deportazione. ​“Facciamo sì che non vengano calpestati i diritti alla vita, alla libertà, all'istruzione, di piccoli innocenti la cui scuola rappresenta l'unico mezzo di riscatto, di cultura, di apprendimento, di socialità, per costruire un futuro migliore”, è l’appello di Angela Celeste, la promotrice della petizione. “Se si distrugge una scuola, si distrugge la libertà, la cultura, la vita stessa, il futuro”.