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Coronavirus
17 Marzo 2020
17:30

Da “semplice influenza” a pandemia: così il negazionismo ha permesso al coronavirus di dilagare

Il virus SARS-CoV-2 (Sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2) ha raggiunto tutto il mondo. I contagiati sono decine di migliaia e il numero di morti cresce di ora in ora. Molti governi, nonostante i dati allarmanti che arrivavano dalla Cina, hanno all’inizio minimizzato la sua portata ritardando l’adozione di misure restrittive. Oggi, da quando l’Oms ha dichiarato il Covid-19 una pandemia, quasi tutti i Paesi stanno correndo ai ripari in una disperata lotta contro il tempo.
A cura di Mirko Bellis
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La diffusione del virus SARS–CoV–2 ha raggiunto tutto il mondo (John Hopkins University)
La diffusione del virus SARS–CoV–2 ha raggiunto tutto il mondo (John Hopkins University)
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Coronavirus

Il virus SARS-CoV-2 (Sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2) ha raggiunto tutto il pianeta. Secondo gli ultimi dati diffusi dalla John Hopkins University, 155 Paesi e regioni registrano casi di contagio. Oltre 180mila le persone infette e 7.154 i morti, ma il bilancio di vittime cresce di ora in ora. Lo scorso 11 marzo, l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha classificato il Covid-19 come pandemia. L’infezione, rilevata per la prima volta il 31 dicembre 2019 nella città cinese di Wuhan, sta trasformando la vita di milioni di persone in tutto il mondo. Tuttavia, nonostante i dati allarmanti che arrivavano dalla Cina, molti governi hanno sottovalutato il pericolo rappresentato dal coronavirus. “È poco più di un’influenza stagionale” oppure “colpisce solo pazienti con patologie pregresse”, fino ad arrivare al più cinico “muoiono solo gli anziani”, erano le frasi che i cittadini, sempre più preoccupati, si sentivano ripetere dalle autorità e da alcuni media.

Nella maggior parte dei Paesi, l’adozione di misure stringenti per contenere il contagio è avvenuta solo quando è apparso chiaro che il SARS-CoV-2 non era una normale influenza e il numero di ammalati avrebbe fatto collassare i sistemi sanitari. E così, dai messaggi per evitare l’allarmismo e il panico, nel giro di pochi giorni milioni di persone si sono viste piombare in una situazione simile a quella di una guerra. Tutte le nazioni colpite dal coronavirus hanno cominciato a decretare limitazioni alla libertà di movimento e di riunione, la chiusura di scuole e università o a sigillare le proprie frontiere, solo per citare le misure più comuni adottate in diverse parti del pianeta.

Il momento in cui sono stati presi questi provvedimenti, tuttavia, è forse il maggior indicatore di come la pandemia da Covid-19 abbia colto impreparati quasi tutti i governi, anche quelli delle nazioni più potenti al mondo. Ritardi difficilmente comprensibili, anche alla luce dei dati dei contagiati nei vari Paesi. I numeri elaborati da alcuni ricercatori, come Silvia Merler dell’Algebris Policy & Research Forum, dimostravano chiaramente che era solo una questione di giorni prima che il Covid-19 arrivasse ad infettare con la stessa intensità già vista in Cina o Italia anche altre nazioni fino a quel momento con quasi nessun focolaio. 

Mentre l’Italia veniva duramente colpita (27980 contagiati, di cui 2158 morti, secondo l’ultimo bollettino del 16 marzo), tanto da costringere il premier Giuseppe Conte a dichiarare l’intero Paese “zona protetta”, molti altri governi hanno aspettato ad adottare misure di contenimento del coronavirus. Basti pensare alla Francia, dove fino a pochi giorni fa, il presidente Emmanuel Macron lanciava messaggi rassicuranti alla popolazione, salvo poi decidere in queste ore la chiusura totale del Paese, quando ormai i contagiati sono 6.633 e le vittime 148. Oppure agli Stati Uniti, con Donald Trump che, dopo aver snobbato la pandemia, venerdì 13 marzo ha decretato lo “stato di emergenza”. “La situazione non è sotto controllo”, ha dichiarato il presidente Usa, prima di definire il Covid-19 un “nemico invisibile”. Affermazioni che arrivano quanto negli Stati Uniti i contagiati sono 4.461 e i morti 85.

La stessa cancelliera Angela Merkel, praticamente assente durante la prima fase di diffusione del virus in Europa, ha affermato la scorsa settimana nel suo primo intervento davanti alla stampa che “tra il 60 e il 70 per cento della popolazione tedesca si infetterà con il coronavirus”. La Germania, dove finora i casi confermati sono 7.588 e 17 le persone decedute, ha quindi seguito la strategia italiana con la chiusura di negozi, bar, musei e molte altre attività non essenziali per arginare l'epidemia da Covid-19. Tra le misure da vietare vi sono incontri in chiese, moschee, sinagoghe o altri luoghi di culto. “Misure come queste non ci sono mai state in Germania”, ha dovuto ammettere Angela Merkel.

E ancora: c’è il caso della Spagna, che in pochi giorni è diventato il secondo Paese del Vecchio Continente per numero di contagi, dopo l’Italia. L’esecutivo di Pedro Sanchez è stato costretto dai numeri (9.942 contagiati e 342 morti) ad adottare misure draconiane, fino a schierare l’esercito nelle strade e a mettere la sanità privata al servizio di quella pubblica per riuscire a salvare quante più vite possibile. “È l’ora della responsabilità”, ha dichiarato alla nazione il presidente del governo spagnolo mentre decretava “lo stato d’allerta”. E che dire del premier inglese Boris Johnson. Dopo aver annunciato che “molte famiglie perderanno i loro cari” a causa del coronavirus, il primo ministro conservatore ha decisamente cambiato tono dichiarando  che il Regno Unito si sta avviando a una fase di "rapida crescita" della curva dei contagi. Per questa ragione il premier ha esortato le famiglie a rimanere in casa per 14 giorni se un membro è malato. Gli inglesi, che fino a pochi giorni fa sembravano immuni al coronavirus, a partire da adesso devono evitare al massimo i contatti non essenziali lavorando da casa quando possibile, rinunciando a pub, teatri e cinema.

Adesso che il virus SARS-CoV-2 ha raggiunto anche il continente africano, c’è solo da aspettarsi che le misure messe in atto dai governi di tutto il mondo riescano a contenerne la diffusione prima della scoperta di una cura. Se questa contro il coronavirus può essere considerata alla stregua di una guerra dovremmo solo sperare che causi il minor numero di vittime.

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