Filo spinato e lacrimogeni: così l’esercito israeliano impedisce ai bambini palestinesi di andare a scuola

Masafar Yatta, villaggio di Umm al-Khair, Cisgiordania occupata. Circa quaranta alunni preparano lo zaino per andare a scuola. Sono di età compresa tra i cinque e i diciassette anni. L’indomani sarà il primo giorno di riapertura dopo oltre 40 giorni di chiusura di tutti gli istituti scolastici della Cisgiordania. Già prima di questo ennesimo conflitto regionale le scuole funzionavano solo tre giorni a settimana, a causa di un complesso di ragioni economiche e politiche. La chiusura totale è dovuta alla guerra che Israele e Stati Uniti hanno dichiarato al Libano e all'Iran, allargatasi a macchia d'olio in tutti i paesi limitrofi. Questa scelta strategica iraniana mostra quanto il conflitto in corso sia vissuto come minaccia esistenziale da parte di Teheran.
Il mattino seguente i bimbi, zaino in spalla, si apprestano a imboccare il sentiero che, dopo un chilometro, li conduce alle aule. Si scende una piccola valle rocciosa per risalire sull'altra sponda, ma il cammino è sbarrato da filo spinato militare. Questo tipo di recinzione ad alta sicurezza in Italia è chiamato "concertina", per via della somiglianza allo strumento musicale che si produce quando si aprono le bobine.

Il filo non impedisce completamente il passaggio: è stato posto lì come monito. Alcuni dei bambini cercano di fiancheggiare l'ostacolo, altri siedono a osservare. L'esercito israeliano, stranamente già presente sul posto, risponde con granate assordanti e lacrimogeni. Scoppia il panico, molti sono talmente piccoli che risulta difficile immaginarli mentre scappano dal gas in salita e tra le pietre. Il racconto di quanto accaduto nei giorni precedenti è di Kahleel Mohammaed, capo del villaggio.
Le registrazioni delle telecamere di sorveglianza che abbiamo modo di visionare mostrano individui che posizionano il filo di notte. Molti sono certi che si tratti di residenti del vicino insediamento israeliano di Carmel, fondato nel 1981. La data sullo schermo risale al giorno prima della riapertura delle scuole. Ai lati sono state poste due bandiere israeliane e, qualche giorno dopo, è comparsa una grande stella di David fatta di sassi, ben visibile dalla sponda opposta della valle dove si trova il villaggio di Umm al-Khair.

Nell'agosto 2025 sono invece iniziati i lavori di quello che oggi è un nuovo insediamento israeliano, vicinissimo alle case dei palestinesi, che ora si trovano circondati da coloni su tutti i lati. Questo attacco dell’esercito contro bambini indifesi è avvenuto lunedì 13 aprile, dopo 44 giorni di stop completo delle lezioni.
"La comunità di Umm al-Khair con il supporto dell’ufficio locale del Ministero dell’Istruzione palestinese, dipartimento della città di Yatta e sud di Hebron ha deciso di indire una manifestazione di protesta e un presidio, presso il filo spinato che impedisce di raggiungere la scuola". Ad informarci è Bassar Jaber, direttore del dipartimento sopracitato. "La data scelta – spiega – è stata domenica 19 aprile, primo giorno della seconda settimana di cessate il fuoco durante la quale la scuola avrebbe dovuto ospitare gli alunni".
Eid Suleman, residente del villaggio, è attivista per la pace e difensore dei diritti umani. Ci accoglie all’ingresso di un piccolo parco giochi. Sono le sette del mattino, la manifestazione inizierà tra mezz’ora, l’orario in cui di solito gli studenti si muovono per raggiungere le classi. Tra loro ci sono tre dei suoi figli: Leen di 15 anni, Jury di 11 e Julian di 7. Li indica guardando con orgoglio e afferma: "Molti sono cugini, fratelli e sorelle tra loro, le famiglie sono numerose. Il cognome più diffuso è Hathaleen. Ci siamo mobilitati per avere il supporto degli attivisti internazionali, Faz3a, ISM e UCPiP hanno subito accolto il nostro appello".

"Vogliamo pace e diritto all’istruzione per i nostri figli. – continua – Tutti i bambini del mondo dovrebbero avere queste garanzie, si tratta di umanità. Chiediamo al mondo solidarietà per il loro diritto all’educazione e alla sicurezza".
Alla testa del corteo c’è uno striscione con la scritta: "Scuola di libertà di Umm al-Khair". È retto dai più grandi dei ragazzi e delle ragazze. Da dietro spuntano appena le piccole mani che reggono i cartelli colorati con scritte in inglese e arabo che recitano: "Aprite la strada. Vogliamo imparare. Proteggete il nostro diritto all’educazione. Abbiamo bisogno di un passaggio sicuro per raggiungere la scuola. Salvate i bambini di Umm al-Khair".
La marcia è accompagnata dal ritmo di due tamburi djembe che gli alunni imparano a suonare per un'ora il giovedì, con l’insegnante di musica. Cantano divertiti, mentre osservano tutti questi stranieri. Arrivano al filo, si siedono ed estraggono i libri per iniziare una lezione di protesta all'aperto. Dopo pochi minuti, arrivano i primi quattro militari, che si avvicinano armati all'area in cui si trovano i giovani manifestanti. Sono presenti genitori, insegnanti, giornalisti e attivisti. I bambini si alzano e con sorprendente carisma e determinazione iniziano a rivolgere loro canzoni e istanze. I soldati rimangono impassibili per la prima mezz'ora.
"Aprite la strada". È ripetuto in inglese e in arabo come intermezzo a diverse canzoni che tutti sanno a memoria. I militari diventano presto una quindicina. Sono sparsi lungo la sponda opposta della valle. C'è l’esercito, la polizia di frontiera, e la sicurezza armata dell’insediamento di Carmel. Proprio da questo insediamento gli abitanti di Umm al-Khair presumono che sia arrivata l’idea di bloccare il passaggio. "È un'azione illegale, in quanto questa è proprietà privata".
Ci spiega Bassam Jaber: "Le forze dell’ordine invece di rimuovere il filo spinato, attaccano i ragazzi che vogliono andare a scuola. Hanno proposto una via alternativa, lunga tre chilometri al posto di uno. Il problema è che passa tra l’insediamento di Carmel e il nuovo avamposto, lungo la strada dove i coloni guidano le loro auto a tutta velocità. Non è sicura".
I quattro soldati che stanziano di fronte agli studenti vengono più volte interpellati da Kahleel Mohammaed: "Aprite la strada, rimuovete questa barriera. Stiamo parlando di bambini che vogliono andare a scuola". Li incita a dialogare: "Sono qui e vi sto parlando da essere umano, siete militari, fate rispettare la legge". I soldati si limitano a indicare l’altra strada e a prendere in giro i bambini ciondolando al ritmo dei loro cori, mentre battono le mani e mimano il simbolo di un cuore con le dita. Subito dopo, si avvicinano per riprendere da vicino con i cellulari i volti dei presenti: palestinesi che ancora non conoscono e stranieri presenti. Invieranno tutto il materiale a chi sa cosa farne.