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Il caso dei cecchini italiani a Sarajevo

“Ho visto un cecchino pagare per uccidere un bambino a Sarajevo”: l’intervista esclusiva al testimone dei safari umani

Piškotek è un testimone oculare dei “safari umani” di Sarajevo: turisti di Paesi occidentali che pagavano per poter uccidere civili, anche bambini, durante gli anni dell’assedio. A Fanpage.it ha raccontato in un’intervista esclusiva in completo anonimato di conoscere l’identità di alcune di queste persone e di aver temuto di morire per questo.
Civili in fuga dai cecchini a Sarajevo durante l’assedio della città. (Foto da Getty Images)
Civili in fuga dai cecchini a Sarajevo durante l’assedio della città. (Foto da Getty Images)
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di Enrico Spaccini e Beatrice Barra

Quando hanno sparato a un bambino non potevo crederci. Dopo aver visto una cosa del genere mi sono detto: ‘Finché non esco dalla Bosnia, sono un uomo morto’. Sono rimasto in silenzio fino a quando con un volo umanitario sono atterrato a Spalato, solo allora ho capito di essere vivo”. A parlare a Fanpage.it, in un’intervista esclusiva, è “Piškotek” (“biscotto”, in sloveno), testimone oculare dei “safari umani” che hanno causato la morte di moltissimi civili durante l’assedio di Sarajevo. Per raccontare la sua esperienza ha chiesto la massima tutela della sua identità: “Avevo nascosto tutto questo nel profondo di me stesso e preferivo tacere, capite? Per molto tempo ho avuto timore per la mia vita”.

L’assedio di Sarajevo da parte delle truppe serbo-bosniache è durato dal 5 aprile 1992 – giorno della dichiarazione dell’indipendenza della Bosnia Erzegovina dalla Jugoslavia – al 29 febbraio 1996, a seguito dell’accordo di Dayton. Lo scorso novembre, la Procura di Milano ha aperto un’indagine sui cecchini stranieri, chiamati anche “cecchini del weekend”, che partivano da diversi Paesi occidentali – tra cui anche l’Italia – e che avrebbero pagato ingenti somme di denaro per poter sparare sui civili per “divertimento”. L’inchiesta italiana conta, ad oggi, quattro indagati, ma sono stati già aperti fascicoli simili in Austria, Svizzera e nella stessa Bosnia ed Erzegovina.

Anche a oltre 30 anni di distanza, testimonianze come quella di Piškotek restano fondamentali per poter comprendere un fenomeno come i “safari umani” che, ancora oggi, vive solo nella memoria di chi li ha subiti. Grazie alla sua copertura come giornalista, ha potuto raccogliere informazioni preziose sull’assedio e i suoi crimini.

Cosa può dirci sul suo conto?

Nome e cognome non ve li posso dire. In quel periodo mi avevano dato il soprannome di Piškotek. All’epoca lavoravo come giornalista sui territori della Croazia, della Bosnia ed Erzegovina, nell’ex Jugoslavia. Questo è quanto posso riferire di me stesso.

Quante volte è stato a Sarajevo nel periodo dell’assedio e quando è stata la prima volta?

La prima volta è stata nel settembre del 1992. In totale ci sono stato più di 40 volte.

I corpi dei civili uccisi durante l’assedio di Sarajevo, sepolti in un cimitero. (Foto da Getty Images)
I corpi dei civili uccisi durante l’assedio di Sarajevo, sepolti in un cimitero. (Foto da Getty Images)

Secondo i dati ufficiali, durante l’assedio sono morte 11.541 persone, di cui 1.601 bambini. Non si trattava solo di bombardamenti. C’erano cecchini appostati sulle colline che circondano Sarajevo che sparavano a ogni ora del giorno, soprattutto su particolari punti della città, come la strada poi passata alla storia come “sniper alley”. Cosa significava vivere con il timore di poter essere uccisi da un momento all’altro?

Si dice che gli abitanti di Sarajevo non siano sopravvissuti alla guerra, ma che siano stati mancati dai cecchini. Ogni giorno le truppe serbe sparavano sulla città. Ogni volta che si usciva da un edificio, da una casa o da un hotel c’era il rischio che da qualche parte, lungo la strada, un cecchino ti potesse colpire. A volte non sparavano per uccidere, ma alle gambe o intorno alle persone solo per provocare panico e terrore.

Usavate degli stratagemmi per cercare di evitare i proiettili dei cecchini?

C’erano diverse tecniche che potevano essere adottate. Una delle più comuni era, nelle zone più esposte al tiro dei cecchini, far percorrere quel tratto di strada a una persona da sola, evitando di formare una fila. Si faceva correre una persona, si aspettava un po’ e si faceva partire la seconda. In questo modo, il cecchino non aveva tempo per mirare e non poteva colpire chi si trovava in coda alla fila.

Due bambini raccolgoni bossoli di mitragliatrice per le strade di Sarajevo. (Foto da Getty Images)
Due bambini raccolgoni bossoli di mitragliatrice per le strade di Sarajevo. (Foto da Getty Images)

Si ricorda quando è stata la prima volta che si è reso conto che tra quei cecchini c’erano anche civili, probabilmente turisti?

La prima volta che ho incontrato un civile straniero che aveva pagato per sparare in città era all’inizio del 1993. Era svizzero.

Ci ha parlato?

Ho visto quella persona, ma non ci ho parlato.

Come funzionava il sistema?

Dietro a tutto questo c’erano le Aquile Bianche, uno dei gruppi paramilitari guidati da Vojislav Šešelj [condannato nel 2018 per crimini contro l’umanità dal Tribunale penale internazionale dell’Aja per l'ex-Jugoslavia per l'odio etnico, i maltrattamenti, le persecuzioni e le deportazioni della popolazione croata in Voivodina, ndr] e braccio armato di chi organizzava i “safari”. Nel 1993 ero stato invitato a una conferenza stampa a Pale. Un componente delle Aquile Bianche mi aveva chiesto se volessi passare una notte là, così che il giorno dopo potesse mostrarmi qualcosa di interessante. Questo è stato il modo in cui mi sono affacciato ai “safari” di Sarajevo per la prima volta.

Quanto doveva pagare un civile per poter sparare contro gli abitanti di Sarajevo?

Si parlava dei prezzi, ma non li conosco esattamente.

Pare che il costo variasse a seconda dell’obiettivo. Lo può confermare?

Confermo che c’era un listino prezzi e che il bambino era il trofeo più caro.

Uomo che scappa dai cecchini a Sarajevo. (Foto da Getty Images)
Uomo che scappa dai cecchini a Sarajevo. (Foto da Getty Images)

Cosa sa dirci sull’organizzazione di queste attività di cecchinaggio? Come si preparavano?

I cecchini sparavano uno alla volta. Il giorno dopo quella conferenza di Pale mi hanno portato con una jeep a Grbavica, uno dei quartieri di Sarajevo. Poco dopo è arrivata un'altra jeep con i membri delle Aquile Bianche e hanno portato un signore che all'epoca aveva circa 45 anni. Era vestito con una divisa verde oliva. Colui che mi aveva portato lì aveva detto che mi avrebbe mostrato come gli stranieri pagavano per poter sparare ai cittadini.

Che tipo di persone erano?

Sparare a dei civili era una cosa che costava parecchio. Erano persone facoltose, con un livello di istruzione alto da quello che mi sembrava di percepire, persone intelligenti, che in superficie avevano una vita normalissima, tranquilla, regolare, ma che sotto cedevano a queste pratiche e perversioni.

Come si è reso conto che fossero stranieri e non militari?

Conoscevo molto bene la gente delle ex Repubbliche della Jugoslavia. Lui non era in uniforme, ma indossava un ottimo abbigliamento da caccia. Quindi ho capito subito che non era un soldato. E poi l’uomo che mi ha portato mi ha detto che sarebbe arrivato uno straniero che avrebbe pagato per sparare alle persone in città.

Ha detto che l'ultima parte dell’avvicinamento alla città si faceva in jeep. È riuscito a ricostruire come facevano queste persone ad arrivare fino a Sarajevo? C’era una sorta di percorso prestabilito, delle tappe fisse?

Fino a Belgrado arrivavano via terra o in aereo, di solito con i voli umanitari che dall’Europa occidentale partivano principalmente da Trieste. Lì era facile salire a bordo, io stesso ho raggiunto Belgrado un paio di volte in questo modo. Da Belgrado poi si andava o con un elicottero della JNA [l’esercito popolare jugoslavo, ndr] o via terra con una jeep fino a Pale. Poi tassativamente si partiva da Pale sempre con una jeep e si raggiungevano le prime linee a Sarajevo.

Nessuno controllava che all’interno di questi elicotteri viaggiassero solo persone che portavano effettivamente aiuti umanitari?

In Bosnia c'era l'UnProFor, vale a dire la United Nations Protection Force, le unità di protezione che però non facevano nulla. Loro erano lì per ricevere ottimi stipendi, giravano un po' in macchina per la città e questo era tutto. Non facevano nulla. Se avessero realmente controllato, avrebbero potuto interrompere subito questi viaggi. L'UnProFor in quanto tale, però, aveva un solo permesso: poter usare la forza militare solo se fossero stati minacciati loro personalmente. Se veniva minacciato un civile a Sarajevo, loro non potevano fare nulla.

Facciata di un edificio crivellato da proiettili durante l’assedio di Sarajevo. (Foto da Getty Images)
Facciata di un edificio crivellato da proiettili durante l’assedio di Sarajevo. (Foto da Getty Images)

È possibile che i Governi, visto proprio anche l'impiego delle forze delle Nazioni Unite, non sapessero cosa accadeva?

Ogni Paese occidentale che aveva le proprie forze di pace in Bosnia aveva anche il proprio servizio d'intelligence, quindi sapevano tutto. Quando si arrivava al valico di frontiera, o per via terrestre attraverso l'Ungheria perché passare per la Croazia non era possibile, o in aeroporto, si sapeva tutto. Anche quando [una persona, ndr] passava una o due notti a Belgrado in un hotel, doveva comunque presentare un documento che attestasse che dormiva lì. Solo quando lasciava la Serbia ed entrava in Bosnia non venivano registrati documenti. Quindi, se la parte serba deciderà mai di aprire gli archivi dei servizi segreti di allora, si potrà trovare moltissimo.

Però ancora oggi la Serbia nega che ci siano mai stati cecchini stranieri che pagavano per sparare a Sarajevo.

È ovvio che la Serbia neghi, ma ci sono documenti, esistono persino fotografie del fatto che l'attuale presidente serbo Aleksandar Vučić si trovasse a Pale e a Grbavica, e che fosse un membro delle Aquile Bianche di Šešelj. Però io fin dall'inizio sapevo che sarebbe stato difficilissimo dimostrare che qualcuno avesse sparato. Si può solo dimostrare che è stato in Serbia e che l’ha lasciata per andare in Bosnia, ma che abbia impugnato un fucile e sparato a un cittadino di Sarajevo, questo sarà difficilissimo da provare.

Tornando alla sua esperienza a Sarajevo, ha mai visto uno di questi cecchini stranieri sparare contro i civili?

Ero accanto a loro.

Quindi ha visto anche se i colpi andavano a segno o meno?

Sì, ho visto.

Qual è l’immagine di quel periodo che conserva nella sua memoria e che secondo lei descrive meglio Sarajevo in quegli anni?

La prima volta che mi sono imbattuto in quella realtà è stato all'inizio del '93, quando hanno sparato a un bambino, e allora non potevo crederci. Sono rimasto semplicemente in silenzio, non ho voluto dire niente a nessuno, finché non sono salito sull'aereo all'aeroporto di Sarajevo e, con un volo umanitario, sono atterrato a Spalato. Solo allora ho tirato un sospiro di sollievo, capendo di essere vivo. Dato che mi avevano mostrato una cosa del genere, ho detto a me stesso: ‘Finché non esco dalla Bosnia, sono un uomo morto', ma ce l'ho fatta.

Infermieri assistono un ragazzo ferito durante l’assedio di Sarajevo. (Foto da Getty Images)
Infermieri assistono un ragazzo ferito durante l’assedio di Sarajevo. (Foto da Getty Images)

Quindi lei temeva che essere stato testimone dell’uccisione di civili innocenti avrebbe potuto costarle la vita?

Sì, ho avuto questo timore per molto tempo. È per questo che il regista Miran Zupanič mi ha dovuto pressare per un paio d’anni affinché accettassi di parlare nel suo documentario [Safari Sarajevo, 2022, ndr]. Avevo nascosto tutto questo nel profondo di me stesso e preferivo tacere, mi capite? Mi è stato chiesto come mai non avessi denunciato, ma cosa può mai fare un singolo uomo quando il mondo intero non ha fatto nulla? Per ora non è successo niente, ma dopo l’uscita del film ho avuto un infarto nel 2024 e nel 2025, uno ogni anno.

Anche in questa intervista lei ha chiesto il totale anonimato. Pensa che uscire allo scoperto anche oggi, dopo oltre 30 anni, possa essere pericoloso per lei?

Non ho paura.

Come percepisce questo ritorno di interesse da parte della Procura italiana e di altri Paesi europei su quello che accadeva a Sarajevo durante l’assedio?

Anche il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja per l'ex-Jugoslavia aveva intrapreso un’azione in merito ai “safari”, ma poi si era fermata. Come dicevo, se si aprissero gli archivi dei servizi segreti a Belgrado, allora potremmo venire a sapere se una determinata persona sia passata di lì o meno, se sia poi andata a Pale o a Sarajevo. Ma dimostrare che poi abbia effettivamente sparato, diventerebbe ancora più complicato.

Ci sarà mai qualcuno che, mosso da una coscienza risvegliata, potrà mai dire: "Sì, l'ho fatto"? È possibile anche solo sperare una cosa del genere?

Le persone che sparavano oggi hanno circa 80 anni, alcuni anche di più. Sono sicuro che loro non parleranno. Io ne conosco alcuni, questo posso dirvelo. Come può un uomo del genere andare a dire: “Io 33-34 anni fa sparavo sulla gente in una città sotto assedio”, quando oggi ha nipoti o forse persino pronipoti?

Quindi lei conosce anche i nomi di alcune di queste persone che ancora sono vive?

Li so, ma non vi risponderò ulteriormente.

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