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Il caso dei cecchini italiani a Sarajevo

Inchiesta cecchini a Sarajevo, l’imprenditore brianzolo 64enne non risponde ai pm: “Non ci sono prove”

È stato interrogato dai pm di Milano il 64enne brianzolo indagato nell’inchiesta sui “safari umani” a Sarajevo. L’imprenditore non ha risposto alle domande, ma ha annunciato che depositerà una memoria difensiva: “Mancano elementi chiari a sostegno dell’accusa”.
A cura di Enrico Spaccini
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Un cecchino serbo in Bosnia nel 1993 (foto da Getty)
Un cecchino serbo in Bosnia nel 1993 (foto da Getty)
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Si è avvalso della facoltà di non rispondere l'imprenditore brianzolo di 64 anni indagato dalla Procura di Milano nell'inchiesta sui "cecchini del weekend" di Sarajevo. Un testimone aveva riferito di aver preso parte a una cena anni fa nella quale quell'uomo si sarebbe vantato di aver partecipato ai cosiddetti "safari umani" nella capitale bosniaca assediata dai serbi tra il 1992 e il 1995. Difeso dall'avvocato Luigi Bruno Peronetti, il 64enne è comparso davanti ad Alessandro Gobbis, pm titolare dell'inchiesta, e al procuratore capo Marcello Viola. L'imprenditore non ha risposto alle domande, ma ha rilasciato dichiarazioni spontanee e attraverso il suo legale ha fatto sapere che presto depositerà una memoria difensiva. "Mancano elementi chiari a sostegno dell'accusa", ha sintetizzato Peronetti all'uscita dal Tribunale.

La "cena" nella villa brianzola

L'interrogatorio del 64enne era stato inizialmente previsto per la scorsa settimana, ma era stato poi rimandato ad oggi. A fare il suo nome era stato un testimone, citato anche nell'inchiesta del giornalista Ezio Gavazzeni che ha portato all'apertura delle indagini della Procura. Questo aveva raccontato di aver partecipato a una cena tra il 2008 e il 2009 in una villa brianzola. Quella sera, il 64enne si sarebbe vantato di essere andato nella Sarajevo assediata tra il 1992 e il 1995 per una sorta di "turismo con il fucile" e che con lui ci sarebbero state altre persone, i cui nomi sono ora al vaglio degli inquirenti.

Intanto, il 64enne ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere. Davanti ai procuratori, l'imprenditore avrebbe chiarito spontaneamente alcuni punti e ha fatto sapere che presto rilascerà una memoria difensiva per "portare ulteriori elementi a dimostrazione di quanto abbia detto". Fuori dal Tribunale, l'avvocato Peronetti che lo difende ha dichiarato: "Cene o non cene, abbiamo risposto a quanto ci è stato contestato", aggiungendo che, secondo lui, "mancano elementi chiari a sostegno dell'accusa".

Gli altri indagati interrogati in Procura

Sale così a tre il numero di persone convocate in Procura perché indagate con l'ipotesi di reato di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai motivi abietti e futili. Il primo era stato un ex camionista friulano di San Vito al Tagliamento, il quale si era difenso affermando di non essere mai andato in Bosnia.

Alcune settimane fa, invece, era stato il turno di un ex cacciatore e dipendente pubblico 64enne residente in provincia di Alessandria (in Piemonte). Questo in alcune interviste aveva dichiarato di essere andato in Bosnia per combattere con un gruppo paramilitare serbo, ma davanti agli inquirenti ha negato dicendo di essersi inventato tutto, di aver fatto suoi racconti di amici di cui, però, non intende fare i nomi.

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