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“Ti rispedisco in India in una bara”: così venivano minacciati gli operai del cantiere del consolato USA a Milano

“Ti rispedisco in India in una bara”: è la minaccia che, secondo l’accusa, il presunto caporale della Caddell usava per intimidire gli operai impiegati nella costruzione del nuovo consolato USA di Milano.
Il cantiere in piazzale Accursio a Milano per il nuovo Consolato degli Stati Uniti (foto da LaPresse)
Il cantiere in piazzale Accursio a Milano per il nuovo Consolato degli Stati Uniti (foto da LaPresse)

"Ti rispedisco in India in una bara". Così il 51enne Aji Appukuttan, presunto "caporale operativo" della Caddell Construction – l'azienda costruttrice americana impegnata nella realizzazione del nuovo consolato degli Stati Uniti a Milano che è finita al centro di un'inchiesta per caporalato e "para-schiavismo" – avrebbe minacciato alcuni degli operai impiegati nei lavori. Gli stessi che agli inquirenti hanno poi denunciato: "Tratta gli operai come schiavi, come si vede nei film che parlano di schiavi".

È quanto si legge nell'ordinanza firmata dalla gip di Milano Angelica Cardi su richiesta dei pm Storari e Clerici con cui due giorni fa è stato convalidato il fermo dell'uomo per pericolo di fuga e disposta la sua custodia cautelare in carcere. Il suo è il secondo arresto dopo quello di Ulas Demir, responsabile del ramo italiano della Caddell che è stato fermato e poi portato in carcere a Bergamo lo scorso 31 maggio.

Le minacce agli operai del cantiere

Secondo le carte che Fanpage.it ha potuto visionare, emergerebbe un sistema di presunti abusi verbali, violenze fisiche, intimidazioni e segregazioni ai danni di centinaia di operai indiani impiegati nel cantiere del consolato USA in piazzale Accursio a Milano.

Uno degli aspetti più drammatici e scioccanti emersi dalle indagini riguarda l'utilizzo di minacce di morte esplicite per imporre l'omertà e la sottomissione degli operai. Stando alle accuse, oltre al costante ricatto del licenziamento e del rimpatrio forzato, Appukuttan, "il cane da guardia" della multinazionale, ricorreva a gravissime intimidazioni di natura letale, evocate attraverso la "minaccia della bara".

Questo metodo vessatorio mirava in primo luogo a impedire che i lavoratori, una volta giunti in Italia in condizioni di estremo bisogno, potessero fuggire o cercare un impiego alternativo e più dignitoso. A darne testimonianza per primo è stato il lavoratore S. R. che ha descritto così la realtà del cantiere: "Appena arrivato in Italia sono immediatamente stato minacciato da Aji il quale mi ha detto che se avessi cercato lavoro in Italia al di fuori della Caddell sarei stato rispedito in India in una bara".

La stessa formula veniva utilizzata sistematicamente anche per stroncare sul nascere qualsiasi richiesta di diritto basilare, come la semplice domanda di poter fruire di giorni di ferie. L'operaio T. A. ha, infatti, denunciato: "Le mie richieste di ferie non sono mai state accolte, anzi Aji, a fronte delle mie richieste di ferie, mi riferiva: ‘Se continui a richiedere ancora di assentarti, ti rimando in India in bara".

Il risultato sarebbe stato quello della creazione di un clima di vero e proprio terrore psicologico che sarebbe servito a mantenere i lavoratori in uno stato di totale isolamento e soggezione. Anche l'operaio M. S. ha confermato la ripetitività di tali minacce, utilizzate per evitare che gli operai potessero allontanarsi dal circuito della società: "Quando iniziai per la Caddell Aji diverse volte mi ha riferito che se avessi provato a trovare altro all'esterno mi avrebbe fatto arrestare dalla polizia italiana o mi avrebbe rispedito in India in una bara".

Dopo il provvedimento di controllo giudiziario dello scorso 29 maggio sulla Caddell, venuto a sapere delle "indagini in corso", Appukuttan avrebbe ulteriormente intimidito gli operai affinché non rivelassero quanto accadeva "all'interno del cantiere" agli investigatori. Poi, si legge nei verbali, ancora schiaffi, spinte, urla, insulti e minacce di pestaggi.

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