“Operai sfruttati come schiavi” per costruire il consolato Usa a Milano: ex manager indagato per estorsione

Si aggravano le accuse nell'inchiesta sul presunto sfruttamento dei lavoratori impiegati nella costruzione del nuovo Consolato degli Stati Uniti in piazzale Accursio a Milano. Oltre al reato di caporalato aggravato dalle minacce, l'ex manager turco Ulas Demir è ora indagato anche per estorsione ai danni dei lavoratori e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Il 47enne era stato fermato alla fine dello scorso maggio all'aeroporto di Orio al Serio mentre stava per imbarcarsi su un volo diretto a Istanbul.
Le nuove contestazioni emergono dalle motivazioni con cui il tribunale del Riesame ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere. Secondo i giudici, infatti, Demir avrebbe avuto un ruolo centrale nell'organizzazione del sistema di sfruttamento, garantendone il funzionamento attraverso intimidazioni, minacce e violenza verbale. Nelle motivazioni si parla di una "totale adesione" a un modello organizzativo fondato sullo sfruttamento della manodopera e sulla "negazione della dignità del lavoro".
L'inchiesta
L'inchiesta, coordinata dai pm Paolo Storari e Mauro Clerici e condotta dai carabinieri del Nucleo ispettorato del Lavoro, coinvolge la divisione italiana della statunitense Caddell Construction, l'azienda costruttrice americana impegnata nella realizzazione del nuovo consolato degli Stati Uniti, per la quale è stato disposto il controllo giudiziario.
Secondo quanto appreso da Fanpage.it, decine di operai, in gran parte indiani, sarebbero stati impiegati in condizioni definite di "para-schiavismo", con retribuzioni inferiori ai due euro l'ora. Le indagini descrivono un sistema di reclutamento che avrebbe costretto i lavoratori a versare circa 500mila rupie, equivalenti a circa 5mila euro, per ottenere un impiego in Italia. Una volta arrivati nel cantiere milanese, gli operai avrebbero lavorato fino a dodici ore al giorno, percependo stipendi netti mensili non superiori ai 500 euro. Secondo gli atti, venivano, inoltre, negati riposi, ferie e assenze per malattia o infortunio, mentre chi si fermava rischiava il licenziamento o il rimpatrio. Il tutto accompagnato da minacce di morte: "Ti rispedisco in India in una bara". Il Riesame ha poi ricostruito anche numerosi episodi di lavoratori costretti a riprendere l'attività nonostante febbre, ferite o ricoveri ospedalieri. In alternativa, venivano applicate delle multe.
Tra gli indagati figura anche Aji Appukuttan, ritenuto il presunto "caporale operativo", per il quale è stata confermata la custodia cautelare. Secondo i magistrati, sarebbe stato lui a mantenere il controllo sui lavoratori attraverso un metodo sistematicamente vessatorio e intimidatorio, arrivando a minacciare almeno cinquanta operai. Le testimonianze raccolte riguardano anche lavoratori turchi, assunti tramite la società Enka con la prospettiva di essere impiegati in Grecia e invece destinati al cantiere di Milano. Anche a loro sarebbero stati addebitati i costi di vitto e alloggio e, secondo quanto riferito da uno degli operai, veniva comunicato che, "non essendo italiani", non avevano diritto al riposo durante le festività. Sempre secondo gli atti, Demir avrebbe esercitato pressioni anche sui medici affinché non concedessero certificati di malattia.
Per gli inquirenti, il sistema di sfruttamento sarebbe rimasto operativo per quasi tre anni, negando ai lavoratori i più elementari diritti e alimentando un meccanismo di sfruttamento fondato sulla paura, sull'indebitamento e sulla costante minaccia della perdita del lavoro.