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Insulti e violenze nel cantiere del consolato Usa a Milano, un operaio: “Mi rinchiudeva nel suo ufficio”

“Bast***o, fai veloce altrimenti ti spacco il cu*o”. Nell’inchiesta per caporalato sul cantiere del nuovo consolato degli Stati Uniti a Milano, emerge un sistema di presunti abusi, violenze fisiche, intimidazioni e segregazioni ai danni di centinaia di operai indiani.
Il cantiere in piazzale Accursio a Milano per il nuovo Consolato degli Stati Uniti (foto da LaPresse)
Il cantiere in piazzale Accursio a Milano per il nuovo Consolato degli Stati Uniti (foto da LaPresse)

"Figlio di put***a lavora bene, muoviti quando vai in bagno testa di caz**". È da frasi come questa che – nell'inchiesta per caporalato e "para-schiavismo" in cui è coinvolta l'azienda costruttrice americana Caddell Construction, impegnata nella realizzazione del nuovo consolato degli Stati Uniti a Milano – ha preso forma un quadro nel quale, secondo gli atti che Fanpage.it ha potuto visionare, emergerebbe un sistema di presunti abusi verbali, violenze fisiche, intimidazioni e segregazioni ai danni di centinaia di operai indiani impiegati nei lavori.

Secondo le testimonianze raccolte, la quotidianità degli operai sarebbe stata segnata da un clima sistematico di pressione psicologica e umiliazioni. I capisquadra, spesso di origine turca e indiana, avrebbero utilizzato insulti, minacce e intimidazioni per accelerare i ritmi di lavoro e ridurre al minimo ogni rallentamento operativo.

In particolare, il lavoratore R. N. S. ha riferito agli inquirenti di essere stato bersaglio quotidiano di offese. Un altro operaio, S. B., ha descritto un contesto analogo, raccontando che uno dei capoturno lo avrebbe insultato costantemente mentre un superiore lo avrebbe minacciato con la frase: "Bast***o, fai veloce altrimenti ti spacco il cu*o". In altri casi, sempre secondo le carte che Fanpage.it ha visionato, le offese sarebbero state pronunciate anche in lingue straniere, contribuendo a un clima di ulteriore soggezione e isolamento.

Alla violenza verbale si sarebbe poi affiancata, stando alle testimonianze degli operai, una componente fisica fatta di spintoni e aggressioni. Più lavoratori hanno raccontato episodi ricorrenti di maltrattamenti. M. K. ha riferito che il capoturno O., oltre a imporre ritmi serrati, sarebbe arrivato a spingerlo con forza: "Una volta mi ha anche spintonato facendomi cadere per terra", ha dichiarato, descrivendo l'episodio come "profondamente umiliante". Altri operai hanno, inoltre, indicato presunti comportamenti violenti anche da parte di figure apicali della catena di comando.

Il passaggio più delicato riguarderebbe, però, un episodio di presunta segregazione all'interno degli uffici del cantiere. Il lavoratore M. S. avrebbe contestato al responsabile delle risorse umane il pagamento di salari non corrispondenti alle ore effettivamente lavorate. La reazione, secondo il suo racconto riportata nelle carte, sarebbe stata immediata e violenta: il responsabile "si arrabbiava e dopo avermi spintonato, mi rinchiudeva all'interno del suo ufficio, dal quale per poter uscire non ha una chiave ma richiede una password che io non conoscevo".

Se confermate, le accuse delineerebbero un sistema di gestione del lavoro fondato su paura, coercizione e abusi ripetuti, un quadro difficilmente compatibile con qualsiasi standard minimo di legalità e dignità sul lavoro. Nel frattempo, Ulas Demir, responsabile del ramo italiano del colosso Caddell Construction, è stato portato in carcere a Bergamo.

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