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39 anni fa, l’incidente aereo a Conca di Rezzo: “Ricordo i brandelli di vestiti delle vittime sugli alberi”

“Gli alberi avevano ormai perso le foglie e, appeso c’era di tutto: resti umani, vestiti, bambole. E sul terreno passaporti, monete, catenine. Uno spettacolo ancor più terrificante e raccapricciante”, a raccontarlo a Fanpage.it è Giuliano, una delle persone che ricorda l’incendio di Conca di Rezzo, uno dei disastri aerei più terrificanti accaduti in Italia.
I rottami dell'areo precipitato
I rottami dell'areo precipitato

Nel 2027 saranno trascorsi 40 anni da una delle più importanti tragedie dell’aviazione civile italiana. Il 15 ottobre 1987, infatti, l’ATR 42 "Città di Verona" del volo Aero Trasporti Italiani 460, decollato da Milano Linate e diretto a Colonia, si è schiantato sul versante impervio della Conca di Crezzo, località che fa capo al Comune di Barni, in provincia di Como, all’interno del Triangolo Lariano.

Il volo è partito con oltre 50 minuti di ritardo a causa del maltempo e si è schiantato sedici minuti dopo il decollo. In quell'incidente hanno perso la vita tutte le 37 persone che erano a bordo: 29 cittadini tedeschi, cinque cittadini italiani e i tre membri dell’equipaggio, anch’essi italiani.

La combinazione di condizioni meteorologiche avverse (quella sera aveva diluviato e la visibilità era ridottissima a causa di una forte nebbia) e la formazione di ghiaccio sulle ali e sulle superfici dell’aereo, ha creato una situazione critica di stallo che ha portato al tragico epilogo. Inizialmente l’ingegnere progettista del velivolo, era stato ritenuto responsabile per via delle presunte carenze nel manuale di istruzioni.

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Tuttavia, in un secondo momento, nel 1993 è stato assolto definitivamente poiché l’analisi degli eventi ha dimostrato che non c’era un nesso causale diretto tra le istruzioni e il disastro. È stato così che sono stati ritenuti responsabili i piloti. La Corte di Cassazione ha stabilito che sia il comandante Lamberto Lainè che il secondo pilota Pierluigi Lampronti hanno ignorato le procedure previste per evitare il congelamento delle ali, che ha portato poi allo stallo e al tragico schianto.

Indagini successive hanno evidenziato anche alcune criticità relative alle procedure di sghiacciamento a terra e al design dell’ala, portando a importanti modifiche per la sicurezza di questo tipo di velivoli. Questo tragico evento ha segnato profondamente l’opinione pubblica italiana e, in particolare, la comunità del Triangolo Lariano che, ancora oggi, lo ricorda.

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Giuliano e Graziella, per esempio, vivono e abitano a Conca di Crezzo. A distanza di 40 anni, ricordano con chiarezza quanto è accaduto quella maledetta e tragica sera: "Tutto è partito dalla telefonata della cara signora Passoni che mi disse: ‘Giuliano, vieni giù che è caduto un apparecchio nel lago'. Sono andato da lei, tremava tutta. La figlia stava chiudendo le persiane e l’aveva visto passare. Mia moglie, ai bambini che erano piccoli, disse che era stato un Ufo", ha raccontato a Fanpage.it. 

"I miei bambini – ha spiegato Graziella – videro la vampata e allora dissi così". "Io – ha proseguito ancora Giuliano – dalla porta della cucina ho visto una casetta in fondo illuminarsi a giorno proprio a causa del bagliore. Non ho sentito, però, nessun rumore, probabilmente a causa della fittissima pioggia. La signora Passoni, spaventatissima, quando mi recai da lei mi disse anche: "Giuliano, quasi entrava in casa mia". Ritornato su, telefonai alla signora Lafonte, chiedendo che cosa era successo a Crezzo. Mi ha risposto dicendo che avevano visto un gran chiarore, ma che non sapesse cosa fosse di preciso".

"Allora cominciai a girare. C'erano carabinieri, soldati, la Croce Rossa, di tutto e di più, ovunque. La notizia l’aveva data subito la televisione". Giuliano è poi passato sul sentiero dove ora sorge il sacrario, ma non ha sentito alcun odore particolare: "L'aereo era sotto, evidentemente. Non trovai niente. Sono tornato su a casa, alle due di notte. Fradicio. I carabinieri avevano scarpe normali, niente scarponi. Sulle rocce…si immagini. Era, nel frattempo, arrivato Virginio, suocero del mio amico Guido, che subito mi disse: ‘Dobbiamo trovare noi l’apparecchio. Domattina alle 5, sono qui da te". 

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E in effetti il giorno successivo si è alzato alle 5. Ad attenderlo c'erano il cognato, il suocero dell'amico e un altro signore, che arrivava da Sormano. Con Virginio, sono andati dalla signora Passoni per farsi spiegare quanto aveva visto: "Suonammo al campanello, cercando di non farla spaventare ed entrammo. Le chiedemmo che cosa avesse visto di preciso e ci indicò la zona dove aveva visto cadere l’apparecchio. Avute maggiori indicazioni, tornammo su da me. Da casa mia partimmo in cinque, sulla seicento. Dietro di noi, i carabinieri, che però, ad un bivio, si diressero alla Madonnina (località del comune di Barni, ma più in alto, a 900 metri, ndr) forse per tentare di vedere meglio. Noi, invece, proseguimmo per la nostra strada".

Il gruppo è arrivato a una chiesa dove ancora oggi si trova un sentiero. E proprio lì, il cognato di Giuliano si è accorto di qualcosa: "Mio cognato si accorse di certe carte sparse e chiese che cosa fossero. Gli dissi che il mercoledì precedente, eravamo passati di lì per andare a caccia, e di carte non ce n’erano. Erano quelle dell’aereo. Mio cognato andò sul costone e chiese che cosa fossero quelle cose bianche là in fondo: aveva piovuto, non nevicato. Erano i rottami dell’aereo. Andare giù, era pericoloso, impervio. Inoltre era tutto bagnato. Più sotto al costone, c’era una villetta. Abbiamo dovuto fare tutto il giro della cinta della casa. Io davanti, Virginio dietro e mio cognato dietro ancora. Gli altri due sono andati a chiamare i carabinieri".

E appena sono arrivati giù, hanno fatto una macabra scoperta: "Dissi subito: "Virginio, questa è carne bruciata". Lui non voleva credermi. Gli feci vedere una mano tranciata. Ci credette. Era uno spettacolo terribile. Tornato su a casa, i carabinieri non mi lasciarono più andar giù. Quando feci per andare nuovamente a vedere, mi sbarrarono la strada e mi dissero che non era più possibile, anche se ribadii loro che ero stato il primo a ritrovare i resti dell’apparecchio e di quanti erano a bordo e quindi potevo essere utile alle ricerche. Niente da fare. C’era anche il prefetto che confermò il divieto di recarsi sul luogo della tragedia. Per una ventina di giorni non si potè nemmeno passare sulla strada, neppure per andare a prendere il pane".

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E questo causò non pochi disagi alla popolazione: "Io avevo appena aperto il bar – ha spiegato Graziella -. Avevo scorte in magazzino, ma non in grande quantità. E ormai qui c’era l’esercito". "Andate via le forze dell’ordine – racconta ancora Giuliano – si è tornati giù. Gli alberi avevano ormai perso le foglie e, appeso c’era di tutto: resti umani, vestiti, bambole. E sul terreno passaporti, monete, catenine. Uno spettacolo ancor più terrificante e raccapricciante. Nel frattempo c’era anche stata la tragedia nella tragedia: un carabiniere, impegnato nei servizi di perlustrazione, si era ribaltato con la jeep ed era morto, battendo la testa su di una pietra. Una lapide ricorda l’episodio".

Tra chi ha qualche ricordo dell'accaduto, c'è anche Daniela che all'epoca aveva solo 9 anni: "Dalla nostra finestra si vede la Madonnina. Ad un certo momento, quella sera, vidi un’enorme palla di fuoco. Mi spaventai molto. Subito partirono le telefonate. Un delirio”. “Graziella mi telefonò – ha detto Marina, madre di Daniela e figlia di Virginio, scomparso qualche anno fa – e mi raccontò di quanto le aveva riferito la signora Passoni. Andammo subito su, alla Madonnina, la sera stessa. Si vedevano giù come delle fiammelle. Erano i rottami fumanti dell’aereo".

"Mi ricordo sempre – ha affermato ancora Daniela – quello che vidi la mattina dopo andando giù con il nonno e il suo cane: brandelli di carne umana, appesi agli alberi. Una cosa orribile, che ancora oggi mi turba moltissimo".

C'è poi anche Pietro Morelli, che di professione fa l’ortolano. Vive a Barni e lavora nei mercati della zona del Triangolo Lariano. Da quella sera ha un desiderio, o per meglio dire un sogno: recuperare tutto quello che è rimasto dell’incidente, per non lasciarlo in mezzo alla montagna e farci un muso, per non dimenticare e per rendere omaggio a quelle trentasette vittime.

La sera della tragedia io stavo facendo la doccia, quando mi telefonò un amico che mi disse: “Hai sentito il botto? Dai, vieni e andiamo a vedere”. Avevo 17 anni, siamo andati a cercare il luogo dell’impatto ma non siamo riusciti a trovarlo. Mi ricordo di quel fortissimo odore di cherosene, di bruciato, persistente. Ricordo anche che al bocciodromo di Asso allestirono una sorta di camera ardente, dove portavano tutti i resti", ha affermato.

"Vedevo che carabinieri, esercito e tutti quelli autorizzati, salivano e scendevano, mettendo tutto ciò che trovavano in sacchi neri. In questi anni, io ho recuperato molto materiale e l’ho messo in scatoloni: pezzi di ali, maniglie, cinture di sicurezza e poi borse, golf, vestiti che erano nelle valigie, scoppiate nell’impatto, effetti personali e potrei continuare all’infinito. Non è stato facile recuperarlo: bisogna scendere, legandosi a delle corde e poi viene portato tutto su a zaino, in spalla. Materiale ne trovi ancora, scavando nel terreno: roba piccola, ormai".

"Devo dire che, per quanto riguarda i rottami dell’aereo, non mi hanno fatto impressione più di tanto. Piuttosto, le cose personali, quelle sì. Ad esempio, quando ho ritrovato la suola di una scarpa da tennis, da donna, mi sono sentito turbato. Pensai a chi potesse appartenere, che vita ci fosse dietro a quella scarpa. Così per un pezzo di zainetto che apparteneva a una bambina. Sono stati colpi emotivi forti, certamente", ha proseguito.

"Lei deve anche pensare che ci sono ancora delle schegge d’aereo che si sono infilate nelle piante. Ci sono alberi che sono cresciuti con parti di aereo conficcate nel tronco. Non è possibile dimenticare quanto è accaduto. Ecco perché non è giusto dimenticare. Ecco perché ho sempre quest’idea di creare un museo con tutti i reperti della tragedia, catalogati con precisione. Per rendere omaggio alle vittime e ai loro familiari e per non dimenticare. Il mio sogno è che Regione Lombardia, Provincia e Associazioni varie possano un giorno supportarlo”.

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