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Tommaso Goisis: “Ho lasciato il comune di Milano in polemica con Sala, ora mi candido a sindaco”

Tommaso Goisis ha annunciato già da settimane la sua disponibilità a concorrere alle primarie del centrosinistra per la scelta del candidato sindaco di Milano in vista delle amministrative 2027. “Il mio obiettivo è quello di avvicinare le persone e farle riappassionare alla politica. Vorrei che ritrovino fiducia nei partiti del centrosinistra e che sentano di poter contribuire a una idea di città”, ha detto a Fanpage.it.
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Ha 36 anni e ha lavorato per il Comune di Milano dove, tra il 2013 e il 2018, è stato nello staff delle giunte milanesi per poi andare via proprio durante la giunta Sala. Nel 2021 ha fondato l'associazione "Sai che puoi?" per favorire la partecipazione dei cittadini. È questa in estrema sintesi la biografia di Tommaso Goisis, che si è reso disponibile a partecipare alle primarie del Partito Democratico per la scelta del candidato sindaco per le elezioni amministrative di Milano che si svolgeranno nel 2027. "Il mio obiettivo è quello di avvicinare le persone e farle riappassionare alla politica", ha affermato in un'intervista con Fanpage.it.

Goisis, come nasce la sua candidatura?

Da 20 anni lavoro in organismi collettivi con l'obiettivo di impegnarmi nel cambiamento della città. Dai 17 ai 25 anni sono stato volontario in un doposcuola, una di quelle realtà che cercano di rendere Milano una città più accogliente, giusta e sicura. Ho potuto vedere in prima persona, cosa si nascondeva dietro i titoli di giornali o il racconto di una città dove sembrava che andasse tutto bene.

Ho potuto vedere e ascoltare le storie di famiglie di origine straniere, sfratti, difficoltà educative, insegnanti privi di strumenti. Quello è stato il primo luogo dove ho capito che quando si agisce dentro un'associazione o in un gruppo, le cose si possono cambiare molto di più rispetto a quando lo si fa da soli.

Ho quindi scelto di impegnarmi dentro le Istituzioni. Ho studiato Economia delle amministrazioni pubbliche. Ho scelto di lavorare per cinque anni nel Comune. Questo mi ha permesso di innamorarmi del modo in cui le Istituzioni possono cambiare la vita delle persone, di come la brutta burocrazia può diventare una cosa bella. Di come può aiutare un cittadino a realizzare una propria idea soprattutto in una città dove le risorse sono le persone che la abitano e le idee che la attraversano.

Milano è la città dei saperi: ha dentro l'università, i centri di ricerca. Non ha solo il capitale, gli investitori o gli interessi privati. Ha anche centinaia di migliaia di persone che lavorano per produrre pensiero su come potremmo stare meglio insieme.

In quegli anni ho capito che amministrare il Comune di Milano può significare spesso connettere le energie e le idee che ci sono in città. Dopo cinque anni ho lasciato, un po' in polemica con alcune scelte dell'amministrazione Sala. Gli ultimi anni li ho dedicati all'attivismo civico provando a cambiare le cose stando fuori dalle Istituzioni. È stato potentissimo e meraviglioso perché abbiamo raggiunto dei risultati su alcuni temi, come le piscine pubbliche o in parte sulla sicurezza stradale.

Qualche mese fa, ho realizzato che le elezioni si stavano avvicinando. Credo nella politica e nelle Istituzioni come strumento per migliorare la vita delle persone. Ho iniziato a parlarne con un gruppo di persone, abbiamo capito che potrebbe esserci un'opportunità di misurare un'idea di città e un modo per portarla avanti con il consenso.

Facciamo un passo indietro. Ha parlato della sua collaborazione con l'amministrazione Sala e di aver lasciato "un po' in polemica". Cos'è successo?

Si percepiva un'impostazione nel governo della città, in cui la partecipazione era vissuta come un fastidio. Quando si hanno idee forti, non bisogna avere paura del confronto. Ma questa possibilità era proprio ostacolata: c'era una agenda imposta, in qualche modo, dall'alto che non si poteva migliorare, arricchire o che vedesse il coinvolgimento di più persone.

Ricordo, il caso di un capannone abbandonato in via Novara al civico 75 che stava per diventare un centro culturale in periferia con cinema, teatro, sale prove. Un progetto meraviglioso, per cui il Comune doveva semplicemente prevedere la concessione di una fideiussione per 4 milioni di euro, su un progetto che ne valeva 10, a cura di un'impresa sociale. Il Consiglio Comunale e la Giunta scelsero di non votarla. Nemmeno di bocciarla, ma di non votarla. Quel capannone è stato venduto alla Lidl e probabilmente diventerà un supermercato.

Quella è stata proprio la goccia che ha fatto traboccare il vaso e mi ha fatto dire: "Io qua non posso più starci".

In questa settimana avrà visto la mole di candidature, auto-candidature ed endorsement che hanno riguardato sia il centrosinistra che il centrodestra. Che idea si è fatto?

Credo che la voglia di partecipare al voto sia molto positiva e credo che sia sintomatica di un ricambio generazionale e di classe dirigente che deve avvenire. Il nostro è un percorso che parte mesi fa. Quando leggo che serve partire dai programmi e non dalle persone, io rivendico che siamo partiti proprio dalle persone. Abbiamo costruito il programma incontrando silenziosamente 200 persone, che nella città costruiscono comunità, che si impegnano in silenzio nell'associazionismo, nel sociale, nel verde e nell'impresa.

La mia biografia, a differenza di altri candidati più politici o di altri mondi, racconta di un impegno concreto e misurabile su vari fronti in cui io mi sono esposto e ho agito per cambiarle. Rivendico che si parta dalle persone, dalle biografie e che da queste si costruisca un programma di cambiamento. Rispetto al tema primarie, il nostro obiettivo è quello di portare decine di migliaia di persone che normalmente non andrebbero a votare. Vorrei farne una festa di popolo.

Il mio obiettivo è quello di avvicinare le persone e farle riappassionare alla politica. Vorrei che ritrovino fiducia nei partiti del centrosinistra e che sentano di poter contribuire a una idea di città.

Cosa pensa di una possibile candidatura di Carlo Cottarelli per il centrodestra?

Io non sarò mai un candidato che potrà essere considerato sia dal centrodestra che dal centrosinistra perché penso che Milano ha bisogno di coraggio e di posizioni nette. Credo che tra centrodestra e centrosinistra ci siano e debbano esserci forti differenze. Credo in un modello di sviluppo della città che cerca di ridurre le disuguaglianze, il costo della vita, che cerca di aumentare i servizi pubblici, di rendere la città più vivibile. Mi preoccupa molto che ci sia una figura che possa essere considerata sia dal centrodestra che dal centrosinistra. Mi sembra un approccio conservatore, che non vuole cambiare nulla, che pensa che tutto sommato a Milano gli equilibri e il modello economico vadano bene così.

Immaginiamo che lei diventa sindaco. Secondo alcuni sondaggisti, i cittadini hanno a cuore tre temi: casa, sicurezza e caro vita. Sul primo punto, soprattutto è vero che esistono case a prezzi calmierati, ma spesso è esclusa la cosiddetta classe media, che ormai fatica ad arrivare alla fine del mese. Come agirebbe su questi tre temi?

Partiamo dalla casa, che è un principio inderogabile. Chi lavora a Milano deve potersi permettere di vivere a Milano. Non è accettabile vivere in una città dove i valori immobiliari sono saliti del 60 per cento negli ultimi 15 anni mentre gli stipendi sono fermi tra il 10 e il 15 per cento. Serve sicuramente una mano pubblica forte. Milano ha un buon numero di case popolari, dobbiamo immediatamente riqualificare le 12mila sfitte e dobbiamo porci come grande obiettivo quello di costruire case pubbliche in affitto sociale per la classe media. Dobbiamo scrivere un piano di governo del territorio, che cambi le regole per chi vuole costruire a Milano incrementando la quota residuale di residenza sociale, convenzionata, in affitto.

Non possiamo però pensare di risolvere il problema abitativo milanese solo con le regole e quindi solo con il capitolo privato. Dobbiamo orgogliosamente investire del capitale pubblico e dobbiamo chiedere ed esigere la collaborazione della Regione e del Governo per intervenire sul problema della casa perché se Milano progressivamente si svuota di classe media, è economicamente e socialmente un problema per l'Italia intera. Milano da sola non può farcela. Noi, inoltre, parliamo di Milano come comune, ma dobbiamo parlarne almeno su scala metropolitana.

Il tema della sicurezza è al centro dell'agenda e del dibattito. Vorrei partire da due principi. Il primo: la sicurezza deve essere un diritto e tutte le persone devono essere sicure. Secondo: al termine sicurezza aggiungo l'aggettivo sociale, parlo di sicurezza sociale.

Dobbiamo dare a decine di migliaia di persone la certezza di un futuro, di avere una casa, di trovare un lavoro, di avere diritti, di avere cittadinanza. Dobbiamo diventare una città in cui le persone si sentono accolte e viste, in cui chi ha meno vede che la città investe su di loro, a partire dalle scuole, dai giovani, dalle seconde generazioni. Questo è il modo migliore per costruire sicurezza. L'insicurezza si genera dove c'è esclusione sociale. Se invece ci mettiamo nell'ottica di essere una città-comunità che investe con spazi dati in gestione ai giovani, con programmi educativi nelle scuole, che restano aperte il pomeriggio e la sera, con centri estivi gratuiti all'estate, opportunità sportive in tutti i quartieri, potremmo risolvere il problema dell'insicurezza percepita.

Il terzo aspetto è quello del costo della vita, che ha varie voci. Una è la casa di cui abbiamo già parlato, poi ce ne sono altri. Per esempio gli asilo nido, su cui dobbiamo aumentare posti e disponibilità o ancora, soprattutto in estate, le piscine pubbliche. Noi siamo una città che ha due piscine pubbliche aperte quest'estate. A New York mi sembra che siano 53. Costruire nuove piscine pubbliche è anche un modo per ridurre il costo della vita perché aumentiamo la disponibilità di chi è costretto a rimanere a Milano nei mesi più caldi.

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