Trieste, vietato aiutare i migranti. Lorena Fornasir: «Li trattano male sperando di mandarli via»
Ho conosciuto Lorena Fornasir in mezzo a una piazza, mentre medicava un ragazzo con meno della metà dei miei anni. Il ragazzo aveva delle ferite a un piede, se le era procurate percorrendo la rotta balcanica e arrivando in Italia con le sue gambe, letteralmente. Accanto a lui un altro ragazzo, e alcuni passi indietro alcuni uomini. Ognuno di loro aspettava il proprio turno, ognuno di loro aspettava di curarsi i piedi per lo stesso motivo: un cammino accidentato, qualche volta lungo anni.
Quando ho conosciuto Lorena Fornasir, aveva in mano una garza e un paio di forbici. Faceva freddo e tirava vento, niente di anomalo per la città di Trieste. Eravamo in quella che le persone avevano ribattezzato "piazza del Mondo". L'anomalia era l'umanità. Raramente mi era capitato di incrociarne così tanta e tutta insieme.
Su MAGNETICA raccontiamo anche storie di frontiere e di attraversamenti. Storie di respingimenti, fili spinati e manganelli schiacciati sulla testa delle persone che provano a uscire da una condizione di privazione, o semplicemente cercano qualcosa di migliore. Alcune di queste storie le potete trovare anche nel nostro secondo documentario Spin Time: ho vissuto tre giorni in un palazzo occupato.
Passo indietro.
È passata meno di una settimana da quando due persone sono morte a Trieste, due giovani intrappolati e uccisi dal fumo in un rifugio usato dalle persone migranti. A poco più di un mese dall'ordinanza che vieta a Lorena Fornasir e a tutte le associazioni, di aiutare chi ha bisogno. Per capirci qualcosa di più ho chiamato direttamente Lorena Fornasir.
Voglio partire dall'ordinanza che ha imposto delle restrizioni alla vostra presenza in piazza.
È passato ormai più di un mese. A giugno il Governo ha emanato il nuovo Decreto sicurezza e, da settembre, hanno iniziato a chiederci di comunicare la nostra presenza in piazza. Noi lo abbiamo fatto.
Fammi capire: hanno equiparato la vostra presenza in piazza a una manifestazione?
Sì. La Questura tratta i nostri incontri serali come manifestazioni, anche se non lo sono. Noi distribuiamo cibo, ci prendiamo cura dei piedi delle persone, offriamo vestiti e assistenza. Non stiamo organizzando una manifestazione.
Avete sempre comunicato i ritrovi?
Sì. E abbiamo pensato che la questione finisse lì, con la comunicazione della nostra presenza in piazza. Invece sono arrivate le prime prescrizioni: ci hanno imposto di limitare la solidarietà dalle 18 alle 20, dal lunedì al venerdì; mentre il sabato e la domenica ci è stato vietato di stare in piazza, a qualunque ora.
Qual è la ragione ufficiale?
Per il fine settimana, la motivazione che ci hanno dato, è stata quella che volevano favorire le attività commerciali, lo svago, la ricreazione sociale e le attività economiche. Evidentemente curare le persone ferite potrebbe distrarre dallo shopping. Per quanto riguarda gli altri giorni, invece, quando ci è permesso stare in piazza solo dalle 18 alle 20, nell'ordinanza si parla della sicurezza dei partecipanti. Noi non abbiamo mai chiesto di essere protetti e, soprattutto, non ci sentiamo minacciati.
Lorena, faccio una piccola riflessione: la sicurezza di chi, poi? Le persone che arrivano dopo un viaggio lunghissimo e che spesso dormono all'aperto trovano proprio nella vostra presenza un'occasione di protezione. O sbaglio?
Dici bene. La motivazione della Questura è contestabile sotto tutti i punti di vista. Quella comunicazione te la voglio leggere direttamente: "Necessità di prevenire eventuali turbative dell'ordine e della sicurezza pubblica, per garantire il regolare svolgimento delle attività sociali, di intrattenimento e di svago e la libera circolazione delle iniziative economiche che interessano il centro cittadino".
La solidarietà, insomma, sembra diventata un problema per la città.
La solidarietà qui a Trieste fa scandalo. I migranti devono rimanere fantasmi, non devono essere visti, non devono disturbare lo spritz del sabato sera e la quiete della domenica. La piazza ora è diventata lugubre, vuota, cupa. Tra l'altro credo che molti triestini non l'abbiano mai frequentata prima dei nostri incontri. Con la nostra presenza, quella piazza, era diventata anche una piazza bella, viva, piena di giovani. Con tutte le sue problematicità, certo, ma era diventata uno spazio vitale.
Adesso hanno ucciso la bellezza. È come se ci fosse un'invidia radicale della vita, per fare spazio alle forme della morte. La piazza oggi è tetra. Vuota.
Come state reagendo a queste restrizioni?
Abbiamo reagito con disciplina. Alle 20 ce ne andiamo, anche perché subito dopo arrivano i carabinieri ed entrano in piazza a controllare i documenti dei ragazzi.
E prima delle 20 cerchiamo di fare tutto quello che possiamo. Quando arrivano nuovi migranti dalla rotta balcanica, dobbiamo riuscire in una vera e propria corsa a dar loro da mangiare, vestirli e accompagnarli a Spazio 11, che non è un dormitorio, ma viene considerato una sala d'attesa. È uno spazio pensato soprattutto per le persone in transito, che possono fermarsi fino al mattino, quando poi ripartono con il primo treno.
Dopo le 20 ci spostiamo sul marciapiede di fronte alla piazza. Continuiamo ad accogliere i nuovi arrivi e a distribuire cibo, vestiti e tutto quello di cui hanno bisogno.
Pochi giorni fa, intanto, c'è stato un incendio in uno degli spazi di Porto Vecchio dove dormivano alcune persone. Che cosa sapete di quanto è accaduto?
Le indagini faranno il loro corso, ma noi abbiamo raccolto le testimonianze dei ragazzi che si trovavano lì. Ci hanno raccontato che, in un piano sottostante al fatiscente magazzino 18, alcune persone avevano acceso un fuoco per riscaldarsi e cucinare un po' di riso.
Quel giorno c'era una bora terribile, con raffiche superiori ai 100 chilometri orari. Probabilmente il vento ha favorito la propagazione del fuoco e del fumo, che si è diffuso ovunque. Il fumo sarebbe risalito attraverso i cunicoli di una parete, raggiungendo il piano superiore e intossicando la coppia che stava dormendo. Naturalmente saranno le indagini a stabilire che cosa sia successo. La mia non è un'accusa, ma la testimonianza di quanto ci è stato riferito.
Quella coppia non è l'unica ad aver perso la vita in questi luoghi.
No. E forse se a Trieste il sindaco, che per legge dovrebbe garantire la cura delle persone, avesse predisposto un'alternativa a questi terribili magazzini di Porto Vecchio, forse avremmo evitato non soltanto la morte di questa coppia, ma anche quelle di Shem, alla fine di dicembre 2025, e di Sunille, un ragazzo nepalese morto di freddo e di indifferenza pochi giorni dopo, nel gennaio 2026.
In tutto il Friuli, durante l'inverno scorso, abbiamo avuto cinque morti e persone intossicate dal monossido di carbonio. Ricordo anche che nel 2024 sette ragazzi afghani si sono salvati per miracolo dopo essere rimasti intossicati dal monossido.
E oggi siamo appena all'inizio di un nuovo inverno.
Che cosa sta facendo la politica per affrontare questa emergenza?
Qui a Trieste è in atto una politica degli sgomberi senza alcuna alternativa. Il magazzino 18, dove è morta la coppia e dove è avvenuto l'incendio, è stato sigillato. Ma il 2 novembre, la mattina stessa, hanno sigillato anche un altro magazzino, per assurdo lasciando una persona chiusa dentro.
Cosa significa?
Era un uomo pakistano di sessant'anni, regolarmente presente sul territorio, che aveva perso il lavoro e non aveva un altro posto dove vivere. Si trovava al piano terra. Sarebbe bastato entrare per vederlo. Mi domando come abbiano fatto a non accorgersi della sua presenza.
È rimasto intrappolato lì dentro, senza poter uscire. Per tutta la giornata ha cercato aiuto e ha provato a contattare qualcuno. Soltanto nel tardo pomeriggio alcuni amici hanno risposto alle sue telefonate, mi hanno avvertita e siamo andati a salvarlo, chiamando i carabinieri e i vigili del fuoco.
Questa è la politica che avanza a colpi di assi inchiodate, di sgomberi e senza alcuna attenzione per la vita umana. Non è soltanto un errore: è disattenzione, incuria verso vite migranti che sembrano non avere alcun valore. Come se fossero non-persone.
Anche tu, per il lavoro che fai, sei diventata bersaglio di attacchi e insulti. Che cosa ti succede?
Mi riversano addosso un odio terribile. Ci sono siti e pagine che utilizzano i manifesti e i post che pubblico per scatenare odio e razzismo. Mi dicono di tutto.
Che cosa ti contestano?
Mi dicono di portarmeli a casa mia. Mi insultano, mi danno della persona fuori di testa e mi scrivono cose volgari, anche pornografiche. Non vale neanche la pena ripeterle.
Torniamo alle persone che arrivano a Trieste attraverso la rotta balcanica. Quale ruolo sta giocando la Questura?
C'è una questione fondamentale che spesso viene dimenticata: queste persone rimangono abbandonate in strada anche perché la Questura non consente loro di presentare subito la domanda di protezione internazionale. Alcuni aspettano mesi soltanto per riuscire a entrare negli uffici e ricevere un tagliandino con un appuntamento. Possono passare anche due, tre o quattro mesi. Ci sono persone provenienti dal Bangladesh e dal Nepal che aspettano tantissimo. Gli afghani, tra virgolette, sono più fortunati, perché riescono ad accedere nel giro di uno o due mesi. I pakistani sono meno fortunati degli afghani. Esiste una vera e propria scala gerarchica.
In che senso vengono rinviati gli appuntamenti?
Semplicemente, quando arriva il giorno dell'appuntamento, questo viene cancellato e rimandato al mese successivo, oppure a due settimane dopo. Le persone si ripresentano e l'appuntamento viene nuovamente cancellato. E così possono trascorrere tre o quattro mesi.
Nel frattempo non hanno alcuna possibilità di riparo e di vita, se non quella che offriamo noi e quella che trovano negli edifici abbandonati di Porto Vecchio.
È una modalità che finisce per impedire loro di accedere ai propri diritti.
Sì, e soprattutto lo considerano uno strumento di deterrenza. La deterrenza funziona così: più ti trattano male, prima te ne vai.
E purtroppo funziona, perché molte persone non ce la fanno più e se ne vanno. Purtroppo, però, il loro destino spesso diventa ancora peggiore.
Mi fai un esempio?
Poco tempo fa c'è stato un boom di partenze verso la Sicilia. Si era sparsa la voce che lì le domande venissero accettate. Alcune persone erano ferme a Trieste da due mesi e hanno deciso di partire. Una volta arrivate in Sicilia, si sono ritrovate sottoposte alla procedura accelerata di frontiera, la cosiddetta PAF. È una procedura terribile: non è una commissione a valutare la loro situazione, ma un poliziotto a stabilire se possono o meno presentare domanda di protezione internazionale. Molti sono finiti in una situazione disastrosa. Abbiamo ricevuto notizie terribili. C'è chi riesce a fare ricorso e chi non riesce a farlo. Saverio, te lo dico senza mezzi termini: è una politica micidiale.
Grazie Lorena.