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Ho vissuto 3 giorni in un palazzo occupato: ecco cosa ho scoperto sullo Spin Time

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Ho vissuto 3 giorni in un palazzo occupato: ecco cosa ho scoperto sullo Spin Time
«Ma questi rubano le case?». «Chi c’è dietro?». «Perché non si trovano un lavoro come tutti gli altri?». Sono alcune delle domande che sento fare quando si parla di occupazioni. Ho deciso di portarle con me, senza fingere che non esistano.

Ho vissuto tre giorni nell'occupazione di via Santa Croce in Gerusalemme, a Roma. Ho dormito lì, mangiato, fatto la doccia, incontrato famiglie, studenti, attivisti e persone arrivate da ogni parte del mondo. Ho trovato un palazzo abitato da oltre 400 persone, ma anche un luogo aperto alla città, con scuole, sportelli, laboratori, un'osteria e spazi di lavoro. E ho provato a rispondere a una domanda: che cosa succedeva, davvero, dentro Spin Time?

La prima volta che ho sentito parlare di occupazioni ero alle scuole superiori. I ragazzi più grandi avevano appeso uno striscione: «Chi non occupa, preoccupa». Si riferivano alle occupazioni studentesche, quelle che duravano qualche giorno e che per alcuni erano un'occasione per saltare le lezioni, mentre per altri diventavano un modo per organizzare assemblee, discutere e provare a cambiare il mondo, o almeno un pezzettino.
Poi ho conosciuto le occupazioni di case a Firenze, attraverso Lorenzo Bargellini. Lorenzo aiutava persone senza casa a trovarne una e lui stesso viveva in un'occupazione. C'era chi lo odiava per questo. Io ho sempre pensato che fosse uno di quei casi in cui, per giudicare una persona, bisognerebbe prima provare a fare almeno una parte di quello che fa lei.

Di occupazioni, negli anni, ne ho conosciute diverse, ma non avevo mai vissuto dentro una di queste esperienze. Perciò sono entrato a Spin Time, a Roma, con una telecamera e molte domande. Volevo sapere chi ci abitasse, perché fosse lì, chi decidesse le cose, come funzionasse il denaro, chi pagasse le bollette e soprattutto che cosa succedesse dietro quel portone.

«Ma questi rubano le case?». «Chi c'è dietro?». «Perché non si trovano un lavoro come tutti gli altri?».
Sono alcune delle domande che sento fare quando si parla di occupazioni. Ho deciso di portarle con me, senza fingere che non esistano. E di provare a trovare le risposte entrando nelle case, parlando con le persone, ascoltando anche quello che non mi aspettavo di sentire.
Sono rimasto tre giorni. Ho dormito sul divano di Mosè, un giornalista che era arrivato a Spin Time dopo che la sua abitazione era esplosa a causa di una fuga di gas. Mi sono fatto la doccia, ho mangiato nell'osteria, mi sono tagliato i capelli dal barbiere, ho visitato la camera oscura, sono entrato in una redazione giornalistica e ho partecipato a un'assemblea. Ho anche provato a fare taekwondo, con risultati che è meglio non approfondire.
Ma soprattutto ho incontrato le persone.

Un palazzo vuoto, poi una casa per centinaia di persone.
Spin Time si trova in via Santa Croce in Gerusalemme 55, nel quartiere Esquilino. È un edificio di dieci piani e circa 20-21mila metri quadrati, con una storia che precede di molto l'occupazione.
Prima era la sede dell'Inpdap, l'Istituto nazionale di previdenza e assistenza per i dipendenti dell'amministrazione pubblica, poi confluito nell'Inps. Gli uffici hanno cominciato a chiudere nei primi anni Duemila e l'abbandono definitivo è arrivato nel 2010. Nel frattempo l'immobile, attraverso un processo di cartolarizzazione, è passato dal patrimonio pubblico a quello privato. Oggi la proprietà fa capo a Investire SGR, gestore del Fondo Immobili Pubblici.
Nell'ottobre 2013 il movimento per il diritto all'abitare Action ha occupato lo stabile, nell'ambito della mobilitazione che in quell'anno portò a decine di nuove occupazioni a Roma. Un edificio rimasto inutilizzato è diventato così una risposta all'emergenza abitativa di centinaia di persone.
Non è una ricostruzione di parte: la data, la storia dell'immobile e la nascita del progetto sono dati di fatto.

Quando entro, Mosè mi spiega che il palazzo è organizzato in sette piani abitativi e tre destinati alle attività sociali. Circa 15mila metri quadrati per gli alloggi e 5mila per gli spazi collettivi.
Paolo, che tutti chiamano Paolone, mi dà qualche numero in più. È il presidente dell'APS Spin Time Labs, il soggetto che coordina il progetto di rigenerazione urbana. Mi racconta che, al momento delle riprese, nei sette piani abitativi vivevano 133 nuclei familiari, circa 420 persone, con una presenza molto significativa di minori. Le persone provenivano da 28 nazionalità differenti.
Paolone non vive più stabilmente nel palazzo, anche se ci trascorre gran parte delle sue giornate. Mi spiega che il suo ruolo è volontario, come quello degli altri attivisti e attiviste che si occupano di ogni cosa ci sia da fare all'interno. Il suo obiettivo, dice, è mettere insieme giovani, persone povere e migranti attraverso un progetto che tenga insieme umanità e cultura.
È una definizione ambiziosa. Per capire quanto corrisponda alla realtà, bisogna salire e scendere per quei dieci piani.

«Se non fossi qui non saprei dove stare»
Comincio a bussare alle porte degli appartamenti. Non ho appuntamenti, non so chi troverò e non so se qualcuno avrà voglia di raccontarmi la propria vita.
Un uomo mi dice che vive a Spin Time da tredici anni, praticamente dall'inizio. Prima era in affitto, poi ha provato a costruire una famiglia. Dopo la separazione si è ritrovato senza una casa e senza la possibilità economica di mantenerne una in affitto. Oggi ha una figlia e contribuisce al suo mantenimento.
«Se fossi single potrei permettermi un affitto. Pagare 600 euro e pagare il mantenimento a mia figlia sarebbe diventata una cosa impossibile», mi racconta.
Non descrive la vita nell'occupazione come una soluzione perfetta. Anzi, parla di sacrifici, di privacy che manca e del pregiudizio che si porta dietro vivere in un posto occupato. Ci sono persone che conosce fuori da lì alle quali non racconta dove abita, per paura di essere guardato diversamente.
«L'obiettivo non è vivere a vita dentro un'occupazione», precisa.
Petronella prima viveva in affitto, poi ha perso il lavoro. «Ringraziando questo posto ho avuto un tetto sopra la testa. Se non fossi qua non saprei dove stare».
Poi incontro Patience. È arrivata in Italia nel 2011, durante la guerra in Libia. Aveva un bambino di sei mesi. Ricorda i primi tempi, la paura di non sapere dove dormire e che cosa dare da mangiare a suo figlio.
«Io sono una mamma con in braccio un figlio, in strada piango. Cosa mangiamo e dove dormiamo?».
Le è capitato molte volte di non avere niente da dargli da mangiare. Oggi lavora come cameriera e addetta alle pulizie. Un lavoro faticoso, mi racconta, che le provoca dolore alle ginocchia. Ma le permette di comprare il pane, i libri per i figli, le scarpe quando quelle vecchie si rompono.
Quando le chiedo perché non cerchi una casa in affitto, mi risponde con una domanda: «Se tu prendi 700-800 euro e paghi 900 euro, cosa mangi? E come vesti i bambini?».
Ha provato a cercare un appartamento insieme a un'amica. Il prezzo richiesto era di 900 euro. Per lei, semplicemente, impossibile. Mi racconta anche di aver ricevuto diversi rifiuti, a volte per il colore della pelle.
Il mercato degli affitti, oltre a essere troppo caro, può diventare una porta chiusa per chi non corrisponde all'immagine dell'inquilino desiderato.
È una questione che emerge anche parlando con le persone che lavorano agli sportelli sociali: l'emergenza abitativa non riguarda soltanto chi non ha un reddito, ma anche chi ha un lavoro e non riesce comunque ad accedere a una casa. Ci sono anziani considerati troppo vecchi per essere affittuari affidabili, persone straniere discriminate, famiglie monoreddito, lavoratori precari.

La domanda «perché non si trovano una casa?» ha una risposta meno semplice di quanto sembri. A volte una casa non si trova perché non si hanno abbastanza soldi. Altre volte perché qualcuno decide che non sei l'inquilino giusto.

Non ci sono soltanto gli appartamenti
Se Spin Time fosse soltanto un posto in cui dormono 400 persone, sarebbe già una storia importante. Ma il palazzo è anche un insieme di attività e servizi, alcuni rivolti a chi ci abita, altri aperti a persone che vivono nel quartiere e in altre zone della città.
Al piano meno uno incontro un ragazzo turco che mi mostra la camera oscura. È arrivato in Italia per studiare alla Sapienza, ha conosciuto il gruppo di persone che frequenta il laboratorio e ha trovato uno spazio in cui provare a costruire relazioni. Si sviluppano e stampano fotografie su pellicola, si organizzano laboratori e si condividono competenze.
C'è poi il coworking, uno spazio di lavoro aperto a studentesse e studenti, universitari e professionisti. C'è uno sportello casa, che offre informazioni e orientamento a chi cerca una sistemazione. C'è il Legal Aid, dove ogni settimana le persone possono ricevere supporto sulle pratiche per il rinnovo dei documenti e le richieste di protezione internazionale.
Le operatrici mi spiegano che una parte importante del loro lavoro consiste nel supplire a informazioni e servizi che spesso le istituzioni non riescono a garantire. Tra i problemi più frequenti ci sono la precarietà del permesso di soggiorno, le difficoltà nell'accesso alla protezione internazionale e l'impossibilità, per chi è senza dimora, di avere una residenza anagrafica.
Una residenza, anche fittizia, può fare la differenza: permette di ottenere una carta d'identità, aprire un conto corrente, accedere a servizi e diritti che altrimenti rimangono fuori portata.
Non è una questione astratta. Senza una residenza si può arrivare a non avere neppure un medico di base.
Ci sono poi la sede della Rete degli studenti medi di Roma Centro, la redazione di Scomodo, il doposcuola, la scuola di italiano, le attività sportive, i laboratori artistici e l'osteria popolare. Quest'ultima è uno dei luoghi in cui si capisce meglio il rapporto fra il palazzo e il resto della città. Non è un servizio riservato agli abitanti: è un posto in cui si mangia, si incontrano persone e si finanziano attività collettive. I prezzi sono popolari e per chi vive nell'edificio sono previsti ulteriori sconti.
La distribuzione alimentare dichiara di raggiungere circa 230 nuclei familiari, dei quali una parte consistente vive fuori dal palazzo. È un dettaglio importante, perché racconta una cosa che durante la mia visita ho visto ripetersi: Spin Time non è una comunità che si limita a prendersi cura di se stessa. Almeno nelle intenzioni e in molte delle sue attività, cerca di essere un servizio per il territorio.

I bambini, le regole e le assemblee
Una delle cose che mi colpisce maggiormente è la presenza dei bambini e delle bambine. Ci sono famiglie con figli piccoli, ragazzi e ragazze che frequentano le scuole del quartiere, studenti universitari che hanno trovato qui un alloggio per poter proseguire gli studi.
Entro nella sala B, uno degli spazi più utilizzati per le attività collettive. Quando il palazzo fu occupato, racconta Paolone, fu proprio lì che le persone dormirono nei primi giorni. Oggi si fanno doposcuola, lezioni di italiano, attività di danza, feste di compleanno e laboratori.
Una ragazza che si occupa del doposcuola mi mostra le mappe geografiche appese alle pareti. Mi racconta che le piace insegnare ai bambini e che trova bellissimo vedere come riescano a stare insieme, senza dare troppo peso alle differenze di provenienza.
Tarzan, storico attivista dei movimenti per il diritto all'abitare, mi dice che a Spin Time la dispersione scolastica è pari a zero. I bambini che vivono nel palazzo frequentano tutti la scuola. Sul sito ufficiale viene riportato lo stesso dato, confrontato con il 10,7% di dispersione scolastica indicata per Roma, e si legge che il 67% dei minori partecipa ad attività extrascolastiche. Questi dati indicano una delle ambizioni centrali della comunità: non lasciare che la condizione economica delle famiglie determini anche l'esclusione educativa dei figli.

Non significa che vivere lì sia sempre facile. I bagni sono condivisi, ci sono turni di pulizia, spazi comuni da mantenere e regole da rispettare. Chiedo a un ragazzo se capita di saltare il proprio turno. «Capita anche a me», risponde, «e poi mi becco la punizione del doppio turno».
Non è un dettaglio da poco. Perché quando si parla di comunità si rischia di immaginare un luogo dove tutto funziona grazie alla bontà delle persone. In realtà, vivere insieme significa anche litigare, discutere, trovare compromessi e assumersi responsabilità.
A Spin Time c'è un'assemblea, uno dei luoghi fondamentali dell'organizzazione. Ci si riunisce per discutere delle questioni che riguardano gli abitanti e le attività. Quando entro stanno parlando dell'organizzazione dei centri estivi per bambine e bambini.
«Mica sono ragazzi nostri», mi dice Tarzan, spiegando che l'obiettivo è costruire qualcosa di utile per tutta la città.
Gli chiedo se non si sia stancato di fare assemblee.
«Sì».
E allora perché continua?
«L'alternativa è che ognuno si risolve i problemi a livello individuale. O rifacciamo diventare le questioni sociali una questione che affrontiamo collettivamente, oppure ognuno spera che sgomitando ce la faccia a scapito di quell'altro».
Don Mattia Ferrari, che oltre a frequentare Spin Time è cappellano di bordo della nave di Mediterranea Saving Humans, mi spiega che l'assemblea è l'organo centrale della comunità. Le decisioni, mi racconta, raramente vengono prese con una votazione: si discute fino a cercare una soluzione condivisa.
È un processo che può richiedere tempo, ma che mette al centro la partecipazione di chi abita e frequenta lo spazio.
Don Mattia mi accompagna anche in una piccola sala interconfessionale. È un luogo in cui cristiani e musulmani possono incontrarsi, pregare e stare insieme. Non c'è un'unica religione di riferimento. Ci sono libri sacri in lingue diverse, oggetti e simboli che raccontano la pluralità delle persone che abitano il palazzo.
Gli chiedo che cosa, secondo lui, i mezzi d'informazione non raccontino bene di Spin Time.
«Non rendono giustizia alla sofferenza da cui molte persone che sono qui dentro provengono. Molte persone hanno alle spalle storie di violenze, ingiustizie, discriminazioni, esclusioni. Ma certe narrazioni non rendono giustizia neanche alla bellezza che si vive qua dentro».
La bellezza, mi spiega, è soprattutto l'incontro fra persone che fuori da quel palazzo probabilmente non si sarebbero mai conosciute. Persone con idee politiche, religioni, abitudini e storie differenti, che si ritrovano a condividere gli stessi spazi.
Patience, che ho incontrato qualche piano più sopra, lo dice in maniera ancora più semplice: «Siamo come fratelli e sorelle da diverse nazionalità».
Una famiglia che non ha scelto necessariamente di diventare tale, ma che ha imparato a convivere.

Il conto dei 21 milioni e il valore che non entra in una bolletta
C'è una domanda che non voglio evitare: quanto costa Spin Time?
Non è una domanda secondaria, soprattutto perché intorno a questa esperienza si è sviluppata una polemica economica e politica molto forte.
Nel febbraio 2026 il Tribunale civile di Roma ha condannato il Ministero dell'Interno a risarcire Investire SGR con oltre 21,1 milioni di euro per i danni legati alla mancata esecuzione del sequestro preventivo dell'immobile. La decisione riguarda la responsabilità del Viminale per non avere dato esecuzione al provvedimento di sequestro disposto nel 2020. Non significa che gli abitanti siano stati condannati a pagare 21 milioni, né che quella cifra rappresenti semplicemente il totale delle bollette non pagate. La sentenza riguarda il danno riconosciuto alla proprietà per la mancata liberazione dello stabile.
È importante chiarirlo perché, nel dibattito pubblico, le cifre rischiano di diventare slogan.
Nel lavoro di approfondimento che ho realizzato con l'economista Luigi Corvo abbiamo provato a guardare anche dall'altra parte del conto. Esiste una valutazione di impatto sociale di 58 pagine, costruita intorno all'esperienza di Spin Time, che utilizza la metodologia SROI, Social Return on Investment, per stimare il valore economico dei benefici prodotti dalle attività sociali.
Secondo questa valutazione, per ogni euro investito nell'esperienza sarebbe stato generato un valore sociale equivalente a 1,95 euro.
È un risultato che va letto per quello che è: una valutazione di impatto costruita attraverso indicatori e stime, non un bilancio aziendale certificato né la dimostrazione che ogni spesa sostenuta dal palazzo sia stata automaticamente recuperata. Ma è un tentativo di misurare anche ciò che normalmente non compare nei conti: il sostegno scolastico, i servizi di prossimità, l'assistenza, le relazioni sociali e i costi che possono essere evitati quando una comunità riesce a prevenire l'esclusione.
Lo stesso Corvo, nella nostra conversazione, ha ipotizzato un investimento di 36 milioni di euro per una possibile regolarizzazione, mettendolo a confronto con il valore sociale che il progetto sarebbe in grado di produrre nel tempo.

C'è una domanda che mi sembra particolarmente utile: quanto costerebbe alla collettività garantire altrove tutti i servizi che Spin Time ha organizzato? Quanto costerebbe accompagnare centinaia di persone in un percorso di autonomia abitativa, sostenere i bambini nello studio, offrire assistenza legale e sociale, distribuire alimenti e costruire occasioni di incontro?
Non ho trovato una risposta definitiva a tutte queste domande. Ma credo che siano le domande giuste da porre a chiunque voglia discutere seriamente del futuro di questo luogo.

Il 29 luglio: fuori da casa, senza sapere quando si potrà rientrare.
Mentre giravo il documentario non immaginavo che, poche settimane dopo, sarei tornato davanti allo stesso palazzo per raccontare un'altra storia.
Nella notte tra il 29 e il 30 luglio 2026 un principio d'incendio ha interessato un locale tecnico dello stabile. Le persone sono state evacuate per consentire i controlli dei vigili del fuoco e degli impianti. L'incendio è stato spento, ma quello che doveva essere un allontanamento temporaneo si è trasformato in uno sgombero: l'edificio è stato posto sotto sequestro e agli abitanti non è stato più consentito di rientrare.
Quella notte circa 400 persone hanno perso, almeno temporaneamente, la possibilità di tornare nelle proprie case. Tra loro c'erano oltre cento bambini.
Le immagini delle prime ore sono difficili da dimenticare: famiglie fuori dal palazzo, persone anziane senza i propri effetti personali, bambini costretti a dormire sui cartoni. Alcuni abitanti non erano riusciti neppure a recuperare documenti, medicine e vestiti.
Ad agosto sono andato a trovarli. Davanti allo stabile era nato un grande presidio, una distesa di tende e gazebo in cui la comunità aveva provato a trasferire una parte della vita che fino a pochi giorni prima si svolgeva all'interno.
Lì ho incontrato anche Paola Turci, arrivata a Ferragosto per sostenere le famiglie. Ha cantato «L'avvelenata» di Francesco Guccini e mi ha raccontato di aver messo a disposizione anche una stanza del proprio appartamento per l'accoglienza temporanea.
«Io penso questo: mi ci potevo trovare io in questa situazione. Davvero, ci penso: perché no? Sono stata più fortunata e non ci sono».
La sua è una frase che merita di essere presa sul serio. Perché la distanza tra chi ha una casa e chi non ce l'ha non è sempre una distanza morale. A volte è una separazione economica, una perdita del lavoro, una separazione familiare, una malattia, una successione di circostanze che possono cambiare la vita di chiunque.

La vicenda è diventata anche una trattativa istituzionale. Il Comune di Roma ha manifestato la volontà di acquistare l'immobile per trovare una soluzione che permettesse di tutelare le famiglie e il progetto sociale. Il 6 agosto, però, Investire SGR ha respinto la proposta di un accordo ponte che avrebbe consentito il rientro temporaneo di una parte degli abitanti. La società ha motivato la propria posizione richiamando le condizioni di sicurezza e di agibilità dello stabile, che a suo giudizio non consentivano un utilizzo abitativo.
Nel frattempo le famiglie hanno cominciato a trovare sistemazioni alternative. Il percorso è stato lungo e non privo di difficoltà. A fine agosto anche l'ultimo nucleo familiare aveva trovato un alloggio temporaneo, come avevo raccontato in un articolo su MAGNETICA. Ma trovare un tetto non significa necessariamente aver risolto il problema.
Alcune persone sono state sistemate vicino al quartiere, altre molto lontano. Per chi lavora e per chi ha figli che frequentano le scuole dell'Esquilino, la distanza può significare ore di viaggio e una nuova difficoltà quotidiana. La stessa comunità ha chiesto di poter mantenere vicini gli abitanti e di continuare a lavorare con il Comune per individuare soluzioni più stabili.
Anche le attività non si sono fermate. Una parte della comunità ha chiesto di poter continuare il lavoro attraverso sette gazebo davanti al palazzo, con sportelli, laboratori e iniziative culturali. La strada è stata riaperta al traffico il 25 agosto, ma il presidio e la richiesta di non disperdere l'esperienza sono proseguiti.
La questione, dunque, è ancora aperta. Le persone hanno trovato una sistemazione temporanea, ma il progetto che avevano costruito per tredici anni non ha ancora trovato una collocazione definitiva.
Cento, mille Spin Time?
Prima di lasciare il palazzo, durante le riprese, chiedo a una giovane attivista quale sia la prospettiva futura.
Mi parla della possibilità che Spin Time diventi un modello, non soltanto per l'edificio di via Santa Croce in Gerusalemme, ma per un modo diverso di affrontare il diritto all'abitare e la rigenerazione urbana.
Mi ricorda che il progetto era stato inserito nel Piano Casa del Comune di Roma, anche sulla base della valutazione di impatto sociale realizzata con Open Impact. L'ipotesi di acquisizione pubblica, però, non si è ancora tradotta in una soluzione definitiva.
Tarzan è ancora più esplicito: Spin Time, secondo lui, non dovrebbe essere soltanto un'esperienza da riconoscere, ma un modello di intervento pubblico da replicare.
Gli chiedo se pensa davvero che possa succedere.
La risposta arriva senza esitazioni: «Cento, mille Spin Time per la città. Ma per l'Italia!». Queste sono le parole di Beatrice Tabacco.
Non so se sia possibile. Non so nemmeno se tutte le caratteristiche di questa esperienza siano replicabili altrove. Ogni comunità ha la propria storia, le proprie difficoltà, le proprie contraddizioni. E non è sufficiente occupare un palazzo per costruire una realtà simile.
Quello che so è che, dopo aver trascorso tre giorni lì dentro, mi è impossibile riconoscere Spin Time nelle descrizioni che spesso ne vengono date da lontano.
Ho trovato persone che litigano per i turni delle pulizie, ragazzi che lasciano le magliette in disordine, famiglie che fanno i conti con la fatica di condividere spazi e bagni, lavoratori che arrivano a casa con le ginocchia doloranti. Ho trovato anche una donna che ha venduto i propri orecchini d'oro per ricomprare lo strumento musicale al compagno, dopo che il governo turco glielo aveva sottratto. E l'ho ascoltato suonare.
Ho incontrato un uomo che si occupa della portineria, che ha lavorato per 29 anni nel settore edile e che oggi continua a fare manutenzione al palazzo. Mi ha raccontato che suo nonno era un partigiano e che la cosa che più lo fa arrabbiare è quando qualcuno non partecipa alla vita collettiva.
«La lotta non si delega a nessuno», mi ha detto.

Ho incontrato studenti universitari che hanno trovato lì una possibilità di proseguire gli studi, ragazzi che lavorano in osteria, persone che arrivano da paesi diversi e che hanno imparato a riconoscersi come vicini di casa.
E ho incontrato una comunità che, pur con tutte le sue contraddizioni, ha provato a trasformare un edificio abbandonato in qualcosa di più di un dormitorio.

All'ingresso di Spin Time c'è uno striscione che recita: «Nessuno si salva da solo e da sola». Una studentessa mi dice che è la frase che sente più vicina allo spirito del palazzo.

Forse è questa la cosa che mi porto via dopo i tre giorni trascorsi lì. Non l'idea che le occupazioni siano sempre giuste, non la convinzione che la proprietà privata non conti o che le regole possano essere ignorate. Mi porto via una domanda, piuttosto: che cosa dovrebbe fare una città quando un edificio rimane vuoto per anni e, nel frattempo, centinaia di persone non riescono a trovare una casa?
La risposta non può essere semplicemente che bisogna sgomberare.
Bisogna guardare, misurare, ascoltare, verificare. Bisogna capire se un'esperienza produce davvero un beneficio collettivo, se rispetta le persone, se è sostenibile, se può essere trasformata in un progetto regolare e se le istituzioni sono capaci di farsene carico.
Spin Time oggi è anche questo: una domanda rivolta alla politica, alla città e a tutti noi.

Quando sono entrato, avevo intenzione di capire che cosa ci fosse dietro quel portone. Quando sono uscito, mi sono accorto che la domanda era diventata un'altra: che cosa siamo disposti a fare, come società, perché nessuno debba più chiedersi dove dormirà la notte?
Ecco perché, se Spin Time fosse una persona, continuo a pensare che sarebbe la mia mamma.
Non perché sia perfetta. Ma perché, quando sono entrato, mi ha fatto spazio.

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