Nessuna provocazione, avevamo ragione noi: 14 autorità israeliane nella catena di comando contro la Flotilla

Il giorno della denuncia, dopo la convocazione in Procura.
Il giorno della denuncia, dopo la convocazione in Procura.
Ero sulla Karma, sono stato sequestrato e detenuto in Israele. Poi sono stato fra quelli che hanno denunciato le violenze. La Procura di Roma ha individuato 14 autorità israeliane nell’inchiesta, anche per il reato di tortura. Non abbiamo ancora vinto, ma non ci eravamo inventati niente. Guarda un po’.

Avevamo ragione noi.

Mentre lo scrivo penso a quanto sia brutto doverlo scrivere. Avrei preferito essermi inventato tutto. Avrei preferito che quelle ore, quei giorni, quelle botte, quelle minacce, quel carcere non fossero mai esistiti. E soprattutto avrei preferito che il genocidio contro il popolo palestinese non fosse mai iniziato.

Invece avevamo ragione noi, guarda un po'.

Due settimane fa è uscito il primo documentario di MAGNETICA: 33 minuti di ricostruzione con le immagini inedite sfuggite ai militari israeliani.
E la settimana scorsa la Procura di Roma ha individuato quattordici autorità israeliane, tra ministri e vertici militari, di polizia e del sistema carcerario, nell’inchiesta sulle violenze subite dalle persone a bordo della Global Sumud Flotilla. Tra i nomi ci sono il ministro della Difesa israeliano Israel Katz e quello della Sicurezza nazionale Ben Gvir, il Ministro boia che passandoci accanto ci accusò di "uccidere i bambini ebrei". L’ipotesi di reato, anche per lui, comprende la tortura nei confronti degli attivisti della Flotilla.

È un passaggio giudiziario importante. La Procura ha ricostruito le operazioni, raccolto le testimonianze e individuato persone che, secondo gli accertamenti, facevano parte delle catene di comando coinvolte.

E io, che su una di quelle barche c’ero e non ho mai smesso di raccontare, oggi sento il bisogno di dirlo: avevamo ragione noi.

La nostra storia comincia in acque internazionali, quando le forze israeliane hanno intercettato le nostre imbarcazioni, ci hanno prelevati con la forza e ci hanno portati in Israele. La storia è continuata nelle carceri, nelle violenze e nelle umiliazioni che abbiamo raccontato una volta tornati a casa. Ed è proseguita in Italia, quando abbiamo deciso di denunciare e allora siamo diventati un problema da risolvere, una questione da provare a mettere a tacere anche a forza di "Bitini" e "pisciaseduto". E anche molto altro.

Io ero sulla Karma, una delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla. Non ero andato lì per per cercare uno scontro. Ero lì perché ritenevo, e ritengo, che non sia accettabile assistere alla distruzione di un popolo senza provare a fare qualcosa. Perché il blocco degli aiuti umanitari non diventasse una normalità, una di quelle atrocità che ci abituiamo a guardare mentre facciamo colazione.
La nostra era una missione civile e nonviolenta. Eppure siamo stati sequestrati in mare, privati della libertà e rinchiusi nelle carceri israeliane. Le violenze che abbiamo denunciato non erano un dettaglio laterale della missione. Erano fatti che meritavano di essere raccontati, verificati e giudicati.

Per questo abbiamo denunciato.

A ottobre del 2025 la Procura di Roma aveva aperto un’indagine dopo le denunce presentate da 37 partecipanti italiani. Fra loro c’ero anch’io e tutti i partecipanti della barca Karma, una di quelle che usavamo per i monitoraggi in mare con TOM – Tutti gli Occhi sul Mediterraneo. Finalmente la magistratura aveva cominciato a occuparsi di fatti che, fino a quel momento, avevamo potuto raccontare soprattutto attraverso le nostre parole, le nostre testimonianze, i nostri corpi.

Qualche tempo dopo sono andato a Roma per essere ascoltato dai carabinieri del ROS. Li ringraziai pubblicamente per la gentilezza e per la precisione delle domande, per la capacità di aiutarmi a mettere in fila i ricordi. Avevo portato anche le pastarelle. Sì, le pastarelle. Perché per me l’impegno e le parole non sono un atto di sacrificio, ma vita da celebrare. Perché testimoniare, denunciare, provare a ottenere giustizia non significa soltanto attraversare il dolore. Significa anche credere che quello che facciamo possa avere un senso.

Quel giorno avevo scritto una frase: «Probabilmente non arriveremo a ottenere giustizia, basta solo pensare a come il genocidio continua ad andare avanti, ma è giusto sempre provarci, testimoniare e prendere parte». Oggi quella frase mi torna in mente, ce l'ho sempre appiccicata addosso.

Oggi non ho smesso di credere che la giustizia sia difficile, e nemmeno credo che l’indagine abbia già ottenuto tutto quello che chiedevamo. Quando provi a denunciare gli abusi di un potere enorme, la prima difficoltà è spesso riuscire a far capire che non stai raccontando qualcosa di incredibile: stai raccontando qualcosa che è successo.

Avevamo ragione noi non significa che abbiamo vinto. Significa che non ci siamo inventati niente.

Significa che le nostre parole non erano un’esagerazione, una fantasia, una messinscena. Significa che denunciare le violenze non era un modo per cercare visibilità. Che non eravamo noi a dover dimostrare di essere persone rispettabili, che era giusto chiedere di accertare le responsabilità di chi ci aveva fermati.

Significa anche che la parola tortura, quando compare in un’indagine giudiziaria, non può essere trattata come una provocazione buona per accendere una polemica televisiva. È una parola che racconta fatti gravi, con conseguenze giuridiche potenzialmente pesantissime. E proprio per questo deve essere affrontata con serietà, attraverso le prove, le testimonianze e il lavoro della magistratura.

La notizia delle indagini della Procura di Roma riguarda anche i nomi di chi si trovava ai vertici dell'Idf. Non soltanto le persone che materialmente hanno compiuto determinate azioni, ma la ricostruzione di una catena di comando. È un punto fondamentale, perché la violenza esercitata da uno Stato non può diventare automaticamente una responsabilità senza responsabili.

Quando si parla di Israele, quando si denuncia quello che fanno le sue autorità, c’è sempre qualcuno pronto a spostare la discussione altrove. A confondere la critica a un governo con l’odio verso un popolo. A usare la complessità della storia per chiedere di non giudicare il presente. A ricordarci che bisogna aspettare, che bisogna capire, che bisogna essere prudenti.

La prudenza è necessaria. Il silenzio no.

E soprattutto non è prudenza chiedere a chi ha subito una violenza di tacere per non disturbare la politica. Non è equilibrio mettere sullo stesso piano chi denuncia un abuso e chi deve rispondere delle proprie azioni. Non è imparzialità rinunciare a cercare la verità.

La verità, semmai, ha bisogno di essere verificata. Ed è quello che sta facendo la magistratura.

Io non so se si arriverà a un processo, se i responsabili potranno essere chiamati a rispondere dei fatti contestati, se le richieste di cooperazione giudiziaria internazionale troveranno risposta. Ma so che senza le denunce, senza le testimonianze, senza la disponibilità di tante persone a tornare su quello che avevano vissuto, questo percorso non avrebbe potuto compiere i passi che ha compiuto.

E allora oggi penso a tutte le persone che erano con me sulla barca Karma. A chi ha scelto di raccontare, a chi ha trovato le parole dopo aver fatto fatica a trovarle, a chi ha deciso di non lasciare che il proprio dolore diventasse soltanto un ricordo privato.

Penso a chi, in questi mesi, ci ha ascoltati e a chi invece ha preferito non farlo.

Penso soprattutto a Gaza.
Perché sarebbe un errore terribile trasformare questa notizia in una storia che parla soltanto di noi.
Noi siamo tornati a casa. Abbiamo potuto raccontare quello che ci era successo, incontrare avvocati, entrare in una caserma, sederci davanti a chi raccoglieva le nostre testimonianze. Per noi si è aperto uno spazio di ascolto e di giustizia possibile. Io, poi, sono riuscito a metabolizzarlo anche raccontandolo in un video che parla di noi e di tutta l'operazione della Global Sumud Flotilla.

Per i palestinesi, invece, la violenza non è una parentesi da raccontare dopo il ritorno. È una realtà che continua a segnare le loro vite, le loro famiglie, le loro case, il loro futuro. E il fatto che un’indagine italiana faccia un passo avanti non cancella quello che accade a Gaza, non restituisce le vite perdute, non spezza da solo il sistema di impunità che ha permesso a questa tragedia di continuare.

La Global Sumud Flotilla non nasceva dalla convinzione che cinquanta barchette malmesse potessero risolvere una questione enorme. Nasceva dalla convinzione opposta: che davanti a un’ingiustizia enorme non si possa usare la propria piccolezza come una scusa per non fare niente.

Oggi quella stessa convinzione mi porta a dire che la nostra testimonianza è servita. Non sappiamo ancora dove ci condurrà, ma ha contribuito a un’indagine che sta provando a ricostruire fatti e responsabilità.

Per questo torno alla frase iniziale: avevamo ragione noi. Non perché abbiamo sempre ragione. E non perché ci basti vedere qualcuno indagato per sentirci soddisfatti.

Avevamo ragione a denunciare. Avevamo ragione a chiedere che i fatti fossero accertati. Avevamo ragione a non accettare che quanto ci era successo venisse archiviato, prima ancora che da un tribunale, dalla distrazione collettiva.

Io, quel giorno a Roma, mi ero sentito bene. Avevo raccontato quello che sapevo. Avevo risposto alle domande. Avevo consegnato la mia parte di verità a chi aveva il compito di verificarla. E avevo portato le pastarelle. Oggi le porterei di nuovo, ma non per festeggiare una vittoria che ancora non c’è. Le porterei per ricordarmi che vale la pena provarci, anche quando sembra impossibile riuscirci. Che prendere parte serve e che nessuna ingiustizia dovrebbe poter contare sul nostro silenzio.

E che, qualche volta, la cosa più rivoluzionaria che possiamo fare è continuare a raccontare quello che è successo, fino a quando qualcuno sarà costretto ad ascoltarlo.

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