Questo è il primo documentario di MAGNETICA. Una ricostruzione video di 33 minuti del viaggio che ho compiuto con la Global Sumud Flotilla. Un anno fa. Immagini in gran parte inedite, che girai a bordo della barca Karma e che ricostruiscono gli interi preparativi e tutto il viaggio. La stessa barca sulla quale siamo stati intercettati e abbordati dalle forze militari israeliane in acque internazionali e arrestati in piena violazione del diritto internazionale.
Che cos'è stata davvero la Flotilla? Da chi era composta? Ha raggiunto veramente il suo obiettivo? In questo video vogliamo ripercorrere tutta la storia, e lo farò portandovi direttamente a bordo di una delle barche che si erano unite alla missione, la barca di TOM – Tutti gli Occhi sul Mediterraneo, del quale faccio parte anche io.
Mi ero imbarcato come giornalista di Fanpage.it, come componente di TOM e soprattutto come essere umano. Mi ero imbarcato con la più estesa missione umanitaria della Storia, cinquecento persone e oltre cinquanta imbarcazioni da decine di Paesi diversi, con un focus preciso: la Palestina. L'obiettivo era quello di aprire corridoi umanitari sicuri e permanenti, chiedere la fine del genocidio e il riconoscimento dello Stato di Palestina. E riuscire – insieme agli equipaggi di terra – prima di tutto a porre l'attenzione su quello che stava accadendo proprio in Palestina. Dare una prospettiva e permettere alle persone (a partire da noi stessi) di uscire dalla frustrazione del "ma io cosa posso fare?". Possiamo metterci insieme, scendere in piazza a milioni e in centinaia in mare. Insieme possiamo cambiare la Storia, o almeno abbiamo il dovere di provarci. Questo è stato per molti di noi l'inizio dell'avventura e la sua spinta morale. Ma è davvero servito? Cosa accadeva durante il giorno, come si svolgeva la vita in barca o quando la notte i droni volavano in cielo? Trasportavamo davvero aiuti umanitari? Riuscivamo a ridere e a sorridere? Ve lo dico subito: sì. Perché il diritto alla vita è anche un dovere. Ma il focus era sempre sullo sterminio etnico con 80.000 morti palestinesi che ancora oggi stanno aumentando di numero, e centinaia di migliaia di case distrutte. In quel numero enorme, abnorme, anche trentamila bambine e bambini palestinesi uccisi dallo Stato di Israele non per errore di mira, perché se un terzo dei morti ammazzati è un bambino o una bambina, non hai sbagliato a premere il grilletto, tu volevi proprio farlo verso di loro. Li hai scelti.
La grande colpa che abbiamo individuato in quasi tutti gli Stati occidentali è stata l'accettazione del primo sterminio di massa a reti unificate, documentazione costante. Oggi nessuno può più dire "io non sapevo". Oggi gli Stati sanno, ma come lo Stato italiano hanno sempre continuato a vendere armi a Israele, trasformando una pulizia etnica in "normale". Hanno normalizzato addirittura un genocidio.
Sono partito con la Global Sumud Flotilla e ho fatto bene, la conferma non richiesta e non desiderata mi è arrivata da Ben Gvir, poco dopo la nostra cattura, mentre ero chiuso in una gabbia insieme a qualche altra decina di persone della Global Sumud Flotilla. Ben Gvir l'ho visto mentre ci indicava e diceva alle sue TV che lo seguivano: "They kill our jewesh children". Noi abbiamo detto che non era vero, noi vogliamo la pace, e i primi che lo hanno detto sono stati trascinati con forza fuori dalla gabbia in cui eravamo rinchiusi.
Per questo scrivo che quella di Ben Gvir è stata la conferma di cui non avevo bisogno o desiderio. Perché era già chiaro che raccontasse balle per avvalorare l'uccisione dei palestinesi e la loro estromissione dai territori. Ma in questo modo ho avuto la conferma: le stesse balle che racconta sui palestinesi, le ha raccontate su di noi. Noi vogliamo la pace e il riconoscimento dello Stato di Palestina, nient'altro ed esattamente come tra l'altro indicano già numerose risoluzioni dell'ONU.
Il video che abbiamo realizzato per MAGNETICA racconta tutto, ma due cose voglio metterle in evidenza anche qui, per scritto. Prima di tutto la nostra cattura. I militari israeliani prima di abbordarci hanno jammato ogni nostra comunicazione. Poi sono saliti sulla barca, hanno tirato una ginocchiata nelle costole a Yassine Laframe e ci hanno obbligati a stare in cerchio, poi ci hanno confinati in stiva. Hanno preso possesso della barca e l'hanno guidata fino al porto di Ashdod. Qui ci hanno fatto sbarcare e lasciati in un enorme piazzale, in ginocchio, per ore, a poca distanza gli uni dagli altri. Hanno spezzato un braccio a un ragazzo dietro di me. Picchiavano sulla testa chiunque alzasse soltanto lo sguardo da terra. Mi hanno impedito per ore di andare in bagno, quando mi hanno accompagnato tenevano la porta spalancata e ridevano mentre facevo cacca.
Un soldato israeliano si era inventato un gioco: diceva "up" e "down" e io dovevo chinarmi e risalire senza sbagliare. Quando urlava il comando, io dovevo fare uno scatto unico. Il giovanissimo soldato me lo ha ripetuto decine di volte e rideva, mostrandomi agli altri suoi commilitoni peggio di come facevano con le scimmie cent'anni fa. Mi portava letteralmente in giro. E poi si era inventato un altro gioco: mi chiedeva come mi chiamassi e io dovevo rispondere "Bitini" o "Bitinni", qualcosa del genere. E di nuovo mi portava a ripetere la scena a giro e tutti ridevano. E poi le botte sulla schiena e dietro il collo.
Mi hanno strappato le fedi, rubato computer, telecamere, cavi, ricordi, braccialetti, documenti, telefono. Mi hanno consegnato una finta ricevuta per riavere le mie cose, una presa in giro che mi è rimasta oggi come prova: la finta ricevuta la mostro anche in video. I soldati israeliani mi hanno spogliato, gettato i miei vestiti e obbligato a indossarne altri. Hanno gettato le mie scarpe, lasciato nudo e dato delle ciabatte.
Lo hanno fatto con me e in misura simile con ogni altra persona della Global Sumud Flotilla. Questo è stato. E tutto questo è meno di un miliardesimo di quello che è costretta a subire ogni giorno la popolazione palestinese, lo teniamo in mente anche quando parliamo di quello che è accaduto a noi.
E poi la seconda cosa che vorrei raccontarvi e che mostriamo anche in video: i delfini. Una quantità incredibile di delfini che per un po' hanno deciso di seguirci durante il viaggio. I delfini (secondo me) rappresentano la contrapposizione della quale mi piace sottolineare la bellezza, per darle forza. Perché noi siamo partiti, in fondo, perché abbiamo riconosciuto che hanno ragione i delfini. Hanno ragione loro a essere ogni giorno felici insieme, a giocare, collaborare e salutare con felicità le altre specie viventi; i delfini hanno capito che vale la pena essere "liberi e felici, insieme agli altri".
Per questo non dobbiamo smettere di stupirci della bellezza dei delfini e della loro vita che fuoriesce dall'acqua. E non dobbiamo accettare niente che sia meno della felicità che sono in grado di condividere i delfini.
Stay Human, diceva un grande Vittorio Arrigoni.