Faccio parte di TOM – Tutti gli Occhi sul Mediterraneo da due anni. È un raggruppamento di associazioni in cui sono entrato come presidente di Sheep Italia, e due mesi fa ho fatto un passo in più: con la mia telecamera sono diventato parte dell'equipaggio e sono salito sulla nostra barca per un monitoraggio diretto nel mar Mediterraneo Centrale. Risultato: abbiamo effettuato due soccorsi e la storia uscirà prossimamente in esclusiva su MAGNETICA.
Oggi ho intervistato Francesco Malavolta, fotogiornalista, per ricostruire con lui la storia del naufragio del 3 ottobre 2013.
Ciao Francesco, è la prima volta che ti intervisto.
Sì, abbiamo vissuto insieme in Italia, in Francia e in Etiopia tante storie che poi hai tramutato in racconti per Fanpage.it, però è la prima volta che mi dai la parole (ride).
Oggi è il 3 ottobre.
Quel giorno del 2013 ha diviso la mia vita fra un prima e un dopo.
Cosa significa?
Sono uscito di casa a 18 anni, con una macchina fotografica come si usavano trentacinque anni fa, per raccontare i popoli in movimento. Non ho mai smesso, ma il 3 ottobre 2013 è stata la prima volta in cui ho visto così tanti morti tutti insieme.
Mi racconti cosa è accaduto quel giorno?
Il 3 ottobre 2013 una barca arriva a meno di mezzo miglio da Lampedusa. Si ferma, non riesce a ripartire. Una persona sopra la barca ha un'idea: prendere un maglione e immergerlo nella benzina, poi dargli fuoco. Probabilmente pensa che sia una buona idea, come un fuoco d'artificio d'emergenza. Nessuno lo ferma. Il maglione prende fuoco, ma più di quello che si potesse pensare. Le persone sulla barca si impauriscono e si spostano tutte sul lato opposto, la barca si rovescia e finisce a quaranta metri di profondità.
Ci saranno molte vittime.
Saranno 368. Secondo le cronache 367 più un bambino, un feto ancora attaccato alla madre, l'ultimo a essere recuperato dal fondo del mare. Le persone sopravvissute 155, quelle ancora disperse 20. Ti dico questo: le persone sopravvissute, ancora oggi, si ritrovano a Lampedusa per quella che è poi diventata la giornata della Memoria e dell'Accoglienza. Sono tornato anche io, più volte, per raccontare le persone nel loro cammino successivo e per abbracciarle.
Tu hai vissuto quella storia in prima linea.
Conosco la storia perché in quegli anni vivevo a Palermo e raggiunsi Lampedusa con il primo volo, alle 8:00 del mattino ero già lì. Ho visto il recupero dei corpi, tutti. Fino alla fine. Me lo sono imposto, sai?
Cosa ricordi?
All'inizio venivano messi in sacchi neri e depositati nel vecchio aeroporto di Lampedusa, non c'erano neanche bare a sufficienza. Nel frattempo avevano fatto arrivare un tir con una enorme cella frigo, e veniva tenuto aperto per raffreddare l'ambiente.
E poi?
Poi sono arrivate le bare, poi ancora non volevano farci entrare, non volevano foto. Poi grazie alla pressione internazionale vincemmo: raccontare era un dovere. Perciò ci hanno fatto entrare per dieci minuti. E da lì, per la prima volta, siamo riusciti a raccontare cosa significasse tutto quel numero di bare insieme. Ricordo che non mi stavano tutte in una sola foto e montai un grandangolo per fare entrare nella foto il più alto numero di bare possibile. Volevo mostrarle tutte, ma davvero non entravano. Erano tantissime. Avevo l'idea, e ce l'ho ancora, che lasciandone alcune fuori dall'inquadratura avrei fatto un torto ai morti.
Qual era il clima politico?
Da lì partì lo slogan "mai più". Non sarebbe più dovuta accadere una strage del genere. Iniziò Mare Nostrum, poi Triton e le ONG dal 2015.
Si è trattato veramente di un "mai più?"
No. Considera questo: da gennaio 2014 a settembre 2026 – nei rapporti ufficiali Missing Migrants Projects attraverso lo IOM – la stima di persone morte o desaparecidos (cioè scomparse) è 42.705 persone. Stiamo parlando di una rotta che somma Mediterraneo Centrale e parte atlantica, cioè quelle persone dirette verso il territorio spagnolo.
Le persone morte o disperse soltanto nel Mediterraneo Centrale sono invece 26.813.
Sono numeri reali?
Sono per difetto. Talvolta non sono neanche la metà di quelli reali, per stessa ammissione degli organi che li raccolgono con scrupolo e attenzione, come lo IOM.
Altre associazioni parlano di quattro o cinque volte quei numeri, principalmente nella parte atlantica. Io credo comunque che la cosa migliore sia prendere i numeri ufficiali ed essere consapevoli che sono in ogni caso stime al ribasso. Credo che la cosa fondamentale sia leggere quei numeri una volta, forse due, e poi parlare di persone. Che i numeri siano reali oppure il doppio, o il triplo, ma fossero anche la metà sono in ogni caso numeri osceni, spaventosamente alti.
Torno al 3 ottobre 2013: quando vi siete accorti della portata del naufragio?
Non subito. Il mare era buono, la barca era vicina alla costa, era più o meno l'alba che significa luce. Nessuno pensava a 368 morti.
Perché così tante persone?
Perché la maggioranza, al momento del naufragio, si trovava all'interno del barcone da pesca sul quale avevano viaggiato. Poi iniziarono a essere recuperati i corpi, e iniziammo a raccogliere le dichiarazioni delle persone sopravvissute. E a quel punto capimmo. I primi sopravvissuti, dopo alcune cure, vagavano in porto cercando notizie di familiari e parenti che erano con loro.
Dove furono spedite le bare?
Prima a Porto Empedocle e poi smistate fra vari cimiteri. I funerali furono fatti ovunque in modo multiculturale, perciò più esponenti religiosi che praticavano funerali multipli, secondo varie fedi.
C'è qualcosa che ancora oggi è capace di sconvolgerti?
Quelle fotografie mi hanno sconvolto. Oggi mi sconvolge l'abitudine alla morte, o come la si possa addirittura festeggiare. Fra i commenti, sulle mie pagine social o su quelle dei vari media, quando viene riportata la notizia di un naufragio, ci sono persone che letteralmente festeggiano. La violenza verbale, che poi si trasforma in violenza politica, è aumentata. Mi sconvolge come venga anche coltivata per interessi elettorali.
A livello personale sei cambiato?
Non faccio più il bagno in mare. Arrivo con l'acqua fino all'ombelico, poi torno indietro. Non sopporto l'acqua alta, ho gli occhi pieni di quello che è accaduto e continua ad accadere ancora oggi.
Hai fatto percorsi psicologici?
Sempre, ne ho bisogno.
Ti basta?
No. Ma non smetto di fotografare: la curiosità sociale e l'interesse per la vita sono quello che mi muovono. Anche quando racconto la morte, è sempre la vita a spingermi.
Soddisfazioni?
Quando mi chiamano nelle scuole. Lì ho la sensazione che qualcosa possa ancora cambiare. Vedo attenzione e capacità di entrare in sintonia, di empatizzare davvero. E mi scordo anche l'orrore di certi commenti e di alcuni commentatori.
Grazie Francesco Malavolta.
Grazie a te Saverio.
Prossimamente uscirà su MAGNETICA il racconto in prima linea di un soccorso in mare. Anzi: due soccorsi consecutivi e molto diversi tra loro.