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Don Mattia Ferrari: “Allo Spin Time la fraternità era la nostra rivoluzione”

Don Mattia Ferrari: "Spin Time era uno spazio di relazioni"
Don Mattia Ferrari: "Spin Time era uno spazio di relazioni"
Don Mattia Ferrari: “Una delle definizioni più belle dei movimenti popolari l’ha data Papa Francesco: un movimento popolare esiste quando gli esclusi e i poveri non si limitano a soffrire per l’ingiustizia, ma si ribellano contro di essa. Ecco cos’era Spin Time”.

Don Mattia Ferrari è un prete che ha scelto di stare dalla parte di quelle persone che la quota dominante della società considera ultime. Lo troviamo come cappellano di bordo della ONG Mediterranea, io l'ho incontrato all'interno di Spin Time, una delle più grandi e discusse occupazioni d'Italia, dove ho deciso di vivere per tre giorni e raccontare (davvero) che cosa significa occupare un immobile e viverci dentro. Il documentario di oltre mezz'ora lo trovate fra le produzioni di MAGNETICA.

Don Mattia Ferrari ha contribuito in modo determinante alla crescita dello spazio occupato Spin Time, ci ha vissuto dentro, detto Messa, aiutato le persone e fatto decine di assemblee insieme agli attivisti e agli stessi abitanti del palazzo. Lo incontro nello spazio del coworking.

Don Mattia, partiamo da qui. Dove ci troviamo?

Siamo nel coworking, uno dei cuori di Spin Time. È nato dopo la pandemia, quando si è diffuso lo smart working. Una modalità di lavoro che per certi aspetti rappresenta un vantaggio, ma che porta con sé anche un rischio: quello della solitudine. Abbiamo pensato a uno spazio in cui lavoratori e lavoratrici potessero stare insieme, condividere competenze e costruire relazioni. Una delle parole chiave di Spin Time è proprio questa: il valore politico delle relazioni.

Cosa significa rispetto a uno spazio occupato?

Siamo partiti dalla lotta per la casa, per chi ne era escluso in senso materiale. Ma negli anni abbiamo scoperto che esistono anche tante altre necessità di casa. La cultura, per esempio, spesso non ha casa: qui abbiamo un auditorium, un tavolo della cultura e tante iniziative culturali trovano spazio. Lo stesso vale per chi lavora da remoto e ha bisogno di un luogo in cui incontrarsi e condividere esperienze. Qui possono venire le persone da fuori, il nostro cancello è sempre aperto, e usufruire gratuitamente di questo spazio. Questo coworking è importante anche perché è uno dei luoghi in cui si svolgono le nostre assemblee.

Come si gestisce una realtà così grande? Chi prende le decisioni?

Spin Time è una comunità organizzata dei movimenti popolari, in rete con altri movimenti popolari di tutto il mondo. Il suo organo centrale è l’assemblea, di cui fanno parte tutte le persone che abitano qui o che svolgono attività all’interno del palazzo. Ci ritroviamo periodicamente per condividere, discutere, confrontarci e prendere decisioni insieme.

In quali assemblee si prendono le decisioni?

La grande assemblea plenaria si articola in due assemblee: quella degli abitanti, che affronta le questioni strettamente legate alla parte abitativa, e quella di gestione, che si occupa dell’attivismo, delle attività e dei servizi che si svolgono qui. Ciascuna elegge dei propri rappresentanti. Quelli delle due assemblee formano insieme il consiglio unitario, che si occupa della gestione ordinaria del palazzo. Ma attenzione: l’organo più importante non è il consiglio unitario, è sempre l’assemblea. Perché questo è un processo democratico nel senso più profondo del termine: una democrazia sostanziale, nella quale tutti possono e sono chiamati a partecipare attivamente alla vita della comunità.

Quali sono le decisioni che vengono prese in assemblea?

Si decide su tutto. Dalle questioni più importanti, come la linea politica da seguire davanti alle sfide che abbiamo di fronte, fino alle cose più semplici: le iniziative da organizzare, le attività da svolgere, ma anche questioni molto materiali, come quelle che riguardano la pulizia dei bagni o le cucine del palazzo. Si passa dai grandi temi politici alla gestione della quotidianità.

Votate?

Normalmente il voto viene utilizzato come ultima possibilità. A parte l’elezione dei rappresentanti, per le decisioni si cerca soprattutto di utilizzare il metodo del consenso: si discute a fondo, ci si confronta e si prova ad arrivare a una soluzione condivisa. La stragrande maggioranza delle decisioni nasce così, attraverso l’incontro, il dialogo e la condivisione.

Perciò quando votate?

Si vota soltanto nei casi eccezionali, quando esiste una divergenza di opinioni che non si riesce a superare e diventa necessario capire quanto ciascuna posizione sia rappresentativa. Il metodo del confronto per noi è molto importante perché il confronto fa crescere. Tantissime persone sono cresciute grazie a questo metodo. Impari l’importanza dell’ascolto, dell’umiltà, capisci che gli altri hanno qualcosa da dirti. Qui ci sono persone che arrivano da 27 Paesi diversi, ma anche persone con provenienze culturali, religiose e politiche molto differenti. Ci sono persone come me, che sono ministri della Chiesa, persone atee, persone di altre religioni. C’è chi arriva dai movimenti, chi dai sindacati, chi dal volontariato, chi dallo scoutismo.

Persone da 27 Paesi diversi, quasi un mondo.

È una pluralità enorme. E questo metodo della condivisione e dell’ascolto ti educa a quella che Papa Francesco prima e Papa Leone oggi chiamano la cultura dell’incontro: riconoscere che l’altra persona ha sempre qualcosa da dirti. Quando ci si ascolta con umiltà e ci si confronta, è sempre un arricchimento enorme.

Tu sei un sacerdote. Quando è nata la tua vocazione?

Il mio cammino vocazionale è iniziato molto presto, già durante le scuole medie, ed è proseguito negli anni delle superiori. Naturalmente la decisione definitiva è maturata progressivamente. Dopo aver conseguito la maturità classica a Modena sono entrato in seminario. Ho frequentato sei anni di seminario e poi sono stato ordinato sacerdote.

Ci sono stati momenti di crisi, domande particolarmente difficili che hanno messo alla prova la tua fede?

Ce ne sono stati tantissimi. Nella mia vita ho incontrato anche ferite e difficoltà molto grandi. Quando avevo 18 anni, in quinta superiore, ho perso uno dei miei amici più cari a causa di un attacco epilettico. Era un ragazzo straordinario, una persona squisita, buonissima. Trovarsi davanti al mistero della morte di un ragazzo di 18 anni ti pone domande enormi. Ti mette in crisi, nel senso più profondo e non negativo del termine, e ti porta a cercare ancora di più il volto di Dio.

Mi racconti qualcosa in più?

È successo pochi mesi prima che entrassi in seminario. Anche davanti a domande così grandi, alle quali fai fatica a trovare risposte, ho scelto di credere in Dio e nella vocazione che avevo scoperto. È stata una scelta maturata grazie soprattutto a tante persone: la mia famiglia, la parrocchia, i sacerdoti che ho incontrato e, in modo particolare, il cardinale Loris Capovilla, che all’epoca era già molto anziano ed era stato segretario di Papa Giovanni XXIII.
Quello che ho sperimentato non è stata semplicemente una fede intellettuale. È stata soprattutto la presenza concreta, nella carne, dell’amore di Gesù Cristo. Un amore che ti entra dentro, che senti e che opera nella storia attraverso tante persone che credono in questo amore e lo vivono.
La vita mi ha portato a incontrarlo ancora più fortemente, anche nella sofferenza enorme. Con Mediterranea lavoriamo ogni giorno a contatto con persone che subiscono ingiustizie e violenze terribili. L’ONU parla di orrori indicibili a proposito dei migranti in Libia. Noi incontriamo quotidianamente persone che hanno vissuto tutto questo.

Sofferenza e amore.

Sì. Contemporaneamente continuo a toccare con mano un amore fortissimo, che ha un altissimo valore politico. È quello che muove tante persone, credenti e non credenti, che anche davanti a ingiustizie enormi, violenze terribili e sfide epocali scelgono di credere in questo amore e di condividerlo. È stato al centro della mia scoperta della vocazione ed è ancora oggi ciò che mi spinge a seguire questo cammino.

Torniamo a Spin Time. Che cosa non raccontano i media quando parlano di questa esperienza e, più in generale, delle occupazioni?

Purtroppo, in Italia, quando si parla di questi temi spesso i media restituiscono un racconto caricaturale, che non rende giustizia alla grandissima umanità che c’è qui dentro. Non rende giustizia innanzitutto alla sofferenza da cui provengono molte delle persone che abitano Spin Time. Alle loro spalle ci sono storie di violenze, ingiustizie, discriminazioni ed esclusioni. E non soltanto tra chi abita qui: nei nostri sportelli incontriamo ogni giorno la carne dell’umanità sofferente.

E poi?

Certe narrazioni non rendono giustizia neanche alla bellezza che si vive in questo posto. È una bellezza impressionante, che nasce dalle relazioni. Nessuna lettura politica dovrebbe avere la priorità sulla bellezza delle relazioni che si costruiscono qui.

Quando parli di bellezza, a che cosa ti riferisci esattamente?

Parlo proprio della bellezza delle relazioni. Noi qui siamo una comunità. L’amore che sperimenti e vivi dentro Spin Time riguarda tutti: i bambini, le bambine, i ragazzi, le mamme, le famiglie, gli attivisti e i volontari e le volontarie.
È bellissimo avere relazioni con persone così diverse. Fuori da Spin Time, molte di queste persone probabilmente non si sarebbero mai incontrate. Nella società di oggi c’è una spinta fortissima verso quella che viene chiamata endogamia sociale: io mi relaziono con chi ha le mie stesse idee, il mio stesso modo di fare, con chi mi somiglia. Che si tratti di idee politiche, di tifo calcistico o di religione. Qui, invece, non soltanto ti relazioni con persone diverse, ma diventi loro amico. Ti ritrovi a cena insieme in osteria la consacrata cattolica, il prete, l’attivista che magari non è neanche battezzato, le persone musulmane, gli scout. Persone diversissime che costruiscono amicizie. È una ricchezza enorme.
E poi ci sono le relazioni con le persone che abitano qui. Molte hanno attraversato nella loro vita forme terribili di esclusione, emarginazione e discriminazione, e hanno un senso dell’umano davvero molto profondo.
Penso all’enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica humanitas. Ecco, questa umanità magnifica qui dentro la tocchi con mano. Ti rendi conto che le persone non sono soltanto capaci di fare le guerre, di creare sistemi ingiusti, di chiudersi agli altri o di compiere cose brutte. Sono anche capaci di vivere un’umanità magnifica, nella solidarietà e nella cura reciproca. Qui sperimenti davvero che l’umanità può essere magnifica.
Qui non c’è qualcuno che aiuta e qualcun altro che viene aiutato. Qui siamo una comunità. A volte, direi, siamo quasi una famiglia.

Hai incontrato tante storie di fragilità e di esclusione. Ci puoi raccontare qualcosa delle persone che vivono qui?

Le storie sono tante e difficili. C’è chi è letteralmente scappato dalla guerra, chi ha dovuto attraversare la Libia: potete immaginare che cosa significhi. C’è chi, per diverse ragioni, a un certo punto si è trovato senza casa, privato di un diritto fondamentale. A volte si pensa che il tema riguardi soltanto i migranti. Qui si vede molto bene che non è così. L’esclusione sociale non riguarda soltanto i migranti o soltanto gli italiani. Anche questa contrapposizione, a volte costruita ad arte, qui dentro non esiste. Ci sono persone migranti e persone italiane, accomunate dal fatto che a un certo punto della loro vita si sono trovate a subire l’esclusione sociale e a essere private del diritto alla casa e all’abitare.
Sono storie diverse, ma accomunate dal fatto che a un certo punto queste persone hanno incontrato il movimento, allora il movimento di lotta per la casa Action, e sono diventate protagoniste della propria storia.

Cosa sono i movimenti popolari?

Una delle definizioni più belle dei movimenti popolari l'ha data Papa Francesco. Un movimento popolare esiste quando gli esclusi e i poveri non si limitano a soffrire per l’ingiustizia, ma si ribellano contro di essa, organizzandosi insieme, lottando e costruendo dal basso, con la propria artigianalità, soluzioni concrete.
È esattamente quello che è successo qui. Persone con storie diverse si sono incontrate, si sono prese per mano, si sono unite e hanno costruito una comunità. Una comunità che rappresenta una risposta concreta alla sfida del diritto all’abitare e all’esclusione da questo diritto.

Qual è il tuo sogno per Spin Time? E, più in generale, per il futuro?

Di sogni ce ne sono tantissimi. Per il mondo, e in particolare per il mio servizio nel Mediterraneo, continuiamo a sperare e a lottare perché venga messa fine alla strage dei naufragi e al dramma dei respingimenti, che si potrebbe risolvere molto facilmente.
Per quanto riguarda Spin Time, il nostro sogno è innanzitutto che questa comunità possa crescere. Non è una comunità statica, è dinamica: continuamente arrivano persone nuove, che si avvicinano per motivi diversi. Speriamo che possa essere pienamente riconosciuta e tutelata. Papa Leone XIV ha ricordato che oggi esiste una nuova povertà che si aggiunge a quelle storiche: la povertà della solitudine. È enormemente diffusa nella nostra società e la si può vincere soltanto con la fraternità, costruendo relazioni.

È difficile.

Sì, è difficile perché viviamo nell’epoca dell’individualismo neoliberista. È un’epoca in cui si crede sempre meno nelle relazioni e sempre più nell’individuo. E invece queste esperienze ci insegnano che la vera forza, il vero tesoro della vita sono proprio le relazioni: le persone che incontri, quelle con cui cammini e con cui condividi il cammino. Credo che questa sia la cosa più importante che Spin Time possa insegnarci. Ed è fondamentale per rilanciare il grande sogno che Papa Francesco ci ha lasciato: quello della fraternità.
Il nostro sogno è che tutte queste esperienze possano crescere e moltiplicarsi, perché tutte le persone possano sperimentare la bellezza delle relazioni, proprio come la viviamo qui dentro.

Sei un sognatore molto concreto.

Grazie Saverio.

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Sono giornalista e video reporter. Realizzo reportage e documentari in forma breve, in Italia e all'estero. Scrivo libri, quando capita. Il più recente è "Siate ribelli. Praticate gentilezza". Ho sposato Fanpage.it, ed è un matrimonio felice. Racconto storie di umanità varia, mi piace incrociare le fragilità umane, senza pietismo e ribaltando il tavolo degli stereotipi. Per farlo uso le parole e le immagini. Mi nutro di video e respiro. Tutti i miei video li trovate sul canale Youmedia personale.
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