Marche, i clan “accolti” nella ricostruzione post-sisma: “La mafia che usa il cemento è stata la benvenuta”

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Un edificio lesionato dal terremoto del 30 ottobre 2016
Secondo la Gip camorra e ‘ndrangheta sono state ben accolte nella ricostruzione post terremoto delle Marche: avrebbero “assicurato un servizio veloce e a prezzi competitivi, la soddisfazione dei proprietari degli immobili lesionati dal sisma, una positiva ricaduta politica, e un’imponente ricaduta economica”.

Quando la criminalità organizzata non uccide, non estorce denaro con la violenza e non intimidisce, ma si limita a speculare sui fondi pubblici, a produrre false fatture per milioni e milioni di euro, a riciclare denaro sporco proveniente dallo spaccio di cocaina e a sfruttare lavoratori, per lo più stranieri e ricattabili, allora le si stende un bel "tappeto rosso". Quella criminalità infatti sembra far comodo a tutti, o quasi.

È quanto emerge dall'ordinanza firmata dalla GIP Sonia Piermartini, che nelle scorse settimane ha ordinato otto arresti e sequestri per oltre 57 milioni di euro nell’ambito della maxi-inchiesta sulla ricostruzione post-sisma 2016. Secondo la giudice, si legge infatti testualmente, "la criminalità organizzata che non spara, ma usa il cemento, è stata la benvenuta nelle Marche, perché, se si guarda solo all’aspetto materiale, ha assicurato un servizio veloce e a prezzi competitivi, la soddisfazione dei proprietari degli immobili lesionati dal sisma, una positiva ricaduta politica, e un’altrettanto imponente ricaduta economica positiva sull’indotto anche professionale. L’unica componente sociale che ha accusato un danno dal complessivo sistema ora delineato è ovviamente la parte pubblica, in termini di scorretta allocazione delle imponenti risorse erogate per la ricostruzione, assegnate, in violazione ai principi della concorrenza, a un ristretto ‘cartello' di aziende, con pari indebito illecito arricchimento della criminalità organizzata".

Nelle oltre 700 pagine dell'ordinanza del Tribunale di Ancona emerge un quadro a dir poco sconfortante sul declino di una regione, le Marche, a lungo considerata immune o periferica rispetto alle dinamiche delle organizzazioni criminali. Nel cratere sismico marchigiano, in particolare, si sarebbe consumato quello che gli inquirenti definiscono un modello di insediamento mafioso fondato non sulla conquista violenta del territorio, bensì sull'accoglienza e sulla convenienza reciproca: sia quella del mondo legale, che quella dei clan camorristici e delle cosche della ‘ndrangheta. "I colletti bianchi delle élites e gli abitanti degli ‘inferi' s’incontrano, tessono rapporti, e soprattutto fanno affari con reciproca soddisfazione".

L'imprenditore legato alla ‘ndrangheta: "Abbiamo pistole e fucili a pompa"

In questo schema, "la nuova criminalità organizzata non è più violenza che può utilizzare anche i canali finanziari, ma finanza che può utilizzare anche la violenza". Una violenza che secondo gli inquirenti sarebbe stata pronta a emergere all'occorrenza, come quando l'imprenditore calabrese arrestato Vincenzo Chiappalone, legato alla storica cosca della ‘ndrangheta Avignone di Gioia Tauro e ai Crea di Rizziconi, si vantava al telefono della determinazione dei suoi uomini: "Questa gente è disposta anche a sparare e uccidere qualora ve ne fosse l’esigenza". L'uomo menzionava anche le armi nascoste: "C’abbiamo la pistola dentro il baraccone, dietro al baraccone ho una calibro 9, un fucile a pompa e uno automatico".

Quell’arsenale fortunatamente è rimasto a riposo, anche perché – sempre secondo la GIP – nelle Marche nessuno ha opposto resistenza. I clan hanno saltato a piè pari la classica fase predatoria fatta di minacce e intimidazioni per calarsi direttamente nel ruolo di partner economici ideali, approfittando della massiccia concentrazione di denaro pubblico riversata sulla ricostruzione post terremoti. L'infiltrazione ha trovato un terreno fertile caratterizzato da un'imprenditoria diffusa a bassa tecnologia e da una frammentazione dei centri di spesa che ha prodotto quella che il provvedimento definisce una vera e propria "democratizzazione delle tangenti, nel senso di abbassamento del livello etico dei pubblici ufficiali e del valore delle controprestazioni in utilità richieste, con parallelo ampliamento della platea dei corruttibili". Insomma, sarebbe bastato ben poco alle organizzazioni criminali per "oliare" le pratiche e bypassare gli eventuali intralci amministrativi.

Enrico Crucianelli, l'imprenditore "cerniera" con i clan e le cosche

Il perno di questo sistema secondo gli inquirenti avrebbe un nome e un cognome: Enrico Crucianelli. Non un subappaltatore qualunque, bensì il titolare della Crucianelli Rest/Edile Srl, già presidente provinciale dell'Ance Macerata, membro del direttivo di Confindustria territoriale. Crucianelli, ora recluso al carcere di Ancona, avrebbe svolto la funzione di imprenditore-cerniera tra l'economia rispettabile e i clan, mettendo a disposizione la propria affidabilità per fare da scudo a figure che, per sua stessa ammissione, la moglie non avrebbe voluto far entrare neppure in casa. La sua azienda, diventata nel giro di qualche anno quasi "monopolista" della ricostruzione maceratese, incassava le anticipazioni pubbliche dei cantieri, il cosiddetto Sal 0, e subappaltava spesso le opere a ditte riconducibili alla ‘ndrangheta e al clan dei Casalesi, fazione Zagaria. Con una forza lavoro reale di 270 dipendenti, Crucianelli non avrebbe mai potuto sostenere la mole dei lavori acquisiti, 800 dei quali circa 400 ancora attivi; la soluzione sarebbe stata cedere la ricostruzione privata alle compagini criminali mediante contratti di subappalto non genuini, che mascheravano una pura somministrazione illecita di manodopera a basso costo, priva di garanzie previdenziali e assicurative.

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Secondo l'ordinanza della GIP Crucianelli sarebbe stato pienamente consapevole di essere entrato in affari con soggetti legati alla criminalità organizzata. Quando le prefetture hanno colpito con interdittive antimafia le prime società del gruppo casalese riconducibili a Giuseppe Diana, Raffaele Diana e Antonio Esposito (tutti e tre arrestati), come la Mira Costruzioni, la reazione dell'imprenditore maceratese captata dalle cimici è stata un laconico "mannaggia", seguito dall'immediato passaggio dei contratti ad altre società clone generate a catena, tra cui Prospera, Omega, Gisa, Adriatica e Ricostruire Srl, aziende anch'esse considerate direttamente collegate a figure di vertice o contigue al Clan dei Casalesi.

Anche lo ‘ndranghetista Chiappalone, parlando con un suo affiliato della necessità di muoversi con cautela nel reinvestimento dei fondi della ricostruzione, esclamava: "Io Mimmo devo stare attento che se mi ritirano l'antimafia… mi sparo!", un'espressione che il giudice qualifica come una sorta di confessione. Nonostante ciò, il flusso di affari non si è mai arrestato: Crucianelli cenava con i referenti dei Casalesi, riceveva in dono orologi di lusso, spendeva la sua influenza per promettere il loro ingresso nel "salotto buono di Confindustria" e otteneva in cambio sponde per lavori fuori regione. Intanto, però, sui tavoli istituzionali l'imprenditore firmava protocolli di legalità contro le infiltrazioni mafiose mentre nei suoi cantieri del cratere lavoravano indisturbate le cosche.

Fabio Pistarelli, l'ex capo di gabinetto del governatore Acquaroli

Cosche della ‘ndrangheta e clan camorristici sarebbero entrati in contatto anche con la pubblica amministrazione e la politica regionale. Gli inquirenti descrivono dettagliatamente l'operazione condotta sull'ex convento "Le Monachette" di Macerata, un immobile seicentesco gravemente danneggiato dal terremoto e privo di appetibilità sul mercato, di proprietà di un imprenditore. Attraverso una rete di mediazioni corruttive pilotate da figure istituzionali, tra cui l'arrestato Fabio Pistarelli, ex capo di gabinetto del Presidente della Regione Francesco Acquaroli (non indagato), l'edificio è stato acquistato per oltre 3 milioni di euro dall'Erdis, l'ente regionale per il diritto allo studio, per essere convertito in studentato universitario con i fondi del sisma. Per la cronaca: secondo gli investigatori l'edificio avrebbe presentato limiti strutturali tali da rendere impossibile il raggiungimento dei requisiti di sismo-resistenza previsti dalla normativa entro il tetto dei finanziamenti concessi: questo significa che l'alloggio universitario post-sisma sarebbe rimasto vulnerabile ai terremoti. L'appalto per il restauro secondo l'accusa sarebbe stato indirizzato alla ditta di Crucianelli in cambio di una mazzetta, per poi essere a sua volta subappaltato alle ditte dello ‘ndranghetista Chiappalone e del casalese Esposito.

Di fronte a questo sistema, l'infiltrazione della criminalità organizzata sarebbe avvenuta secondo la GIP "senza alcuna segnalazione rilevante di privati, professionisti, istituti di credito, Enti". Così nel cantiere della ricostruzione, il più grande d'Europa, si sarebbe dispiegato "l’archetipo dell’attuale impresa edile mafiosa: silente ed efficiente, ben inserita socialmente ma potenzialmente violenta, dotata di un serbatoio di maestranze infinito (formato da immigrati e da personale non sindacalizzato), finanziatrice della criminalità organizzata, da cui riceve a sua volta fondi da reimpiegare e da reimmettere nel circuito ‘legale'. Un soggetto economico sicuramente capace di aumentare il Pil, ma profondamente nocivo e ben ‘accolto' da chi volontariamente si tura il naso, in base al principio ‘pecunia non olet'". Il denaro non puzza.

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