Nei cantieri della ricostruzione post-sisma: così la ‘ndrangheta ricicla gli incassi della cocaina
C'è una polvere bianca che circola nei cantieri della ricostruzione post-sisma 2016, ovvero nel cantiere pubblico più grande d'Europa. E no, non è la calce impiegata in edilizia, bensì cocaina gestita da personaggi legati alla ‘ndrangheta, i cui proventi – fiumi di denaro contante – sarebbero stati riciclati da alcune aziende attive proprio nella ricostruzione.
È una delle vicende più inquietanti documentate nell'imponente inchiesta coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Ancona e condotta dai finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria e del GICO. Un’indagine chiamata non a caso "Ricostruzione", culminata la scorsa settimana in una raffica di provvedimenti cautelari con otto arresti, oltre cinquanta perquisizioni e un maxisequestro preventivo superiore ai 57 milioni di euro. Secondo gli inquirenti nel cratere maceratese – ovvero nella zona più ampia della vastissima area di 138 comuni interessati dai terremoti di dieci anni fa – sarebbe stato condotto un sistematico saccheggio dei contributi pubblici destinati alla ricostruzione, un affare multimilionario cresciuto grazie a un patto tra funzionari regionali – come Fabio Pistarelli, all'epoca dei fatti Capo di Gabinetto del governatore Francesco Acquaroli – faccendieri, imprenditori locali compiacenti e le ramificazioni criminali sia della camorra che della ‘ndrangheta, piombate come avvoltoi a speculare sulle macerie dei terremoti.
Ebbene, tra i vari filoni che compongono l'inchiesta – che Fanpage.it ha potuto analizzare – ve n'è anche uno che riguarda proprio la cocaina: secondo gli investigatori, infatti, una parte del cratere sarebbe stato trasformato in una "lavatrice" di capitali illeciti, dove i proventi delle piazze di spaccio di Roma e dell'entroterra marchigiano venivano ripuliti e immessi nel circuito bancario legale proprio attraverso l'edilizia.

Nell'ordinanza di custodia cautelare firmata dal GIP di Ancona vengono infatti dettagliatamente descritte le azioni di Vincenzo Chiappalone, costruttore originario della piana di Gioia Tauro da tempo radicato a Sassoferrato e considerato dagli inquirenti vicino alle cosche Avignone di Taurianova e Crea di Rizziconi, quest'ultima già implicata nell'agguato mortale ai danni di Marcello Bruzzese avvenuto a Pesaro nel Natale del 2018. Chiappalone, come evidenziano gli atti, si sarebbe mosso come terminale di una rete di imprese edili, prima fra tutte la sua Esmeralda Costruzioni Srl, utilizzata non solo per drenare i contributi pubblici dei cantieri ottenuti in subappalto dal colosso Crucianelli Rest Edile, ma anche per ripulire fondi neri.
Accanto ai normali affari legati ai cantieri, si sarebbero infatti sovrapposti accordi per il riciclaggio di decine di migliaia di euro derivati dalla vendita di cocaina. Un ruolo determinante sarebbe stato quello di un altro imprenditore edile calabrese radicato nell'entroterra anconetano, che secondo le intercettazioni agli atti avrebbe gestito lo smercio di stupefacente della zona dopo aver ottenuto a sua volta la "merce" da altri fornitori calabresi orbitanti nell'area romana, identificati in Yuri L. e Vincenzo S., entrambi indagati. Questi due, sempre secondo l'accusa, si sarebbero rivolti a Chiappalone (indagato anche lui), per il tramite di un intermediario, con un unico scopo: riciclare nel più breve tempo possibile il denaro contante generato dal traffico di droga convertendolo in operazioni bancarie formalmente ineccepibili.

Il meccanismo adottato non è nuovo a chi si occupa degli affari delle mafie: si tratterebbe di un classico schema del riciclaggio di denaro sporco tramite le cosiddette "società cartiere", ovvero aziende prive di qualsiasi operatività ed esistenti solo su carta intestata (per questo vengono definite "cartiere"): ditte, insomma, senza mezzi, senza operai, senza un capannone, una gru o un bancale di mattoni o cemento. Come è noto la cocaina non viene certo pagata dagli acquirenti con un bancomat; vengono quindi prodotte masse enormi di banconote che non possono essere versate direttamente allo sportello postale o bancario senza far scattare le segnalazioni per operazioni sospette e il relativo intervento della Guardia di Finanza. Ed è qui che entrano in ballo le società cartiere, che servono a fabbricare a tavolino la giustificazione commerciale per il versamento del denaro derivato dalla vendita di cocaina.
Secondo quanto emerge dagli atti dell'inchiesta, il canale di ripulitura si sarebbe attivato nel settembre 2024, quando i fornitori di cocaina Yuri L. e Vincenzo S. si sarebbero presentati presso la sede della Esmeralda Costruzioni di Chiappalone portando al seguito banconote in contanti provento dello spaccio. È l’inizio di un meccanismo replicato poi a ottobre 2024 e nel luglio 2025, per un totale di poco meno di 60mila euro movimentati in tre tranche. Lo schema adottato poggia per l'appunto sull'uso di società "cartiere", scatole vuote prive di mezzi e maestranze come la Montana Srls (riconducibile allo stesso Vincenzo S.) e la Edil Krea Srls. Queste ditte fantasma emettevano fatture per operazioni inesistenti a carico di Esmeralda, simulando lavorazioni edili fittizie; secondo gli inquirenti Chiappalone intascava i contanti sporchi e, a fronte delle fatture, disponeva bonifici bancari istantanei verso i conti delle cartiere. Il denaro della droga veniva così accreditato e "ripulito" direttamente nel circuito bancario a disposizione dei fornitori.
Il secondo canale operava invece con lo schema inverso, pensato per svuotare i conti della ricostruzione, finanziare le cosche calabresi e garantire a Chiappalone una quota di denaro fuori busta. In questo caso entravano in gioco società cartiere edili come la Edilizia Srls e la Edil M2 Srls, intestate o gestite da figure contigue alle ‘ndrine. La Esmeralda Costruzioni versava bonifici regolari a saldo di finti subappalti e, non appena i fondi pubblici giungevano a destinazione, il denaro veniva girato su rapporti personali e sistematicamente prelevato in contanti agli sportelli bancari e postali in Calabria. Le mazzette di banconote venivano in parte destinate al foraggiamento delle cosche Crea e Versace di Rizziconi, e in parte restituite a mano a Chiappalone. Dalle carte dell'indagine emergono persino le percentuali spartite, oltre all'accorgimento di confezionare il contante sottovuoto per trasportarlo al riparo da un eventuale deterioramento durante i viaggi di rientro verso il Centro Italia.
Il cratere dei terremoti del Centri Italia si sarebbe insomma rivelato il terreno ideale per questo modello criminale. In un territorio con migliaia di progetti attivi e flussi costanti di denaro derivante dai fondi della ricostruzione, la frammentazione in una miriade di appalti e subappalti avrebbe permesso alle società false di confondersi tra i cantieri edili curati, è bene sottolinearlo, nella stragrande maggioranza dei casi da società oneste. Accadeva in questo quadro che quando una ditta "fantasma" rischiava di essere colpita dalle interdittive antimafia delle Prefetture, l'organizzazione criminale la abbandonava al fallimento con il suo carico di debiti fiscali, rimpiazzandola all'istante con una nuova sigla societaria a cui venivano girati i precedenti subappalti e gli operai (per lo più non sindacalizzati e spesso anche a nero: ve lo raccontammo già nel 2018).
Come riassume il giudice nell'ordinanza di custodia cautelare, emerge così il ritratto di quello che viene definito "l’archetipo dell’impresa mafiosa moderna": una realtà economica silenziosa ed efficiente, priva dell'ostentazione violenta del passato, capace di alterare la concorrenza e di nutrirsi da due sorgenti parallele. Da un lato incassa e distrae i contributi pubblici della ricostruzione post-terremoto; dall'altro mette a disposizione la propria organizzazione per accogliere e riciclare il denaro sporco della cocaina.