Patrick, 12 metri quadrati allo Spin Time: “Non voglio vivere in un’occupazione per sempre”

Patrick, nella sua casa a Spin Time
Patrick, nella sua casa a Spin Time
“Lavoro come corriere Amazon, però ho una figlia e non riesco a pagare anche il mantenimento”. Patrick era uno degli occupanti dello Spin Time, la più grande e discussa occupazione in Italia, a Roma. Ed è anche uno dei protagonisti del nuovo documentario di MAGNETICA.

«Ma questi rubano le case?» è stata la domanda a cui ho cercato di rispondere quando ho vissuto per tre giorni nell'occupazione dello Spin Time, a Roma. La più grande e discussa occupazione d'Italia. L'ho fatto tre settimane prima del suo sgombero, e seguendo poi tutte le vicende successive e quelle ancora in svolgimento.
Intendiamoci: conoscevo già cosa significa occupare un edificio abbandonato, ristrutturarlo per quanto possibile e viverci dentro. Io vengo da quel mondo lì. Però questa volta avevo deciso di realizzare un video e raccontarlo all'esterno, partendo dalle domande che più spesso le persone si fanno. Ad esempio: «Chi c’è, davvero, dietro un'occupazione?» e «Perché non pagano un affitto?».

Avevo deciso di portare queste domande con me, senza fingere che non esistano. Per questo ho vissuto tre giorni nell'occupazione di via Santa Croce in Gerusalemme, a Roma. Ho dormito lì, mangiato, fatto la doccia, incontrato famiglie, studenti, attivisti e persone arrivate da ogni parte del mondo. Su MAGNETICA trovate il documentario e tutti gli approfondimenti.

Fra le persone che ho conosciuto durante l'occupazione, c'è Patrick. «Stiamo andando nella mia dimora, al quinto piano. Dodici metri quadrati». Patrick mi accompagna verso casa sua. Sorride: «Scusate il disordine, da single mi arrangio come posso».
Mi offre un bicchiere d'acqua. Ci sediamo nella sua cucina che è anche il suo salotto, il suo bar e, poco più in là, la sua camera da letto. Tutto dentro gli stessi dodici metri quadrati. «Ci si arrangia nei pochi spazi che uno ha a disposizione. È comunque casa, no?».

Patrick vive allo Spin Time da tredici anni. È arrivato il primo giorno dell’occupazione, dopo una separazione. Prima abitava in affitto, poi è diventato padre, ha provato a costruire una famiglia ma le cose non sono andate bene. Con una figlia da mantenere e un affitto che non riusciva più a sostenere, era entrato in contatto con il movimento di lotta per la casa e, successivamente, con Action. Da lì è cominciata la sua storia dentro Spin Time.

«Io qui ci abito prima di tutto, sono un occupante», ma la sua vita nel palazzo non si esaurisce nell’avere trovato un posto in cui stare. Patrick fa parte del comitato abitativo, uno dei gruppi di occupanti che si sono presi l'impegno di organizzare quotidianamente una comunità composta da oltre cento famiglie e centinaia di persone.

Quando gli chiedo che cosa gli piaccia di più di questo posto, non parla della comodità.

«Vivere in un posto con tante persone diverse, che cercano di vivere insieme; sembrerebbe una cosa scontata, ma fuori sono cose che non si vedono più. Essere qui dentro è una grande ricchezza». Racconta delle cene a casa della signora rumena del quarto piano, di quelle con il vicino arabo del sesto piano, delle amicizie che nascono tra persone che probabilmente, in un’altra condizione, non avrebbero mai avuto occasione di conoscersi.
«Riesci a legare con persone con cui magari fuori da qui non so se sarebbe possibile, al giorno d’oggi».

Che cosa è più difficile del vivere allo Spin Time?

I bagni in comune. Io prima vivevo in una casa per conto mio e, da padre separato, mia figlia sta con me una settimana sì e una no. Quando sono da solo faccio meno fatica, ma quando ho ospiti che devono usare un bagno in comune diventa complicato. Avere un bagno personale, secondo me, aumenta anche un po’ la qualità della vita di una persona.

Prima di arrivare qui avevi mai vissuto senza un bagno?

No, non avevo mai condiviso un bagno con degli sconosciuti, e non avevo mai dormito per terra insieme ad altre persone, come invece abbiamo dovuto fare i primi tempi qui allo Spin Time. Tante volte uno tende a dire: «Vabbè, tanto tu sei abituato perché sei africano, nel tuo Paese dormivi per terra». Io per fortuna non ho avuto questi problemi in vita mia. Ho dovuto imparare qui. I primi tempi sono stati difficili.

Hai sempre lavorato?

Sì, bene o male ho sempre lavorato. Ho fatto il pasticcere per dieci anni, prima del Covid. Quando è arrivata la pandemia ho avuto difficoltà, perché era tutto chiuso. Poi ho trovato un altro mestiere, ora sto lavorando come corriere di Amazon. È il mio attuale lavoro.

Come ti trovi?

Quando me lo chiedono, dico sempre che dipende dalle prospettive di ognuno. Nessuno mi regala nulla e io personalmente mi trovo bene.

Oltre ad abitare qui, ti occupi anche dell’organizzazione dello Spin Time.

Faccio parte del comitato abitativo. Noi siamo un movimento autogestito, con circa 136 famiglie e quasi 500 persone che devono riuscire a convivere e ad autogestirsi. Il comitato è composto da una decina di occupanti che cercano di organizzare il palazzo, stabilendo regole.

Quali sono le regole?

Per esempio le pulizie. Abbiamo una lista per ogni piano: a me tocca il lunedì. È un obbligo, perché uno spazio così grande, se non viene pulito, diventa un problema.

Ti capita mai di saltare il tuo turno?

Sì, capita! E quando succede, la settimana dopo devi fare due turni anziché uno. Anche a me è capitato e mi sono beccato la punizione del doppio turno.

Ci sono altre regole?

Noi siamo autogestiti, quindi è importante la partecipazione. Le assemblee non sono obbligatorie ma è doveroso partecipare, perché sono un momento di confronto con tutti gli occupanti. Se ci sono novità o cose da sapere, è importante che le persone siano presenti.

Di che cosa si occupa concretamente il comitato?

Ci vediamo una volta alla settimana e cerchiamo di organizzare il palazzo. Ogni tanto facciamo anche le pulizie generali degli spazi comuni. I problemi sono tanti: c’è chi ha un cane che sporca per terra, c’è il ragazzino che magari butta la carta igienica dalla finestra. Cerchiamo di affrontare tutte queste situazioni.
La maggior parte delle persone ha anche le cucine in comune, e pure lì possono nascere problemi. Ci sono tante persone, abitudini diverse, odori diversi. Non è che siano cattivi odori, ma magari qualcuno cucina con spezie particolari, con odori più forti. Ti faccio un esempio: anche io a casa mia mangio cose buonissime, ma quando cucina mia mamma a volte preferisco uscire perché magari sono piatti molto forti! Bisogna imparare a convivere. Anche per questo organizziamo delle giornate in cui tutti insieme puliamo gli spazi comuni: bagni, cucine e altri ambienti. Il comitato organizza gli occupanti per fare queste cose.

Come riuscite a sostenere economicamente la gestione di un palazzo così grande?

Ogni adulto paga un contributo di dieci euro al mese. Questi soldi servono per comprare i detersivi comuni, per quando salta la corrente o si rompe una tubatura del bagno. È un contributo per mantenere questo posto gigantesco.

Sono sufficienti?

Noi facciamo una manutenzione ordinaria, non riusciamo a fare di più. Per farti capire: quando questo palazzo era operativo, ai tempi dell’Inpdap, c’erano interventi di manutenzione che oggi non possiamo permetterci. La cabina elettrica, per esempio, avrebbe bisogno di almeno 15.000 euro di manutenzione annuale. Noi non abbiamo queste risorse.

Ti piacerebbe avere una casa tutta tua?

Assolutamente sì.

C’è qualcosa nella tua casa a cui sei particolarmente affezionato?

Le fotografie di mia figlia. Sono quelle che mi danno una motivazione in più per ambire a qualcosa di migliore, domani.

Mi dicevi che anche tua figlia viene qui.

Sì, sta con me una settimana sì e una no.

Allo Spin Time risparmi i soldi che altrimenti spenderesti per l’affitto.

Sì. Se fossi single potrei permettermi un affitto, ma dovendo anche pagare il mantenimento di mia figlia, era diventato impossibile. Preferisco fare questo sacrificio.

Perché dici che vivere in un’occupazione è un sacrificio?

Perché è vero che uno non paga l’affitto, però ti preclude tantissime cose. Ho conosciuto persone che ancora oggi non sanno che abito dentro un’occupazione. Anche io ho paura del pregiudizio, ho paura di come quella persona potrebbe guardarmi.

Qual è il tuo obiettivo?

Sicuramente non è vivere tutta la vita dentro un’occupazione. Quando sono arrivato qui, i primi anni sono stati difficili. Dormivamo tutti insieme dentro le stanze, in condizioni che non avevo mai vissuto prima. Tante volte mi chiedevo: «Ma chi me lo fa fare?».
Poi, dopo un po’, mi riprendevo pensando che avevo una figlia, una figlia con delle esigenze. E allora ti sforzi, vai avanti. L’obiettivo è riuscire a risparmiare e domani prendere una casa in affitto o chissà, magari comprarla.

Grazie Patrick.

Grazie a te, Saverio. Quando potrò vedere quest'intervista?

Membership autopromo
Offerta limitata

Attiva 14 giorni di prova gratuita

Naviga senza pubblicità, podcast e newsletter esclusive. Dopo 14 giorni paghi 90€/anno. Disdici quando vuoi.

Abbonati a Fanpage.it
api url views
Immagine
Storie che ti si attaccano addosso