Paola Turci è la prima ospite del podcast di MAGNETICA. Ho scelto lei perché ho sempre avuto l'impressione che fosse una di quelle persone – non molte, per la verità – in grado di rifiutare la parte che altri si aspettavano da lei. Non semplicemente la donna "capace di fare la scelta giusta", ma quella capace di scegliere indipendentemente dalle voci o da chi le tirava la camicia per portarla da una parte oppure dall'altra.
I podcast di MAGNETICA si svolgeranno in studio, all'interno di un bel set. Questa prima puntata di lancio è avvenuta durante il Rumore Festival di Fanpage.it.
Benvenuta Paola!
Grazie Saverio!
Sono passati 7 anni dal tuo ultimo album. Ti hanno mai detto "quanto ci metti?"
Non solo me lo hanno detto, me l'hanno anche dimostrato, ad esempio alcune radio non mi passano perché è troppo tempo che sono fuori. Ma io ho solo scelto di rispettare i miei tempi: sedimentare e vivere. Creare vuol dire far nascere da te stessa, quindi da quello che provi e da quello che senti. Il tempo è necessario.
Sei stata tu a scegliere i tuoi tempi.
Ho scelto i miei tempi quasi sempre. Qualche volta no. (sorride)
Posso dirti che per me è importante che le cose nascano, che le canzoni nascano dal seme che tu getti sulla terra, no? Dentro la terra. Bisogna aspettare che cresca.
Faccio un passo indietro. Ho letto un'intervista in cui tu hai rifiutato di suonare seduta sullo sgabello in un tempo in cui ci si immaginava che una donna con la chitarra dovesse suonare per forza su uno sgabello, perché lì sarebbe risultata più aggraziata di fronte al pubblico. È vero?
Sì. Era anche il tempo in cui le gonne dovevano essere lunghe, e così lo sgabello avrebbe aiutato a mantenere un certo stile, più da donna. Erano tempi non tanto lontani, eh. Diciamo che io comincio ad avere una certa età, però anche oggi qualcuno parla della necessità delle gonne lunghe (il riferimento è al Ministro Antonio Tajani) e a quello che si può fare e a quello che non sta bene fare.
Io sì, rifiutavo lo sgabello, mi rifiutavo di stare seduta con la chitarra. C'era tutto un modello femminile che ho scelto di non rispettare.
Hai rispettato te stessa.
Non ho mai rinunciato a seguire quello che provavo e quello in cui ho sempre creduto. In quel 1989 a Sanremo mi sono portata la chitarra, mi sono portata le scarpe piatte, mi sono portata il mio vestito, quello che avevo scelto io e non i miei discografici. Era un top incrociato con un pochino di pancetta di fuori, però mi sentivo bene. Mi sono truccata da sola, mi sono pettinata da sola e sono andata. E mi sono portata un vestito solo a Sanremo quell'anno, perché pensavo che mi avrebbero esclusa subito, ero convinta di questa cosa. Non ci avevo proprio pensato a portarmi un altro vestito, e poi invece sono andata avanti. Sono andata avanti finché non ho vinto.
Ricordo che tu definisti le tue scarpe "le scarpe da elfo".
Sì, perché erano proprio delle polacchine.
E se non sbaglio "Bambini" non era la canzone con cui i discografici ti avrebbero voluta presentare.
La mia casa discografica mi aveva detto che c'era la possibilità di andare tra i Big in coppia con un gruppo di cui non farò mai il nome, con una certa canzone. Io educatamente dissi: "Va bene, sentiamo questa canzone". E lì dissi: "Io preferisco la canzone Bambini". Perché "Bambini" abbraccia tutti, e io mi sentivo pure bambina dentro, ero un po' naïf, sai? Volevo quella canzone, la sentivo mia, sentivo che quello era il mio modo di fare musica.
E avesti ragione.
Sì. Mi davo malata agli appuntamenti con la casa discografica.
In che senso?
Mi davo proprio malata: "Non vengo, ho la febbre". Così non potevano imporsi. E questi facevano: "Ma guarda ‘sta stronza". Alla fine loro volevano che io comunque andassi a Sanremo e quindi mi iscrissero con "Bambini".
Vorrei fare un altro passo indietro, tornando a te bambina. Che cosa ricordi di quegli anni?
Ricordo la musica, ricordo la prima volta che mi innamorai della musica. Avevo tre o quattro anni, e in quegli anni non hai i ricordi, non ce li hai, eppure io ricordo quando rimasi incantata nel vedere mia madre che ballava e faceva le imitazioni di Mina e Patty Pravo davanti a un jukebox mettendoci le monete.
Aveva una bella voce mia madre, era la mia cantante preferita. Poi la scoperta della chitarra a 10 anni quando mia sorella prendeva lezioni e io no, per mia scelta. Però mangiavo con gli occhi, imparavo con quelli. E infatti guardando quello che faceva con le mani mia sorella, e alla fine lo trasposi sulla chitarra che mi feci regalare per il mio onomastico da mia madre, e in quattro giorni scoprii tutti gli accordi.
E un ricordo successivo?
Passavo tutto il giorno sulla chitarra, e a 11 anni iniziai a cantare. Questa è stata una piaga per casa mia. Mia sorella mi urlava: "Basta, ti prego, mi fai venire il mal di testa". E poi mia sorella ha avuto una figlia che canta dalla mattina alla sera, vedi il destino delle persone! (ride)
Poi pattinavi, salivi sugli alberi.
Sì.
E indossavi abbigliamento largo.
Mi vestivo per coprirmi perché ero complessata e avevo paura, nella prima adolescenza. In quegli anni è nato forte il mio femminismo, perché ho capito subito che c'era qualche cosa che non andava. Già a casa con mio fratello — io ho anche un fratello, lo sapevi? — c'era una disparità di trattamento. Mio fratello poteva fare cose che io non potevo fare. Ad esempio io dovevo rifare il letto, una cosa basica, no? Cioè, la prima cosa che ti insegna tua madre quando sei piccola è rifare il letto. Oppure cucinare quando sei un po' più grande. Però mio fratello era escluso da queste mansioni, e io ho cominciato a chiedermi perché.
E quando sei cresciuta?
Ho cominciato a uscire per strada con le mie amichette e ho capito che c'erano certi maschi — non tutti, eh, cioè non faccio generalizzazioni — che trattavano le femmine in un modo assolutamente tremendo. E mi facevano paura, rabbia, perché mi costringevano a tornare a casa, a non andare in giro come avrei desiderato. E dicevo: "Ma perché un ragazzo lo può fare e io no? Perché io devo tornare prima a casa? Perché io sono costretta a coprirmi per non farmi guardare?"
Poi c'è anche un altro fattore.
Quale?
Quando uscivo con mia sorella tutti si giravano e facevano quello che oggi abbiamo imparato a definire catcalling, no? E quindi "oh bellaaa!"; poi alcune cose anche carine come "hanno aperto le porte del paradiso e non m'hanno avvertito". Però anche cose come "ehi, bona, vieni qua", eccetera. Io da tredicenne-quattordicenne ero timidissima, però quando ascoltavo queste frasi mi saliva una rabbia per cui tornavo indietro e a quei tipi che erano sempre molto più grandi di me io mi fermavo e dicevo: "Ma la conosce? Perché ci parla se non la conosce?". Insomma, mi ci attaccavo con questi qua.
Ti ringrazio per averlo raccontato.
Per fortuna avevo la musica, a me la musica mi ha salvata, perché intorno a me c'era la miseria. Intorno a me c'era una miseria culturale, c'era miseria d'attivismo. Ecco, io trovo per esempio meraviglioso vedere oggi le piazze riempirsi di ragazzi e ragazze che invocano il diritto alla casa, alle case popolari, oppure quello che hanno costruito con Spin Time, o ancora le piazze piene contro il genocidio a Gaza.
Lo trovo importante perché la comunità salva le persone. Stare insieme può salvarci.
Io ho fiducia nei giovani. Ci sono temi come il femminismo, i diritti civili, la parità di genere in cui sono molto avanti rispetto a quello che eravamo noi prima.
A cosa ti riferisci?
Ad esempio ai ruoli. Pensa al patriarcato. Prima non sapevamo dare un nome a tanti atteggiamenti, vedevamo soltanto un'ingiustizia. Nessuno ci aveva messo in mano i libri di Carla Lonzi o di Michela Murgia, che ci ha dato tanto anche sacrificando se stessa. Oggi abbiamo gli strumenti, abbiamo le parole, ormai non possiamo più fare finta di niente.
Torno allo Spin Time perché è lì che ci siamo visti l'ultima volta, io e te, un paio di mesi fa.
Se vedi una persona per strada che sta male, non ti fermi? Non ci fermiamo? Ma stiamo scherzando? Siamo diventati cosa? Non è più umana una roba del genere. Non sentitevi umani se non vi fermate ad aiutare chi ha bisogno. Io sento di essere al centro di un mondo fatto di persone, le persone mi girano intorno e io le vedo. Non faccio finta di non vederle, le vedo. Poi ci sono le nostre intimità, la nostra storia personale, tutto quanto, e va bene. Va salvaguardata. Ma è la comunità che può salvarci.
Mi hai fatto tornare in mente una frase attribuita a Margaret Mead, l'antropologa. Quando le chiesero secondo lei quando era nata la civiltà, tutti si aspettavano che lei rispondesse qualcosa del tipo "dalla scoperta del fuoco" oppure "dalle prime tribù stanziali". Lei invece rispose: "La civiltà è nata quando abbiamo ritrovato uno scheletro con un femore rotto e poi guarito, perché significa che in quel tempo necessario alla guarigione qualcuno si era preso cura di quella persona".
A me torna in mente Jane Goodall, la donna meravigliosa che ha amato le scimmie, curate e studiate. Io forse penso che la civiltà sia nata quando un essere umano ha abbracciato un altro essere umano, forse è da lì che è nata la civiltà, quella civiltà che intendo io, ecco.
Perché poi le cose si fanno bene quando si condividono, quando una comunità si interroga.
A me piace molto la solitudine, però mi piace anche incontrare e scambiare, mi piace leggere. Mi piace capire che cosa succede, che cosa sta facendo il resto del mondo quando sono qui che lo sto leggendo.
Torno al tuo nuovo album "Amore a dismisura". Qual è questa dismisura?
Ho imparato dal mio passato e dalla collaborazione con la fondazione Una, Nessuna e Centomila.
Ho imparato che se parliamo di tossicità dobbiamo parlare di relazione, non dobbiamo parlare di amore, perché l'amore non è tossico, l'amore non è violento, l'amore non è sottomissione, non è possesso. Ed esiste anche una violenza psicologica, digitale, esiste la violenza economica. Quindi ci sono varie forme di violenza, e dobbiamo imparare a riconoscerla.
Ti posso chiedere di aiutarmi a capire?
"Dammi il cellulare che vedo chi hai chiamato" è una forma di violenza. "Lui non lo devi vedere", lo stesso. La mania del controllo non è amore. Eppure anche io, da femminista, ho vissuto relazioni tossiche in cui sono stata sottomessa, in cui non riuscivo a capire quale fosse il limite. Ecco perché ho parlato di amore a dismisura.
Si tratta di un viaggio.
Sì, ho fatto tutto questo lavoro dentro di me e fuori di me in questi ultimi anni in cui ho sedimentato, ho fatto esperienza, ho sbagliato, sono stata in silenzio. Poi è arrivato tutto all'improvviso in un residence a Roma mentre aspettavo di ritornare nella mia casa.
Grazie di cuore, Paola. Te lo dico con tutte le lettere maiuscole di questa parola: la G, la R, la A, la Z, la I e la E: GRAZIE.
Grazie a te, Saverio. E grazie a MAGNETICA!