No, questo non è l'ennesimo articolo che oggi inonderà i giornali, i siti, i blog, i social e la tivù per usare l'arresto di Cesare Battisti come clava contro l'una o l'altra parte politica, in questo giochetto insensato e piuttosto turpe per cui la critica della ragione si costruisce su marciapiedi sbeccati o scelte culinarie, no. Diamo per scontato che Cesare Battisti abbia un debito con la giustizia italiana (incrociando le dita, che sia stata una giustizia giusta come si conviene a un Paese civile) e che non possa permettersi, non debba permettersi, di sottrarsene con una fuga pluridecennale che è un'offesa per le vittime e per i sopravvissuti. Vale per tutti. "Sconti la pena per i gravi crimini di cui si è macchiato in Italia e che lo stesso avvenga per tutti i latitanti fuggiti all'estero" ha dichiarato il Presidente della Repubblica Mattarella, con una frase semplice e dritta che suona addirittura come un'esplosione di buonsenso. Del resto in tempi torbidi basta davvero poco per apparire rivoluzionari.

Ciò che interessa ora è piuttosto il bavoso balletto che intorno allo scalpo di Cesare Battisti si consuma con fomentato ardore da chi trova nel "marcire in galera" la soddisfazione massima di una fame di vendetta perenne o, peggio, da quelli che vorrebbero davvero provare a convincerci che l'arresto di Cesare Battisti cambierà in meglio le nostre vite come una bacchetta magica. Un latitante assicurato alla giustizia è un prerequisito essenziale uno Stai che funziona. Semplicemente. È la gratificazione del lavoro delle forze dell'ordine che (al di là del ministro di turno) lavorano incessantemente al servizio dell'istituzione che rappresentano (toica del ministro). Cesare Battisti è uno tra quella quarantina di terroristi (di destra e di sinistra che siano) che ancora restano sparpagliati in giro per il mondo coperti dalle burocrazie internazionali e da passati poteri nazionali. Farcire Battisti di un cumulo di sensi politici è un trucco adolescenziale e patetico per produrre rumore di fondo. L'arresto di Battisti, insomma, è un fatto marginale, benché venda, funzioni, faccia clic e assicuri un'indiscussa vetrina agli uomini di governo che aspirano ad indossare la divisa di boia tanto agognata. Correre ad accogliere Battisti all'aeroporto è roba da sciacalli e da mitomani.

Ostentarne lo scalpo invece è il proseguimento di una politica della vendetta e della muscolarità esibita che non ha niente a che vedere con l'amministrazione di uno Stato. Non saremo più felici con Battisti in carcere (semplicemente potremmo essere più solidali con le vittime, forse), non avremo più reddito, non avremo più servizi, non avremo più lavoro. Gonfiare la pancia del Paese con "simbologie" più o meno spiccie (l'hanno fatto anche quelli prima) non ha nessun reale risultato con la vita quotidiana delle persone. Non è politica: è "sbirrismo" allo stato puro. Esultare per ciò che Battisti rappresenta (ma lo rappresenta ancora davvero?) e non dolersi per i funzionari corrotti che invece gravano enormemente di più sullo Stato (mafie incluse) è il solito giochetto della gogna esibita per alimentare effimera soddisfazione. E durerà poco. E, alla lunga, non servirà a niente perché non cambierà niente.

Varrebbe la pena piuttosto indagare sulla deriva che ci ha portato ad avere uomini di Stato che espongono vuoti ideali (pieni solo di contrapposizione) come soddisfazione che ci dovrebbe bastare. In fondo alla bava che da due giorni cola sul Paese sembra già di cogliere la fase successiva: "abbiamo preso Battisti, cosa volete di più?" seguita all'odierno "abbiamo chiuso i porti, cosa volete di più?" che ci viene riproposto quotidianamente. E dentro quel "di più" che non dovremmo desiderare invece c'è tutto, c'è la politica, c'è il governo: vorremmo ministri che non esultino per il colore politico (o della pelle) di un criminale e che assicurino tutti (tutti) i criminali alla giustizia garantendo diritti e un giusto processo; vorremmo ritrovare la stessa acredine verso mafiosi e corrotti e corruttori che costano infinitamente di più allo Stato (e incidono infinitamente di più sulla quotidianità dei nostri servizi) rispetto al simbolico uomo di un'epoca con cui non si vuole mai fare i conti; vorremmo lo stesso pugno duro con chi, da pregiudicato, si arroga il diritto di guidare formazioni politiche come se nulla fosse; vorremmo soprattutto una classe dirigente che la smetta una volta per tutte di invitarci ad accontentarsi.

Vorremmo uguaglianza, fondamentalmente: uguaglianza nei diritti, nei doveri e nelle pene. E senso della misura da parte delle istituzioni. Troppo difficile, vero?