Chigi - consiglio ministri

Qual è il male oscuro che anche oggi porta il Btp decennale guida italiano a vedere il rendimento salire oltre il 6,16% lordo annuo con uno spread del 5% tondo contro il Bund tedesco, nonostante i “virtuosi” propositi del governo Monti che cerca di non alzare ulteriormente le tasse proponendosi semmai di tagliare la spesa pubblica a colpi di “spending review” e mettere sul mercato quel che resta del patrimonio pubblico (immobili, terreni e quote di municipalizzate) in parte con qualche azione di finanza creativa (trasferendo alcuni asset dal Tesoro alla Cassa Depositi e Prestiti, controllata da Via XX Settembre al 70% ma formalmente non rientrante nel perimetro della pubblica amministrazione), in parte provando a vendere gli asset sul mercato?

Ha buon gioco a ricordarlo il premier Mario Monti: è quel “rischio contagio” che tanto spaventa gli investitori e che “è in corso, e non da oggi”, rappresentato da un disagio “che attraverso i mercati colpisce con una maggiore incertezza e una minor fiducia sull’irreversibilità dell’euro i Paesi che sono sullo stesso carro”. Paesi come Grecia, Portogallo o Spagna (che oggi ha visto il suo decennale guida toccare un rendimento del 7,27% con uno spread sui Bund del 6,10%) “che per ragioni storiche e strutturali non sono seduti sulla panca centrale e solida del carro”. Il rincrescimento, sembra lasciar capire Monti, è di essere finiti in cattiva compagnia senza avere colpe specifiche: “Se non ci fossero state le situazioni problematiche di alcuni Paesi – ha infatti concluso Monti – i tassi (italiani, ndr) sarebbero più bassi”.

Il problema però è proprio quello: per quanto Monti, a differenza di chi l’ha preceduto, possa vantare una personale credibilità spendibile presso le autorità europee (tanto che non sembrano esservi molte alternative praticabili ad un "Monti bis" sostenuto da una vasta coalizione anche dopo le elezioni della prossima primavera) sono i mercati ormai a non credere più né nella capacità delle autorità italiane né nella lungimiranza di quelle europee. Essere virtuosi “sino alla morte” non serve, insomma, se non si riconquista la fiducia dei mercati.

Per riconquistare la fiducia dei mercati, come stanno dicendo da tempo analisti ed enti sovranazionali, oltre a un'imprescindibile azione comune a livello europeo che convinca i mercati che ci sono le risorse per sostenere gli stati in difficoltà (dunque un vero meccanismo antispread e in prospettiva un'unione fiscale e bancaria che consenta la nascita degli Eurobond) servono più che nuove tasse (si inizia purtroppo a parlare di un’ulteriore “una tantum” che potrebbe essere prelevata su conti correnti e depositi, sull’esempio di quanto fece nel 1992 Giuliano Amato prelevando il 6 per mille delle somme giacenti sui conti correnti bancari italiani) nuove riforme in grado di scardinare il sistema di caste e lobbies che gravano sull’intera economia italiana, una vera lotta all’evasione (tuttora stimata pari al 17,5% del Pil ovvero a 154 miliardi di euro di imposte evase), l’abbattimento della burocrazia che assieme al cuneo fiscale sul costo del lavoro sta riducendo a zero la natalità imprenditoriale del Belpaese.

A dirla tutta servirebbe anche che gli italiani imparassero a piangersi meno addosso e ad abbracciare con maggiore convinzione l’innovazione in tutti i campi, perché è l’innovazione, sempre, che può traghettare l’economia da un “miracolo” all’altro permettendo di superare periodi di crisi come l’attuale. Non serve guadare al passato, né in politica né in economia, serve imparare dalle migliori pratiche del presente e immaginarsi il futuro. Un esempio? Nel campo della distribuzione dell’abbigliamento il “made in Italy” nonostante l’eccellenza dei suoi marchi soffre da tempo, con gruppi come Coin, Stefanel e Benetton attraversati da crisi più o meno profonde anche a causa della concorrenza mossa da catene come la spagnola Zara (gruppo Inditex), la svedese H&M (Hennes & Mauritz) o l’inglese Primark (nata nel 1969 a Dublino come Penneys e controllata dal gruppo Associated British Foods, proprietaria anche del marchio Twinings).

Primark in particolare propone un modello nuovo basato su prodotti di tendenza rivolti a un pubblico giovane, con prezzi scontati e buon rapporto qualità prezzo. Un modello di successo se è vero il gruppo a ormai raggiunto i 3 miliardi di sterline l’anno di vendite (Benetton fattura poco più di 2 miliardi già da qualche anno, Coin, che controlla anche i marchi Upim e Oviesse, è attorno a 1,74 miliardi, Stefanel non arriva a 200 milioni) con una rete di 238 negozi propri che danno lavoro a 40 mila persone in sette diversi paesi e riesce ad aver successo anche in Spagna (patria di Zara, che resta leader europeo con oltre 20 miliardi di giro d’affari), Portogallo, Germania e Polonia.

Primark è riuscita a inserirsi in una fascia di mercato tra le catene di “discount” a prezzi stracciati e i negozi monomarca di qualità, la stessa dove un tempo proliferavano i negozi di abbigliamento al dettaglio e le piccole “boutique”: possibile dunque che i nostri imprenditori (che pure sfornano catene in franchising a getto continuo) non riescano a imitarne i punti di forza? E se non ci riescono la colpa di chi è, di un paese sempre più di vecchi dove i giovani ormai sono sempre più emarginati anche come consumatori? Di un settore creditizio che non finanzia le nuove iniziative imprenditoriali? Di imprenditori che badano più a sfruttare piccole e grandi rendite di posizione per arricchire il proprio patrimonio anche a discapito della redditività futura dell’azienda? Giro la domanda ai diretti interessati sperando che qualcuno di costoro vorrà fornire qualche ulteriore dato al riguardo.