La rivolta di Bengasi in Libia

A Bengasi è esplosa per la prima volta la protesta contro il regime di Gheddafi ed è per questo considerata la città  simbolo della rivolta in Libia. Ora i comitati che controllano attualmente questa città situata nella parte orientale del Paese, si sono insediati nella sede del Tribunale e hanno proclamato la nascita di un Consiglio Nazionale di transizione, che avrà il compito di gestire i centri della Libia liberati dal regime del colonnello, e di coordinare la protesta dei ribelli.

Gli esponenti del Consiglio hanno spiegato che il loro coordinamento non costituisce un governo provvisorio e che questo nuovo organismo rappresenta le città conquistate dai gruppi di rivolta in Libia. Inoltre, Abdel Hafiz Ghoqa, il portavoce della Coalizione rivoluzionaria del 17 Febbraio (giorno in cui ha avuto luogo "La giornata della collera") ha precisato che il Consiglio Nazionale è ancora in fase di formazione e che verranno quindi reclutati nuovi membri provenienti da tutte le città della Libia, mentre esclude categoricamente la presenza straniera all'interno di questo organismo ed afferma che il movimento di protesta non mantiene alcuna forma di contatto con i governi degli altri Paesi, cosa invece, che è stata sostenuta da Gheddafi nel suo discorso alla tv di Stato. Per quanto riguarda la scelta della sede, Ghoqa spiega che questa è ricaduta su Bengasi perché la capitale Tripoli attende ancora di essere liberata.

Nel frattempo, arrivano da Tripoli le dichiarazioni del colonnello libico, deciso a non rinunciare ad un potere, che vacilla ormai da settimane. "Resto nel mio Paese. La rivolta è colpa degli stranieri e di Al Qaeda", afferma Gheddafi, mentre tutti gli organi di rappresentanza libici in Occidente abbandonano il vecchio colonnello al suo destino, e a Bengasi i ribelli organizzano una nuova gestione dei territori caduti nelle loro mani. E apparentemente incurante della rivoluzione in atto aggiunge: "La situazione a Tripoli è tranquilla e l'Onu non può verificarlo". Non è poi mancata la sua condanna al Consiglio di sicurezza dell'Onu per le sanzioni e la minaccia di una possibile un'inchiesta per crimini di guerra nei suoi confronti. Secondo Gheddafi infatti, il popolo libico si starebbe mobilitando con manifestazioni in suo favore e contro il movimento rivoluzionario.