E così, il Partito Democratico guidato dall'ex presidente del Consiglio Matteo Renzi sembra essere rimasto ormai da solo, senza più alleati. Con il ritiro di Giuliano Pisapia e lo scioglimento di Campo Progressista, il passaggio di Scelta Civica alla coalizione di centrodestra e la decisione di Angelino Alfano di non ricandidarsi alle prossime elezioni, l'ampia e unitaria coalizione di centrosinistra auspicata da Matteo Renzi appare sempre più lontana, quasi un'illusione. Solo poche settimane fa l'ex Ds Piero Fassino aveva ricevuto un mandato ben preciso dal segretario Renzi: lavorare e dialogare con gli scissionisti di Mdp, con Pisapia, Bonino, Verdi per appianare le divergenze e ricostruire la coalizione di centrosinistra in vista delle prossime elezioni politiche, obiettivo che però Fassino sembra aver fallito. Dopo aver incassato il netto No di Bersani e Mdp e il nì di Bonino, questo pomeriggio Giuliano Pisapia – in rotta di collisione con il partito guidato da Matteo Renzi a causa della probabile mancata approvazione dello Ius Soli entro fine legislatura – ha bollato come "impossibile il dialogo con il Pd", annunciando di non avere alcuna intenzione di candidarsi alle prossime elezioni.

Ma per quale motivo Matteo Renzi – che ha sempre sostenuto di poter portare il Pd a vincere le elezioni con il 40% dei consensi e ha sempre rifiutato l'appoggio degli scissionisti di Mdp nonché l'idea di mettere in discussione la propria leadership sancita dalle primarie, in ultima battuta ha deciso di cercare di ricostruire un centrosinistra ampio e unitario, coinvolgendo il mediatore Fassino?

Rispetto all'inizio dell'anno, quando a ridosso del congresso si consumò la scissione del Partito Democratico con l'uscita definitiva di Pier Luigi Bersani, Massimo D'Alema, Roberto Speranza ed Enrico Rossi, lo scenario politico è profondamente mutato anche e soprattutto a causa dell'approvazione della nuova legge elettorale, il Rosatellum bis, che favorisce le coalizioni e premia le alleanze elettorali. Al momento, l'unica coalizione esistente e dunque favorita dal Rosatellum Bis è quella del centrodestra, formata da Forza Italia, Lega, Fratelli d'Italia e molto probabilmente Scelta Civica, che spicca nella totalità dei sondaggi. Il pericolo, dunque, oggi, rispetto a pochi mesi fa, non sono più i 5 Stelle, anch'essi privi di coalizione elettorale, ma il ritorno dei berlusconiani al governo del Paese e proprio per questo motivo Renzi ha cercato di salvarsi in corner, cercando di riconciliarsi con gli ex alleati.

"Uniti si vince", un mantra che da sempre il centrosinistra ama sbandierare ma che raramente riesce a concretizzare. A pochi mesi dalle elezioni, il Partito Democratico è rimasto solo, Ap di Angelino Alfano non si sa bene che fine farà senza il suo fondatore, nessuno dei potenziali e papabili alleati sembra interessato a costituire un'alleanza con il partito guidato da Matteo Renzi e il Pd al voto potrebbe non solo rischiare di non vincere, ma addirittura arrivare al terzo posto dietro centrodestra e M5S.

Nonostante i sondaggi infausti, però, Matteo Renzi sembra affetto da una sorta di delirio di onnipotenza che lo porta a negare pubblicamente la realtà dei fatti: se da un lato cerca di far ricostruire il centrosinistra al mediatore Fassino, dall'altro annuncia che il Pd vincerà le elezioni anche da solo, che su Jobs Act e articolo 18 non si tratta e che quel 40% di elettori che lo votò alle Europee del 2014 e che approvò la riforma costituzionale targata Boschi sosterrà il Pd alle prossime elezioni. A conti fatti, dunque, Renzi sembra essere convinto di non aver minimamente eroso quel 40% di voti capitalizzato qualche anno fa, nemmeno di fronte alla batosta referendaria, alla scissione della minoranza Pd che ha drenato consensi e ai sondaggi che lo danno da mesi in caduta libera.

Esattamente come lo scorso aprile, a ridosso delle primarie che lo incoronarono nuovamente segretario nazionale del partito nonché candidato presidente del Consiglio, Renzi ancora oggi sembra convinto di avere la vittoria in tasca, ed esattamente come lo scorso luglio quando, dopo aver negato in ogni modo la disfatta alle amministrative di giugno, tirò fuori dal cappello un "aiutiamoli a casa loro" di salviniana memoria, Renzi appare ancora – come lo definii – un "leader accartocciato su se stesso alla ricerca di consenso", consenso che intimamente sa di aver perso ma che pubblicamente continua a sbandierare.

E così, alla fine, nel giro di pochi mesi, questo approccio ha portato il Pd a trazione renziana all'isolamento politico, come predetto già alla vigilia delle primarie dello scorso aprile: "Gli intenti a 12 mesi dalle elezioni politiche lasciano il tempo che trovano, ma i consensi drenati dalla scissione al momento appaiono reali e irrecuperabili dal Pd di Matteo Renzi, soprattutto perché una sua riconferma tornerebbe ad acuire le distanze e la renziana predisposizione a inibire il dissenso interno. Nonostante l'ex segretario ed ex presidente del Consiglio abbia effettivamente la vittoria alle prossime primarie ormai in tasca, questa vittoria potrebbe però portare alla morte non tanto e non solo del Partito Democratico, ma della coalizione di centrosinistra, che finirebbe per frantumarsi definitivamente e, di riflesso, servire su un piatto d'argento al Movimento 5 Stelle la possibilità di scalzare definitivamente il Pd dalla guida del Paese". Uno scenario che sembra essersi prontamente avverato, con l'unica differenza che ora il nemico è cambiato ed è molto più forte e unito dei 5 Stelle.