Con la conferenza stampa di presentazione del progetto #FuoriDallEuro, il Movimento 5 Stelle ha ribadito la volontà di procedere alla raccolta delle firme come prima tappa del processo che dovrebbe portare gli italiani alle urne per il referendum consultivo per l’abbandono della moneta unica. La modalità ha suscitato più di qualche dubbio, anche se lo stesso Grillo ha garantito sulla fattibilità del progetto, assicurando di aver ascoltato pareri di esperti di diritto e costituzionalisti.

Il percorso è spiegato nella speciale sezione del blog di Beppe Grillo: “La legge costituzionale per indire il referendum sarà presentata agli italiani sotto forma di legge di iniziativa popolare. Per poterla depositare in Parlamento è necessario raccogliere almeno 50.000 firme in sei mesi. Una volta depositata, presumibilmente a maggio 2015, i portavoce del M5S alla Camera e al Senato si faranno carico di presentarla in Parlamento per la discussione in Aula. Approvata la legge costituzionale ad hoc che indice il referendum, considerando i tempi di passaggio tra le due Camere, a dicembre 2015 gli italiani potranno andare alle urne ed esprimere la loro volontà sull'uscita dall'euro con il referendum consultivo”.

Tutto qui, dunque? Non proprio, perché il percorso immaginato dai grillini è decisamente un azzardo, sia per quel che concerne le tempistiche sia per quanto riguarda il “risultato finale”. Proviamo a fare un po’ di chiarezza. Non è possibile infatti indire un referendum per l’uscita dall’euro, poiché espressamente vietato dalla nostra Costituzione, che all’articolo 75 sancisce: “Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”. Il M5S fa invece riferimento al referendum consultivo, sul modello di quello impostato nel 1989 per il “conferimento di un mandato costituzionale al Parlamento europeo”. La legge del 3 aprile 1989 dunque stabiliva che il Presidente della Repubblica, su deliberazione del Cdm, dovesse indire un referendum “di indirizzo” avente questo quesito:

Ritenete voi che si debba procedere alla trasformazione delle Comunità europee in una effettiva Unione, dotata di un Governo responsabile di fronte al Parlamento, affidando allo stesso Parlamento europeo il mandato di redigere un progetto di Costituzione europea da sottoporre direttamente alla ratifica degli organi competenti degli Stati membri della Comunità?

Si trattò di una modifica costituzionale con effetto "limitato" a quella consultazione, dunque al fine di indire un referendum "consultivo" sarebbe necessaria una nuova legge costituzionale. La strada scelta dal M5S per la presentazione della legge costituzionale è quella della legge di iniziativa popolare (scelta dettata probabilmente dalla volontà di una "legittimazione popolare" al progetto, come leva per spingere poi i partiti a prenderlo in considerazione per l'esame parlamentare), per la quale servono almeno 50mila firme in 6 mesi (Grillo punta a raccoglierne 3 milioni). Questo percorso, che ha vantaggi dal punto di vista "politico", presenta però una serie di ostacoli, alcuni dei quali semplicemente insormontabili.

In primo luogo, stante la vigente normativa, il Parlamento non è obbligato a discutere una legge di iniziativa popolare. I parlamentari del M5S si sono ripromessi di "vigilare e fare pressioni" affinché le Aule esaminino la proposta, contando anche sulla forza d'urto di milioni di firme, ma non c'è alcun tipo di garanzia (qualcuno ricorda il modo, assurdo certo, con cui è stata accantonata la proposta Parlamento Pulito?). Men che mai sulle tempistiche: pensare a tempi ultrarapidi con la discussione della proposta in Parlamento entro maggio 2015 e l'approvazione entro dicembre è pura utopia (nel 1989 ci sono voluti 10 mesi a partire dalla calendarizzazione in Parlamento e in quel caso c'era l'accordo di tutte le forze politiche).

Infatti, come ci ha spiegato l’avvocato Giuseppe Palma, “il progetto di revisione della Costituzione deve necessariamente seguire la procedura “aggravata” tipizzata dall’art. 138 Cost., la quale non prevede soltanto due votazioni da parte di entrambi i rami del Parlamento intervallate da un periodo di almeno tre mesi l’una dall’altra, ma detta addirittura – e giustamente – delle maggioranze diverse (c.d. rafforzate) rispetto a quella semplice occorrente per l’approvazione di una legge di rango ordinario”. Nello specifico la “seconda approvazione” in ognuna delle Camere deve avvenire a maggioranza assoluta, poi bisognerebbe attendere un ulteriore periodo di tre mesi entro i quali (nel caso in cui il provvedimento non avesse ottenuto il via libera dei 2/3 di ciascuna Camera) un quinto dei membri di una Camera, cinquecentomila elettori o cinque consigli regionali potrebbero chiedere un referendum confermativo.

Qui entrano poi in gioco alcune considerazioni di carattere politico / numerico. Innanzitutto è abbastanza evidente come non vi sia la minima possibilità che una tale proposta riceva il via libera dei due terzi delle Camere. Alla Camera dei deputati, infatti, il fronte “No Euro”, anche ammesso che Forza Italia e Lega Nord decidano di appoggiare la proposta grillina (i leghisti sono dichiaratamente contro l’idea del referendum, che considerano una vera e propria bufala, oltre che un danno per l’intero progetto di uscita dalla moneta unica: si legga lo storify di Claudio Borghi; Forza Italia parla di doppia circolazione monetaria), si fermerebbe a 201 voti (70 Fi, 102 M5S, 20 LN, 9 Fdi). Al Senato invece non si supererebbero le 115 unità. Siamo intorno al 30%, insomma. E abbiamo ragionato per eccesso.   

A tali obiezioni Grillo in conferenza stampa ha risposto con una tesi piuttosto singolare, immaginando che, sulla spinta di milioni di firme, anche il Partito Democratico possa convincersi della necessità di chiedere agli italiani un parere sull’uscita dalla moneta unica. Si tratterebbe di un accordo politico “mediato” dalle firme degli italiani. Possibile, se non fosse che non c’è in alcun modo la riflessione sull’uscita dall’euro all’interno del PD (la sensazione è che in casa 5 Stelle si siano interpretate le critiche all’austerity come antieuropeismo), dove del resto si continua ad interpretare il 40,8% delle Europee come legittimazione della linea politica del Governo. (E poi, ragionando per assurdo, che senso avrebbe il referendum se anche il Pd condividesse l'uscita dall'euro?)

Ma che la strada intrapresa porti in un vicolo cieco è testimoniato anche da un altro possibile epilogo. Anche ammettendo che si arrivi al referendum di indirizzo, e ammettendo che gli italiani si esprimano per l'abbandono della moneta unica, il Parlamento potrebbe tranquillamente ignorare tale risultato. Da un punto di vista legislativo, infatti, non ci sono obblighi; da quello politico, invece, non appare azzardato pensare ad una affluenza minima e a risultati che non possano "garantire" sulla reale, chiara ed effettiva volontà degli italiani di dire addio all'euro. In ogni caso, lo ribadiamo, si tratta di un rischio che molto, molto, molto, molto, molto difficilmente il PD e la maggioranza europeista sembrano intenzionati a correre.

Ma allora, che senso ha l'iniziativa del Movimento 5 Stelle? Le interpretazioni divergono. C'è la lettura dei "no Euro", che a suo modo è interessante: sostanzialmente la proposta di un referendum consultivo avrebbe il solo scopo di affossare per sempre ogni reale progetto di uscita dall'euro, confermando il ruolo del M5S come gatekeeper del sistema. C'è poi chi pensa si tratti di un tentativo di catalizzare il malcontento popolare nei confronti delle politiche di austerity, contendendo a Lega e Forza Italia la bandiera "No Euro". E infine chi vede nel progetto un tentativo di rompere lo stallo "parlamentare", tornando alla proposta nelle piazze, tra i cittadini e veicolando in maniera semplice un messaggio molto complesso. Il problema è che si rischia di ripetere il buco nell'acqua clamoroso dell'impeachment di Napolitano.

A nostro avviso c'è anche da considerare il #FuoridallEuro come un tentativo per ripensare il solo percorso di uscita dall'euro possibile: quello della scelta politica di un Governo legittimato dal voto popolare. Opzione che prevederebbe coalizioni, alleanze ed un lavoro per la "costruzione del consenso". Ma non parlatene nemmeno in casa 5 Stelle.