Le foto della balena dal becco d’oca avvistata a Genova, era bellissima: “Come un quadro astratto”
Nei giorni scorsi abbiamo fatto due escursioni di whale watching al largo di Genova, nel cuore del Santuario dei Cetacei “Pelagos” , una splendida esperienza nel Mar Ligure che ci ha permesso di osservare e fotografare bellissimi animali. Oltre a vari e giocosi pod di stenelle striate (Stenella coeruleoalba), la specie di delfino più diffusa nel Mar Mediterraneo, abbiamo incontrato anche molti uccelli – compresi dei gabbiani corallini – e un grande esemplare di tartaruga marina (Caretta caretta), con una grossa ferita rimarginata sul carapace, probabilmente causata dal morso di uno squalo quando era giovane, come ha raccontato a Fanpage.it l'avvistatore e fotografo naturalista Gianni Lucchi.
L'incontro più emozionante, però, è stato quello con due splendidi zifi (Ziphius cavirostris), cetacei conosciuti anche col nome anglosassone di “balene dal becco d'oca”. Il primo dei due che abbiamo avvistato è senza dubbio l'esemplare più bello di questa specie in cui ci siamo imbattuti: segni, cicatrici e formazioni algali, infatti, davano vita a una sorta di dipinto astratto sul suo corpo, come mostrano le foto che trovate nell'articolo.
È doveroso sottolineare che gli zifi non sono vere balene – inglesi e americani chiamano “whale” tutti i cetacei più lunghi di 6 metri – bensì zifidi (Ziphidae), una famiglia di odontoceti – cetacei con i denti – distinta da delfini, capodogli e ovviamente anche dai misticeti (le balene con i fanoni). Se ne conoscono una ventina di specie in tutto il mondo e la più recente è stata classificata in Giappone nel 2019: il berardio minore (Berardius minimus). Sono animali noti soprattutto per le profondissime e prolungate immersioni, che li rendono difficili da vedere ed elusivi: basti pensare che il mesoplodonte di Nishiwaki (Mesoplodon ginkgodens), un altro zifide conosciuto come balena dal becco dal dente di gingko, è stato visto vivo per la prima volta soltanto nel 2024.
Le due balene dal becco d'oca che abbiamo incontrato nel Mar Ligure appartengono alla specie di zifide più conosciuta e studiata al mondo, tuttavia non si tratta di animali semplici da avvistare, tenendo presente che in genere restano in superficie pochi minuti prima di compiere immersioni profonde che possono durare ore.
Come dicevamo, il primo dei due esemplari avvistati, grazie all'occhio esperto delle biologhe marine a bordo della nave Rodi Jet, è il più bello zifio che abbiamo mai incontrato. Sul dorso grigio, oltre alle formazioni algali giallo-verdognole, erano presenti numerosi segni e cicatrici che creavano un affascinante pattern tra linee bianche curve e diritte, in particolar modo a ridosso della pinna dorsale, dove era presente una sorta di grande S barrata (si vede bene nella foto in testa all'articolo). Poco dietro la testa, sul lato sinistro, si ergeva una “vela scura” che spiccava in contrasto con il grigio chiaro e il giallo dominanti. Anche la dottoressa Gabriella Motta, biologa marina di bordo e avvistatrice, ha associato la bellissima livrea di questo esemplare a un quadro astratto.
Ma dove originano questi segni e le cicatrici sul corpo degli zifi? La ragione è principalmente sociale e riproduttiva. I maschi hanno denti eruttati (proiettati in avanti dalla mandibola) che usano per graffiare e segnare i rivali durante i combattimenti per le femmine. La pelle è molto delicata e le incisioni possono restare per lunghissimo tempo, diventando una sorta di “impronta digitale” che permette il riconoscimento dei singoli individui. Se per alcuni cetacei si utilizzano principalmente segni e forme su pinna dorsale e caudale, per gli zifi il pattern dei segni lasciati dai rivali è il primo criterio per l'identificazione.
"Le cicatrici e i segni che hanno questi meravigliosi zifi, animali che passano oltre l'86 percento della loro vita in immersione, hanno una funzione scientifica molto importante", ha spiegato a Fanpage.it la dottoressa Motta. "La foto-identificazione – prosegue la biologa – permette ai ricercatori di poter monitorare la loro presenza e i loro movimenti nelle acque del Santuario Pelagos, perché grazie ad essa vengono riconosciuti. Di anno in anno gli archivi vengono aggiornati perché queste cicatrici aumentano e altre possono pian piano svanire. Rendono questa specie veramente unica, sebbene anche il grampo abbia segni e cicatrici molto evidenti. L'incontro con lo zifio è sempre magico proprio perché passa tantissimo tempo sott'acqua e l'avvistamento in superficie è effimero. Dura pochi pochi istanti e a volte o pochi minuti, quando si è fortunati."
Dopo aver salutato il “quadro astratto” vivente, poco prima di rientrare al porto di Genova abbiamo incontrato un secondo esemplare di zifio nel Santuario Pelagos, un altro maschio, più grande ma con segni meno visibili e spettacolari sul dorso. È stato un po' più curioso del primo ed è rimasto a “studiarci” per alcuni minuti, prima di immergersi nel grande blu. Per questo secondo esemplare siamo riusciti a scattare una foto dei denti, che come dicevamo sporgono in avanti dalla mandibola (fate zoom sull'immagine).
Una curiosità su questi splendidi animali marini risiede nel nome comune anglosassone, il sopracitato "balena dal becco d'oca" (scelto per via della curiosa forma del rostro). Fino a un paio di anni fa gli zifi erano principalmente chiamati “balene dal becco di Cuvier”, dal nome del naturalista francese Georges Cuvier che li descrisse. Visse tra il XVIII e il XIX secolo. Nonostante una importante carriera in campo zoologico, la reputazione di Cuvier fu macchiata dalla pubblicazione di un libro nel 1829, “Le Règne Animal”, nel quale la nostra specie veniva suddivisa in tre razze e quella bianca, caucasica, era indicata come superiore alle altre. La sua era una ideologia apertamente razzista, emersa assieme alla misoginia anche in altre opere e rivendicazioni. Per questo motivo, nel 2024, un gruppo di cetologi ha pubblicato una lettera sull'importante rivista scientifica Marine Mammal Science (A call to rename Ziphius cavirostris the goose-beaked whale: promoting inclusivity and diversity in marine mammalogy by re-examining common names) per chiedere di eliminare il suo nome "scomodo" e rinominare lo zifio in balena dal becco d'oca (e dunque non più di Cuvier).
Da allora il “nuovo” nome – in realtà in uso da molto tempo, ma non come principale – è diventato quello che cetologi e avvistatori utilizzano comunemente per riferirsi a questo cetaceo. Una riflessione del genere è in atto da tempo anche in ambito ornitologico: per molti uccelli si stanno eliminando i nomi di personalità controverse legate a ideologie razziste, suprematiste e promotrici dello schiavismo. L'idea generale è quella di non usare più in tassonomia i nomi delle persone per definire le nuove specie scoperte.