Abbiamo chiesto a un medico come capire se hai un semplice mal di schiena o una spondilite
Su Fanpage.it abbiamo raccontato la storia di Antonella, una donna che da anni convive con la diagnosi di spondilite. Parliamo di una malattia infiammatoria che causa un dolore cronico alla schiena. "La spondilite è una malattia infiammatoria della colonna vertebrale e delle articolazioni di quello che viene chiamato scheletro assiale", spiega il professor Lorenzo Dagna, primario dell'Unità di Immunologia, Reumatologia, Allergologia e Malattie Rare dell'IRCCS Ospedale San Raffaele e professore associato di Medicina Interna all'Università Vita-Salute San Raffaele. Con scheletro assiale si intendono le articolazioni della colonna, quelle tra le vertebre, tra le vertebre e il cranio e tra le vertebre e il bacino. È quindi una delle possibili cause di dolore alla schiena, ma ha caratteristiche differenti rispetto al più comune mal di schiena di origine meccanica. "Se, per esempio, abbiamo una scoliosi, facciamo un'attività fisica intensa o abbiamo una postura scorretta, il carico meccanico sulla colonna può distribuirsi in maniera inappropriata e generare un'infiammazione di tipo meccanico. La spondilite è invece legata a un'infiammazione di tipo autoimmune, in cui il sistema immunitario aggredisce le articolazioni e le strutture della colonna vertebrale", spiega Dagna.
Ma quali sono i sintomi? E come distinguerla da un mal di schiena? Uno dei primi segnali a cui prestare attenzione è la rigidità della schiena al mattino. "La persona che ha una spondilite si sveglia la mattina, si alza dal letto e si sente rigida e bloccata". La differenza rispetto alla rigidità che può essere lamentata da chiunque con il passare degli anni è soprattutto nella durata: mentre normalmente bastano pochi minuti di movimento per sentirsi meglio, nella spondilite la rigidità può durare ore, anche due o tre o più, e tende a migliorare nel corso della giornata con il movimento. A questa può aggiungersi il dolore, che presenta caratteristiche altrettanto precise. "È un dolore particolarmente intenso al mattino o dopo una prolungata situazione di riposo e tende a ridursi progressivamente nel corso della giornata". Per questo, secondo il reumatologo, non è tanto l'intensità a dover indirizzare verso una possibile spondilite, quanto la qualità e l'andamento del dolore. Un altro elemento caratteristico è la risposta agli antinfiammatori. "Il dolore da spondilite risponde tipicamente bene agli antinfiammatori". Ma proprio questo può contribuire a sottovalutare il problema: una persona potrebbe pensare che, dopo aver assunto un farmaco e aver visto migliorare il dolore, non ci sia nulla di cui preoccuparsi.
Quando compare la spondilite e quali sono i fattori di rischio
Dagna spiega che la spondilite è tipicamente una malattia dell'età giovanile e compare più frequentemente tra i 20 e i 40 anni, anche se può manifestarsi, più raramente, in seguito. Esistono diverse forme di insorgenza dello spondiloartite. Una di queste è associata alla psoriasi, mentre altre possono essere collegate alle malattie infiammatorie intestinali, come il morbo di Crohn e la rettocolite ulcerosa. Nella forma che un tempo veniva chiamata spondilite anchilosante, oggi generalmente inquadrata nell'ambito delle spondiliti assiali, esiste una forte componente genetica. Tra i geni più conosciuti c'è l'HLA-B27, ma la sua presenza non significa automaticamente sviluppare la malattia. La patologia può inoltre coinvolgere organi diversi dalla colonna. "Queste malattie possono colpire anche altri organi, come la pelle, l'intestino e gli occhi. Si parla in questi casi di manifestazioni extra-articolari della malattia", spiega Dagna. Per questo, durante la valutazione di un paziente, anche domande apparentemente semplici possono essere importanti: "Ha avuto infiammazioni agli occhi? Ha macchie sulla pelle? Ha problemi intestinali?".
Il caso di Antonella racconta bene quanto possa essere lungo il percorso verso una diagnosi. Secondo Dagna, uno dei problemi è proprio la difficoltà di distinguere nelle fasi iniziali un dolore infiammatorio da un comune dolore meccanico. La diagnosi parte dal quadro clinico e dagli esami. La radiografia della colonna permette soprattutto di osservare i danni già sviluppati, mentre l'esame di scelta nelle fasi iniziali è la risonanza magnetica del bacino e della colonna. Ma la risonanza, avverte Dagna, non deve essere interpretata da sola. "Una risonanza magnetica che mostra dei segni di infiammazione non equivale automaticamente alla diagnosi di una spondilite". Le alterazioni devono essere messe in relazione con i sintomi e con il quadro clinico della persona.
Dagna sottolinea infatti che può verificarsi anche il problema opposto, cioè una diagnosi eccessiva. "Mi capita non raramente di vedere persone che hanno seguito per anni terapie anche avanzate, comprese quelle biotecnologiche, senza stare meglio perché in realtà non avevano quella malattia".
A contribuire alla confusione può essere anche il peso corporeo. Una persona fortemente sovrappeso o obesa può essere maggiormente esposta a problemi meccanici della colonna e
alcuni segni visibili alla risonanza possono essere legati proprio al carico sulle strutture vertebrali. Per questo, secondo il reumatologo, l'esame radiologico deve sempre essere interpretato insieme alla storia e ai sintomi del paziente.
Quali sono oggi le cure disponibili
Per molto tempo il trattamento della spondilite si è basato soprattutto su terapie convenzionali e antinfiammatorie. Oggi, quando la risposta non è adeguata, sono disponibili anche terapie avanzate e farmaci biotecnologici, che agiscono in maniera mirata sui meccanismi dell'infiammazione. "La tendenza attuale, supportata anche dalle linee guida, è quella di spostarsi il più velocemente possibile verso una terapia biotecnologica, cioè una terapia avanzata per queste malattie", spiega Dagna. L'obiettivo non è semplicemente ridurre il dolore, ma controllare l'attività della malattia e prevenire la progressione del danno. Quando Dagna studiava medicina, racconta, i farmaci biotecnologici non esistevano ancora e le immagini dei pazienti mostravano persone che potevano arrivare a perdere progressivamente la funzione della colonna, fino alla cosiddetta “colonna a canna di bambù”. Oggi lo scenario è cambiato: "Abbiamo trattamenti disponibili e utilizzabili che nella grande maggioranza dei casi ci permettono di controllare la malattia".
Questo non significa però che il danno già prodotto possa essere cancellato. "Se una persona ha veramente una spondilite e trascorre dieci anni con la malattia non adeguatamente trattata, quando inizia la terapia il danno articolare già presente non può essere fatto regredire". Ecco perché la diagnosi precoce rimane centrale. L'obiettivo indicato dalle società reumatologiche è quello del treat-to-target, cioè trattare il paziente fino a raggiungere un obiettivo preciso. In una persona giovane, spiega Dagna, l'obiettivo dovrebbe essere la remissione completa.
Per Antonella, però, la differenza tra il passato e il presente è già concreta. Dopo decenni trascorsi a cercare una spiegazione per quel dolore alla schiena, oggi continua a convivere con una patologia che ha lasciato conseguenze importanti, ma può contare su terapie che le hanno restituito una parte della quotidianità. E continua a rispondere alle persone appena diagnosticate che la cercano: "Trovare una persona che capisce, che spiega, che ascolta, è importante". Perché, dopo una vita passata a sentirsi dire che era soltanto mal di schiena, sapere di non essere soli può essere parte della cura stessa