Mentre la marijuana risolleva le economie di molti paesi nel mondo mandando in fumo guadagni miliardari per le mafie che vengono restituiti agli stati sovrani e ai cittadini, il governo italiano porta avanti in solitaria e in totale controtendenza la propria guerra alla cannabis light.

Un proibizionismo ideologico e privo di senso pratico che si scontra con la realtà dei fatti: la canapa, in tutti i settori, da quello industriale a quello medico, passando per l’utilizzo ricreativo, si sta affermando come la protagonista di una nuova economia, più attenta all’ambiente e che si sposa perfettamente con i principi della green economy.

Il Canada ha legalizzato la marijuana in ottobre, l’Uruguay ci aveva pensato nel 2013; In Usa 10 stati hanno legalizzato la cannabis tout court e più di 30 quella medica; in Messico stanno discutendo una legge dopo 5 pronunce della Corte Suprema, in un processo simile a ciò che sta accadendo in Sudafrica; in Spagna dopo l’esperimento dei Cannabis Social Club vogliono essere i primi a legalizzare in Europa ma rischiano di essere battuti sul tempo dal Lussemburgo, mentre il Portogallo ha depenalizzato il consumo di tutte le droghe nel 2001.

E in Italia? In Italia il governo fa la guerra alla cannabis light, infiorescenze di canapa industriale, e cioè varietà legali di canapa con contenuto di THC sotto le soglie previste dalla legge che sono iscritte in un registro apposito tra le varietà approvate per la coltivazione in tutta l’Unione europea.

Tutto questo in un momento in cui la cannabis legale si sta affermando come un incredibile volano per la crescita economica e la creazione di nuovi posti di lavoro. Secondo l’European Cannabis Report nei prossimi 10 anni l’Europa potrebbe vantare il più grande mercato di cannabis al mondo: entro il 2028 se la politica contribuirà a regolamentare la situazione la cannabis europea potrebbe valere la cifra sbalorditiva di 115 miliardi di euro. Secondo il Marijuana Business Factbook 2018, il numero di posti di lavoro nell’industria della cannabis aumenterà drasticamente nei prossimi anni, proprio grazie alle progressive liberalizzazioni e alla crescita dei mercati esistenti. Entro il 2022 l’industria della cannabis dovrebbe garantire fino a340mila posti di lavoro a tempo pieno, con una crescita del 21% circa ogni anno. In confronto, l’intero settore sanitario americano dovrebbe crescere del 2% all’anno fino al 2022.

In Italia invece l’ultima operazione parla di 48 negozi tra Puglia, Calabria, Campania, Lazio e Lombardia, che vendono prodotti a base di canapa che hanno subito sequestri per un presunto traffico di marijuana vera e propria “mascherata” da cannabis light. Un’operazione iniziata ad ottobre, quando in un distributore automatico di Taranto vennero sequestrati 9 chilogrammi di cannabis light con THC superiore al limite di legge e sei persone furono denunciate.

A luglio era stato il questore di Macerata, Antonio Pignataro, ad avviare una serie di indagini spiegando che: “La cannabis light non esiste. Non si possono vendere prodotti contenenti THC, saranno tutti sequestrati”. D’altronde era stato proprio il ministro Fontana, con la delega alle Politiche antidroga, a lanciare la crociata contro la cannabis al grido di “Tolleranza zero” annunciando misure repressive e punitive, rispolverando un claim che in America non si sentiva dagli anni ’70.

Un atteggiamento che rischia di tenerci al palo nonostante il nostro paese abbia le condizioni pedoclimatiche tra le migliori al mondo per coltivare questo tipo di vegetale per qualsiasi suo utilizzo, una grande tradizione nella coltivazione della canapa che all’estero conoscono bene nonostante le nostre istituzioni sembrino essersene dimenticate, e la capacità innata di valorizzare i prodotti agricoli, con la canapa che non farebbe eccezione. Soprattutto può rivelarsi un freno in un momento in cui le attenzioni internazionali sono rivolte alla canapa italiana, con canadesi, americani e israeliani che dalla cannabis stanno guadagnando miliardi e iniziano ad investire all’estero per farsi trovare pronti al momento giusto.

Perché legalizzare è un’operazione intelligente: toglie profitti alla criminalità organizzata trasferendoli nelle mani dello stato e dei cittadini, permette di controllare le sostanze al contrario di ciò che accade con lo spaccio in strada, rende più difficile l’accesso ai minori, porta una drastica riduzione di arresti e processi legati al consumo di sostanze con ulteriore risparmio, senza alcuna controindicazione. Anche i consumi diminuiscono e non è vero che aumentano gli incidenti stradali.

La speranza è che dove non arrivino le pur sagge ragioni di chi sostiene legalizzazione e regolarizzazione, arrivino quelle dei soldoni, come è successo in America e a valanga nel resto del mondo.