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Attentato a Mosca al Crocus City Hall

Perché per capire l’attentato di Mosca bisogna guardare a quel che l’ISIS ha fatto in Turchia e Iran

Quando i jihadisti colpiscono uno stato autoritario, come la Russia di Putin, non possono che suscitare lo stesso sdegno che innescano quando colpiscono Parigi o Londra. Tuttavia, gli attacchi di Mosca stanno determinando da parte russa una stigmatizzazione di un, non plausibile, ruolo ucraino per giustificare e alimentare un inasprimento della guerra in corso e la fine della leadership politica di Kiev, sul modello di quello che in questi anni è avvenuto nella Turchia di Erdogan contro i curdi.
A cura di Giuseppe Acconcia
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Alcuni sospetti per la sparatoria a Mosca
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Conosciamo ancora troppo poco le biografie degli attentatori di Mosca che lo scorso 22 marzo hanno causato 137 morti e centinaia di feriti tra il pubblico che partecipava a un concerto alla Crocus City Hall per poter tracciare un profilo caratteristico. Le informazioni che arrivano da Mosca sono spesso lacunose e contraddittorie. Secondo i media russi, si tratterebbe di terroristi stranieri. In particolare quattro degli 11 arrestati, apparsi in tribunale a Mosca, proverrebbero dal
Tajikistan e sono arrivati in Russia passando per la Turchia a inizio marzo.

I video dei terroristi, mostrati dalle televisioni russe raccontano di giovani uomini disagiati, senza lavoro, che hanno deciso, per poche migliaia di euro, di compiere uno degli attentati più gravi, rivendicati dallo Stato islamico (ISIS), dal 2015 in poi. Questo di sicuro significa che i jihadisti di ISIS, dopo l’ultima sconfitta subita in Siria, con l’azione determinante russa in favore di Bashar al-Assad e della coalizione internazionale guidata dai curdi, a Baghuz nel 2019, cinque anni fa, sono ancora capaci di perpetrare azioni su larga scala e non sono stati affatto sconfitti

Il mito dei foreign fighters

Anche i jihadisti che hanno colpito il giornale satirico Charlie Hebdo nel 2015, il Bataclan a Parigi lo stesso anno, Nizza nel 2016, il concerto di Ariana Grande a Manchester nel 2017 erano stranieri di seconda generazione, in alcuni casi radicalizzatisi in prigione, o che erano andati ad addestrarsi a varie riprese in Siria. E così la narrativa del regime russo vuole accreditare la rappresentazione di un paese sotto attacco, come confermano i cartelli a lutto che sono apparsi per le strade di Mosca, così come avvenne con l’ondata di sdegno e di terrore che ha attraversato l’Europa qualche anno fa.

Le autorità russe lo stanno facendo rispolverando il mito dei foreign fighters e dei lupi solitari che si addestrano per colpire il benessere occidentale, luoghi di svago e concerti in contesti urbani. E che spesso hanno agito per mancanza di alternative in una società che quanto meno li esclude o li spinge alla radicalizzazione.

Gli attentati di Mosca somigliano più a quelli di Ankara che al Bataclan

Eppure il presidente russo, Vladimir Putin, ha fatto un passo in più accreditando la pista del coinvolgimento, almeno indiretto, delle autorità ucraine negli attentati. Secondo Mosca, i jihadisti, dopo essere scampati all’incendio della Crocus City Hall avrebbero tentato di lasciare la Russia usando una “finestra”, secondo le parole usate da Putin, che li avrebbe portati in territorio ucraino. Questa ipotesi è quanto meno discutibile, per tempistiche e velocità con la quale i jihadisti coinvolti
sono stati arrestati poche ore dopo l’attentato.

Gli arresti sarebbero avvenuti poi, secondo le autorità russe, lungo la strada che porta in Ucraina nella regione di Bryansk. Queste accuse sono state duramente rispedite al mittente dalle autorità di Kiev, colpita da massicci attacchi russi nelle ultime 48 ore. Tuttavia, l’uso che fa Mosca della spirale del terrore più che ricordare gli attentati che hanno colpito il cuore dell’Europa negli scorsi anni rispolvera molto la retorica della strategia della tensione, avanzata dalle autorità turche negli ultimi anni.

E così l’attentato di Mosca riporta alla mente molto da vicino la dinamica degli attentati di Soruç del 2015 al confine tra Turchia e Siria, e di Ankara dell’ottobre 2015, entrambi rivendicati da ISIS, e con un ruolo ancora da chiarire giocato dai servizi di intelligence di vari paesi.

Quegli attentati hanno aperto in Turchia la stagione della strategia della tensione che ha permesso al presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, di attaccare costantemente i combattenti del partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) con il pretesto della lotta contro lo Stato islamico. E così solo nel 2015, 1300 sono stati gli arresti nell’operazione anti-PKK e anti-ISIS in Turchia e 771 i morti dei raid turchi anti-curdi. Lo stesso potrebbe fare ora Mosca, dopo la schiacciante vittoria elettorale di Putin alle presidenziali dello scorso 17 marzo, puntando il dito contro i leader ucraini per chiudere nel sangue la stagione della guerra contro Kiev che va avanti ormai da oltre due anni.

Anche gli iraniani hanno usato la retorica della vittimizzazione

Non solo la Turchia, gli attacchi di Mosca ricordano molto anche gli attentati che ISIS ha perpetrato contro l’Iran. L'Iran negli ultimi anni è stato vittima di numerosi attacchi rivendicati dall’ISIS. Nell’ottobre 2022, 15 persone sono morte in seguito ad un’esplosione nei pressi del mausoleo di Shah Cheragh a Shiraz. Nel 2017 un doppio attentato ha colpito il parlamento e la tomba dell’ayatollah Khomeini. Il più recente attentato, il 3 gennaio scorso, ha causato la morte di oltre cento persone, tra i sostenitori del regime, a Kerman. Anche in questo caso uno dei due terroristi, che si è fatto saltare in aria, era tajiko.

Le due esplosioni hanno avuto luogo nel quarto anniversario dall’uccisione a Baghdad, per mano degli Stati Uniti, del generale, a guida delle brigate al-Quds, Qassem Soleimani. E sono state rivendicate da ISIS-Khorasan, affiliato di ISIS in Afghanistan, lo stesso gruppo che ha rivendicato gli attentati di Mosca del 22 marzo 2024. Come avviene sempre più di frequente, i jihadisti di questo gruppo sono stati reclutati e si sono radicalizzati in Asia centrale.

Gli attacchi di ISIS contro l’Iran sono stati quindi causati principalmente dall’influenza crescente che l’Iran, insieme a Mosca, ha nella regione, dalla Siria all’Iraq fino all’Afghanistan. Teheran ha così potuto usare la carta del terrorismo per giustificare il suo rinnovato impegno militare in Medio Oriente, culminato nell’attacco con l'uso di droni, di produzione iraniana, simili a quelli forniti a Mosca e usati nella guerra in Ucraina, contro la base (Torre 22) Usa al confine tra Giordania e Siria
che lo scorso 28 gennaio ha causato la morte di tre soldati Usa, innescando raid israeliani e statunitensi di contenimento dell’Iran in Siria e in Iraq.

Le misure draconiane

Se la reazione agli attentati in Europa è stata spesso tardiva, è stata tesa soprattutto a rafforzare i controlli e la collaborazione tra le forze di polizia dei paesi europei. La prima risposta che è venuta da Mosca agli attacchi del 22 marzo è invece contraddistinta dal pugno duro e da misure restrittive che potrebbero ulteriormente limitare le libertà individuali, con l’introduzione della pena capitale per reati di terrorismo, in un paese già segnato da una gravissima erosione dei diritti in nome del
populismo e del nazionalismo di Putin. Lo stesso è accaduto in occasione di altri attentati terroristici recenti, rivendicati da ISIS, in regimi autoritari.

Come è avvenuto, per esempio, dopo l’esplosione in volo dell’Airbus A321 della Metrojet nel 2015. L’attentato venne rivendicato dal ramo locale dello Stato islamico nel Sinai, Beit al-Meqdisi. Ma soprattutto permise al presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, di avere carta bianca nell’applicare misure draconiane, facendo ricorso allo stato di emergenza. E così il terrorismo in quel caso è servito a un regime autoritario per alimentare la repressione del dissenso. Così come potrebbe avvenire in Russia nelle prossime settimane, dopo l’uccisione in carcere dell’oppositore politico, Alexei Navalny, in circostanze da accertare ma che puntano direttamente il dito sulle responsabilità delle autorità russe.

Quando i jihadisti colpiscono uno stato autoritario, come la Russia di Putin, non possono che suscitare lo stesso sdegno che innescano quando colpiscono Parigi o Londra. Tuttavia, gli attacchi di Mosca stanno determinando da parte russa una stigmatizzazione di un, non plausibile, ruolo ucraino per giustificare e alimentare un inasprimento della guerra in corso e la fine della leadership politica di Kiev, sul modello di quello che in questi anni è avvenuto nella Turchia di Erdogan contro i curdi.

E così la versione russa dei foreign fighters servirebbe più a giustificare la guerra di Putin che a rispondere alle aspirazioni mancate di una generazione di giovani stranieri marginalizzati.

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Giuseppe Acconcia è giornalista professionista e docente. Insegna Stato e Società in Nord Africa e Medio Oriente all’Università di Milano e Geopolitica del Medio Oriente all’Università di Padova. Dottore di ricerca in Scienze politiche all’Università di Londra (Goldsmiths), è autore tra gli altri de “Taccuino arabo” (Bordeaux, 2022), “Le primavere arabe” (Routledge, 2022), Migrazioni nel Mediterraneo (FrancoAngeli, 2019), Il grande Iran (Padova University Press, 2018).
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