Imran Ali, il serial killer che avrebbe violentato e assassinato la piccola Zainab Ansari, 8 anni, il cui corpicino fu ritrovato in una discarica di Kasur, in Pakistan a metà gennaio, è stato impiccato nel carcere di Lahore. Il 24enne è stato giustiziato in presenza del magistrato Adil Sarwar e del padre della vittima. Quest’ultimo ha detto di ritenersi "soddisfatto" dopo l'esecuzione. “Ho visto la sua maestosa fine con i miei occhi", ha detto Amin Ansari ai giornalisti. Tuttavia, l’uomo ha espresso il proprio rammarico per il fatto che “le autorità non hanno trasmesso l'impiccagione in diretta tv”.

Zainab Ansari era diventata il simbolo della piaga degli abusi sui minori in Pakistan. Imran Ali, un vicino di casa della bimba, era stato identificato attraverso le immagini di una telecamera di strada che lo mostrava mentre camminava tenendo la giovanissima per mano il giorno della sua scomparsa, quindi inchiodato dal Dna: compatibile con le tracce biologiche ritrovate sul corpo di Zainab e di altri sette cadaverini di bambine scomparse in quello stesso distretto dove viveva la piccola. Imran aveva poi confessato di aver stuprato altre nove bimbe, tra cui Zainab. Il caso aveva indignato tutto il Pakistan, Paese dove ci sarebbero almeno 10 denunce al giorno di abusi su minori, tanto che adesso si pensa ad insegnare ai bambini a guardarsi dagli adulti.

Una piaga che non si contrasta con un verdetto come quello della pena di morte, secondo Anjum James Paul, docente cattolico e presidente della Pakistan Minorities Teachers Association (Pmta): “Esiste una discriminazione anche nel perseguire questi casi orribili di violenza: le istituzioni statali come polizia e magistratura applicano un doppio standard, perché quando potenti musulmani rapiscono, abusano, convertono e sposano fanciulle minorenni cristiane o indù, non c’è uguale trattamento verso questi che sono autentici pedofili. Bisogna combattere sul serio la pedofilia in Pakistan, a tutti i livelli, e non proteggerla sotto l’egida della religione”. Anche Naseem George, direttrice del Aezaz-e-Niswan Development Organization a sostegno dei diritti delle donne, ha dichiarato ad AsiaNews che “l’impiccagione non è la soluzione”. Mentre secondo Anjum James Paul, “per quanto un crimine possa essere efferato, in coscienza, come cristiani non possiamo accogliere la pena di morte e diciamo che l’ergastolo può essere una pena adeguata”.