Libyan gunman celebrate on the early morning of the second anniversary of the revolution that ousted Moammar Gadhafi, in Benghazi, Libya, Sunday, Feb. 17, 2013. (AP Photo/Mohammad Hannon)

Nelle ultime ore si fa sempre più concreta la possibilità di un intervento militare a guida italiana in Libia. Recentemente il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha detto che il nostro paese è pronto "a coordinare operazioni per la sicurezza e la stabilizzazione della Libia" ed è iniziata a circolare la notizia della creazione da parte di Usa e alleati di un "Centro di coordinamento della Coalizione a Roma". Una nuova missione – dopo quella del 2011 – nel paese nordafricano è secondo Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo, "una pazzia. Non una pazzia etica, ma logica. Parliamo di un paese destabilizzato dopo gli attacchi occidentali del 2011, e subito dopo la situazione è molto peggiorata". Ci sono due punti in particolare di cui l'Italia dovrebbe tener conto prima di pensare di intervenire in Libia: "In primo luogo non possiamo dimenticarci che si tratta di un paese che è stata una nostra colonia, e questo potrebbe creare dei problemi in una eventuale guida italiana della missione; e in secondo luogo va ricordato che fino all'inizio del 2011 con Gheddafi – che poi abbiamo bombardato – abbiamo fatto un sacco di affari, soprattutto affari armati", ha spiegato Vignarca a Fanpage.it, sottolineando come la Libia fosse uno dei principali partner dell'Italia, con cui il nostro paese "era addirittura arrivato a costituire una partnership paritetica per la produzione di elicotteri, che è una cosa che non succede mai". Oltretutto, la Rete Disarmo ha tracciato che l'Italia ha inviato in Libia pochi mesi prima del 2011 11.500 pistole e fucili, che oggi "sono sicuramente tra quelli che sono in mano alle milizie che stanno mettendo a ferro e fuoco il paese. In tutta questa situazione problematica un bel po' di responsabilità ce l'abbiamo, e quando si interviene dopo aver avuto una responsabilità non lo si puà fare leggermente".

E invece, pare che la missione in procinto di partire potrebbe essere proprio a guida italiana. "Io sospetto – ha spiegato Vignarca – che il governo in realtà non volesse tanto avere in mano la situazione della Libia, mentre da tempo si era espresso e aveva dispiegato uomini e mezzi sul teatro iracheno. La Libia, essendo una situazione ancora peggiore e ancora più ingarbugliata, è una bella gatta da pelare. Da osservatore penso siano stati gli Stati Uniti a decidere in questo senso". Intervenire in Libia "è un errore non solo dal punto di vista pacifista. Noi dall'intervento del 2011 abbiamo avuto solo da perdere: politicamente, dal punto di vista geostrategico, da quello delle risorse. Un ulteriore missione a nostra guida, al di là di costare, al di là di fare sicuramente vittime, secondo noi potrebbe replicare questo tipo di errore". La Rete denuncia che sul tema, tra l'altro, "non c'è un dibattito parlamentare" e "sembra quasi che la decisione venga presa dal governo senza una comprensione della situazione. Questo lo consideriamo molto grave".

L'intervento del 2011, comunque, non è stato del tutto inutile. C'è un settore dell'economia italiana, infatti, che ne ha beneficiato: quello dell'industria di produzione delle armi. "Ricordo che l'allora Capo di stato maggiore dell'aeronautica militare – ha spiegato Vignarca – aveva sottolineato come sulla Libia l'Italia avesse sganciato una tale quantità di ordigni da costituire l'attacco aereo più possente del nostro paese dopo la Seconda guerra mondiale. Considerato questo, io sospetto che un po' di decisione sui timing anche degli interventi dipendando anche dalle pressioni dell'industria militare fa perché, ovviamente, in ogni business finché qualcuno non consuma non puoi produrre e rivendere. In Libia negli ultimi quattro anni la situazione è praticamente sempre la stessa, non è successo niente di nuovo o dirompente".

Gli stretti rapporti tra Italia e Libia fino al 2011 hanno avuto anche un'altra conseguenza: il nostro paese ha inviato nel nord Africa armi e munizioni di cui adesso è difficile ricostruire il destino. "Le armi non sono il latte che scade dopo cinque giorni. Quindi se io rifornisco una regione di armamenti, una regione in cui non c'è controllo, è chiaro che poi quelle armi se quell'area si destabilizza prima o poi vadano in mano a persone poco raccomandabili", ha spiegato Vignarca, che ha sottolineato che pur essendo impossibile sostenere che l'Italia abbia inviato armi direttamente all'Isis, ci sono "11500 pistole e fucili che erano arrivate nelle mani delle forze di sicurezza di Gheddafi e al crollo del regime chissà dove sono finiti". Quello che nessuno ricorda, per il coordinatore della Rete, è che "quando i primi giornalisti italiani arrivarono al compound di Gheddafi videro delle casse targate Beretta Made in Italy. Quelle armi dove sono finite? Chi ce le ha in mano oggi? Gli stessi che vogliamo bombardare perché sono brutti sporchi e cattivi? Sono tutte domande che uno non può rimuovere nel momento in cui c'è un'emergenza. Perché sarebbe come, facendo un paragone, se io andassi dal medico che mi deve prescrivere una cura molto forte omettendo se quel virus l'ho preso per caso o se sono andato in giro nudo sotto la neve per cinque giorni a farmi tossire addosso da tubercolitici. C'è una differenza. Dobbiamo intervenire per far cosa? Contro chi? Tutta questa situazione caotica è figlia di scelte precedenti".

Come agire, dunque, in una polveriera come quella libica? La soluzione militare, per Vignarca, "è una pezza a una situazione che non riescono a risolvere politicamente. La Libia non è scoppiata di colpo, è quattro anni che è in fiamme. Il punto vero però è che le situazioni quando c'è un caos del genere si possono risolvere solo indebolendo questi gruppi criminali e quindi togliendogli il supporto finanziario". Continuando a portare via risorse naturali dal paese si crea un'economia che "alimenta anche i rapimenti da parte di questi gruppi. Avranno sempre un motivo – che sarà economico o criminale e che poi trasformano in politico perché è più facile giorcarsela – per esserci". La vera soluzione per la Rete, invece, può essere solo un potenziamento della società civile: "Pensiamo sempre che in quei paesi siano tutti dei miliziani, vadano tutti in giro con il coltello, con il kalashnikov, ma non è così. Saranno tanti, saranno efferati quanto vogliamo, ma stiamo parlando di un paese di milioni di persone di cui il 95%  vuole vivere tranquilla. Non esiste un paese nel mondo dove la gente vuole vivere senza poter uscire per strada perché sennò ti sparano". Per porre fine al caos libico, insomma, per Vignarca bisogna "mettersi in mezzo, stare lì a proteggere la popolazione. La vera soluzione è ricreare un tessuto sociale, è un processo lungo ma l'unica cosa da fare". Non esistono soluzioni semplici e veloci e "fingere che 20 giorni di bombardamenti possano davvero risolvere qualcosa nel profondo è irrealistico. Dicono a noi che siamo illusi e irrealisti, ma sono loro.