Rifugiati Rohingya in Bangladesh (Gettyimages)
in foto: Rifugiati Rohingya in Bangladesh (Gettyimages)

Fatima, 12 anni, era a casa con i suoi genitori, gli otto fratelli e la nonna quando all'improvviso ha visto le fiamme avvolgere il suo villaggio. Mentre tutti i componenti della famiglia cercavano di scappare, alcuni uomini in “uniforme mimetica grigia e blu” hanno aperto il fuoco alle loro spalle. A cadere per primo è stato il padre, ferito al petto e ad una gamba. Poi la sorella, Rofia, di dieci anni. Quando si trovava a 30 metri dalla casa, anche Fatima è stata raggiunta da un proiettile appena sopra il ginocchio. “Sono caduta ma un mio vicino mi ha afferrato e portato via”, ricorda la bambina sopravvissuta alla carneficina che le forze di sicurezza birmane hanno compiuto a Chut Pyin, il suo villaggio. Fatima si trova adesso nel campo profughi di Cox's Bazar in Bangladesh; con lei sono già oltre mezzo milione i rifugiati della minoranza etnica dei Rohingya fuggiti a violenze e persecuzioni.

La sua testimonianza, come quella di altri centinaia di Rohingya scampati ai massacri, sono state raccolte in un rapporto di Amnesty International. L’organizzazione internazionale parla apertamente di crimini contro l’umanità commessi dai militari nello Stato di Rakhine, al nord di Myanmar (l’ex Birmania). Dopo gli attacchi dell’Arsa (Arakan Rohingya Salvation Army) alle postazioni di polizia e guardie di confine birmane avvenuti il 24 agosto scorso, la rappresaglia contro questa comunità musulmana è stata terribile. Interi villaggi dati alle fiamme, violenze e stupri, uccisioni indiscriminate e un esodo imparabile verso il vicino Bangladesh.

Una brutalità che non ha risparmiato donne, bambini, disabili e anziani. “Quelli che erano giovani e forti per correre sono sopravvissuti”, racconta Sona Mia, un uomo di 77 anni. La mattina del 27 agosto i soldati circondarono il villaggio di Koe Tan Kauk, dove abitava. Sona ha ancora impresse nella memoria le immagini della fuga disperata della sua famiglia. Rayna, la figlia disabile di 20 anni, non poteva camminare né parlare, così uno dei fratelli se la caricò in spalla per cercare di raggiungere la cima di una collina vicina. Ma gli spari dei militari si avvicinavano sempre di più e decisero di lasciare Rayna in una casa abbandonata con l’intenzione di andare a riprenderla quando il pericolo fosse passato.  “Non pensavamo che non sarebbe stato più possibile”, afferma adesso sconsolato Sona. “Le avevo detto: ʽSiediti qui, torneremo a prenderti’… Siamo arrivati sulla collina e abbiamo visto come i soldati stavano bruciando tutte le case, anche quella dove si trovava mia figlia”. Quando nel pomeriggio i militari abbandonarono il villaggio, i figli di Sona scesero a valle e trovarono il corpo carbonizzato della sorella.

Le immagini satellitari raccolte da Human Right Watch dimostrano che sono stati quasi 300 i villaggi Rohingya dati alle fiamme. E’ stato appiccato il fuoco ad intere aree abitate secondo un piano deliberato – denuncia Amnesty – costringendo centinaia di migliaia di persone a scappare attraverso la giungla o guadando fiumi e paludi. I testimoni dei massacri concordano su un punto: sulle uniformi dei responsabili dei crimini – si legge nel rapporto di Amnesty – c’era una mostrina che corrisponde a quella indossata dalle truppe del Comando occidentale della Birmania. A prendere parte agli attacchi sarebbero state anche la 33ª divisione di fanteria e la polizia di frontiera, che indossano un'uniforme blu mimetica, insieme a bande di vigilanti buddisti.

Nel rapporto di Amnesty International emergono anche casi di stupri e violenze contro donne e ragazze. “Ci hanno separato dagli uomini e hanno cominciato a sparare”, rivela S.K., una donna di 30 anni a proposito del massacro avvenuto nel villaggio di Min Gyi. “Poi i soldati ci hanno gettate assieme ai nostri bambini in un fossato con l’acqua che ci arrivava alle ginocchia. Ogni tanto prendevano un gruppo di donne e le portavano dentro le case del villaggio. Quando è toccato il mio turno – prosegue – ero assieme ad altre cinque mamme con bambini piccoli. Prima ci hanno rubato tutto i nostri averi e poi hanno cominciato a picchiarci con un bastone di legno. Hanno percosso così forte anche mio figlio di due anni che è morto sul colpo”. “Tutte le donne sono state fatte spogliare nude – il racconto di O.B. – ci hanno colpito in testa con un bastone e poi ci hanno violentate. Un soldato diverso per ogni donna”. Dopo averle stuprate, i militari hanno dato fuoco alle case, con all'interno molte delle vittime delle violenze carnali, destinandole ad una fine orribile.

“Le forze di sicurezza del Myanmar hanno compiuto una brutale vendetta sull'intera popolazione Rohingya nello Stato Rakhine – ha dichiarato Tirana Hassan, di Amnesty International – nel tentativo evidente di espellerli definitivamente dal Paese. Queste atrocità continuano ad alimentare nella regione la peggiore crisi di rifugiati degli ultimi decenni”, ha aggiunto Hassan.

Solo da domenica sono arrivate quasi 15.000 persone attraverso la frontiera tra i due Paesi. Per cercare di fermare i crimini contro la comunità Rohingya, Amnesty International propone che venga applicato un embargo sulla vendita di armi al governo birmano. Nel frattempo, però, non si ferma l’esodo attraverso fango e paludi di migliaia di musulmani per raggiungere il vicino e poverissimo Bangladesh.