Quattordici civili sono morti e oltre 40 sono rimasti feriti dopo un attacco missilistico delle forze armate armene a Barda, in Azerbaigian. La procura generale azera aveva già riferito di tre morti in seguito all'attentato. Nel frattempo, Baku e Erevan, la capitale armena, si accusano a vicenda di ripetute violazioni del cessate il fuoco. L'ultima accusa è appunto il raid missilistico a Barda condotto dalle forze armate armene. Se da una parte il ministero della Difesa azero imputa le morti e la distruzione all'Armenia, che avrebbe ignorato il cessate il fuoco agendo contro Barda, dall'altra parte l'omonimo mistero armeno ha accusato l'Azerbaigian di aver colpito Stepanakert con un lanciarazzi multiplo Smerch. "Un attacco Smerch è stato condotto su Stepanakert – scrive su Facebook la portavoce del ministero armeno, Shushan Stepanyan – ma nessuno è rimasto ferito".

La guerra per il Nagorno-Karabakh

Dopo i bombardamenti dei giorni scorsi proprio su Stepanakert, città autoproclamatasi indipendente dall'Azerbaigian e riconosciuta solo da tre paesi non appartenenti all'Onu, la guerra tra armeni e azeri per il Nagorno-Karabakh continua nonostante gli altolà di Russia, Usa ed Europa. Il Nagorno-Karabakh è un territorio autoproclamatosi indipendente e attualmente conteso tra Azerbaigian e Armenia. I secessionisti armeni da un lato e le forze azere dall'alto sono forti dei sostegni trasversali di Turchia e Iran che permettono di portare avanti la guerriglia nonostante il conflitto armato sia iniziato già nel 1992. Senza sbocchi sul mare, il territorio conteso potrebbe essere la scintilla di una escalation di violenza: la vera e propria miccia di una guerra nel Caucaso meridionale. Le ostilità erano rimaste circoscritte all'enclave armena in Azerbaigian del Nagorno-Karabakh e ora stanno coinvolgendo altre città. 

L'Azerbaigian minaccia di riconquistare il Nagorno-Karabakh, dichiaratosi indipendente ma non riconosciuto dalla comunità internazionale, con la forza militare. Le zone di confine quindi restano presidiate dai soldati in un regime di "cessate il fuoco" che viene però violato spesso e volentieri da entrambe le parti.