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Donald Trump ha perso il suo referendum, è l’inizio della fine dell’illusione MAGA

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Ha scelto di trasformare le midterm in un referendum su di lui, è andato all-in, chiedendo anche il supporto dei suoi amici miliardari: ha ricevuto un secco rifiuto, persino nelle sue roccaforti, e trascinando nella sconfitta l’intero partito. E ora?

Era andato all-in, aveva deciso di trasformare le elezioni di midterm in un referendum sulla sua persona e sul suo modo di intendere la politica. Ha perso rovinosamente, trascinando con sé l’intero Partito Repubblicano e compromettendo gli ultimi due anni della sua presidenza. Il riassunto della giornata orribile di Donald Trump è semplice: una sconfitta netta, oltre ogni aspettativa, che sarà gravida di conseguenze, non solo per gli Stati Uniti.

Le dimensioni dell’onda democratica sono oggettivamente straordinarie, con tante “prime volte nella storia” che rendono del tutto peculiare la debacle repubblicana. Che ha riguardato praticamente ogni anima del partito, dagli ultraconservatori ai moderati, con seggi tenuti per decenni dal GOP negli Stati rurali e/o del Sud e ora passati a candidati dem, quasi a prescindere dalla loro piattaforma programmatico-ideologica. Una valanga che il presidente statunitense non solo non è riuscito a fermare, ma che ha contribuito a creare. Ciò è ancora più evidente se si considerano le sconfitte nette dei candidati direttamente sponsorizzati da Trump e sostenuti con decine di milioni di dollari da aziende e ricconi vicinissimi alla galassia MAGA.

Tra l’altro, la sproporzione in termini di raccolta economica e il ruolo, non sempre chiarissimo, dei tecnocapitalisti nella politica statunitense, sono diventati elementi centrali nella contromobilitazione dell’elettorato democratico. Non è un caso che nei loro discorsi post vittoria, due astri nascenti dem come Talarico ed El Sayed abbiano sottolineato un successo arrivato “nonostante” l’ingerenza a suon di milioni di dollari dei miliardari trumpiani. Lo stesso Elon Musk, che ha investito quasi mezzo miliardo di dollari nelle campagne dei repubblicani (in particolare per sostenere Paxton in Texas), ha parlato senza mezzi termini del fallimento dei suoi “election-interfering space lasers”.

Non è servito, dunque, perché al centro della contesa c’era lui, Donald Trump, l’uomo che ha terremotato gli equilibri internazionali e non è stato in grado di convincere gli statunitensi della bontà della propria gestione in campo economico. Eppure, il presidente si è approcciato alle midterm come fossero la battaglia definitiva della sua intera esperienza politica. Come scrive The Atlantic, è stato letteralmente onnipresente, spingendo i cittadini USA a votare come se sulla scheda ci fosse scritto il suo nome. Quello che ha ricevuto in cambio è “un ripudio clamoroso e generalizzato”, finendo per diventare quella che in gergo si definisce “un’anatra zoppa”, che ora dovrà fare i conti con “quella che è probabilmente la sua paura più grande: l’irrilevanza”.

Il punto è che la profondità della sconfitta si innesta su una serie di scelte strategiche che sembrano non aver funzionato. Il voto dei cittadini ha smontato il tentativo di usare la leva della paura (degli immigrati, dell’estremismo religioso, addirittura dei comunisti!) come diversivo rispetto agli inciampi in politica estera e alle difficoltà in campo economico. La sovraesposizione del presidente non ha aiutato, trascinando probabilmente anche candidati che avrebbero avuto maggiori chance ed eliminando qualunque tipo di “offerta alternativa” (magari anche critica) in casa repubblicana. È stata la sconfitta dell'illusione MAGA, quella di poter controllare la narrazione della realtà al punto da plasmare le reazioni dell'opinione pubblica, influenzandone scelte e percezioni, anche grazie al supporto dei tecno-oligarchi e dei grandi portatori di interessi. Il rigetto di una certa idea di politica, per semplificare.

È difficile dire cosa accadrà nelle prossime settimane. Citando sempre The Atlantic, Trump “rimane il comandante in capo, domina la scena internazionale, esercita l'ampio raggio d'azione dei decreti presidenziali e resta ineguagliato nel catalizzare l'attenzione” ed “è già sfuggito più di una volta alla tomba politica, tornando ogni volta più forte”. Tuttavia, la portata della sconfitta e le prospettive nel medio periodo (oltre che fattori meramente anagrafici-temporali) sembrano suggerire che questo possa essere davvero l’inizio della fine dell’illusione MAGA, piuttosto che la fine dell’inizio, ovvero una sorta di lento passaggio di consegne interno ai trumpiani, magari verso il suo delfino JD Vance.

La grande incognita, in effetti, è questa: cosa dobbiamo aspettarci dal colpo di coda dell’uomo più potente del mondo, che ha cambiato la politica mondiale e che non si rassegnerà a una lenta ma inesorabile uscita di scena, trovandosi a dover gestire dossier di un’importanza quasi esistenziale. Le sue prime parole sembrano andare in una certa direzione. "Se sulla scheda ci fosse stato il mio nome", ha scritto su Truth, "avremmo vinto a valanga". Ecco.

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A Fanpage.it fin dagli inizi, sono condirettore e caporedattore dell'area politica. Attualmente nella redazione napoletana del giornale. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica e comunicazione. Senza pregiudizi.
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