Chi è Abdul El Sayed, il primo senatore musulmano eletto al Congresso USA
È il primo senatore musulmano della storia degli Stati Uniti. Dopo una campagna in cui è stato accusato di terrorismo, di voler imporre la sharia, Abdul El Sayed ha vinto le elezioni di midterm in un clima il cui la sua fede è stata strumentalizzata per delegittimarlo. Trump lo ha attaccato personalmente, cercando di trasformarlo in una minaccia agli occhi degli elettori. Ma alla fine la mossa è stata un boomerang. Nel giro di un anno El Sayed ha acquisito un’enorme popolarità e oggi è uno degli esponenti più noti della sinistra più progressista. Vuole una sanità pubblica per tutti, attacca il potere delle grandi aziende e propone un modello di America diversa da quella controllata da miliardari e corporation. Durante la sua campagna si è ritrovato contro persino una parte del suo partito, il Partito democratico. La sua avversaria alle primarie ha scelto di sostenere il candidato repubblicano, mettendolo in grossa difficoltà. Ad oggi la sua vittoria ci sembra molto più di un successo personale. Forse è il segnale di un cambiamento ben più profondo che sta travolgendo la sinistra americana. Per capirlo, dobbiamo partire dalla sua storia.
Chi è Abdul El-Sayed
Abdul El-Sayed nasce nel 1984 in un sobborgo di Detroit, in Michigan, da una famiglia di origini egiziane. Suo padre è un immigrato egiziano, è arrivato negli Stati Uniti per proseguire i suoi studi universitari, mentre sua madre è un'infermiera in Missouri.
El-Sayed studia medicina all'Università del Michigan, completa gli studi alla Columbia University e all'Università di Oxford, dove ottiene un dottorato in salute pubblica grazie a una borsa di studio. Si specializza in epidemiologia ma alla fine non diventa medico.
La sua formazione medica però, sarà determinante nella sua carriera politica. Sì perché El-Sayed sceglie una strada differente. Prima lavora come professore alla Columbia poi, nel 2015, diventa direttore del Dipartimento di sanità pubblica di Detroit.
Il suo compito lì è ricostruire il dipartimento pubblico in una città che porta ancora i segni della crisi economica e della bancarotta municipale, arrivata nel 2013 dopo anni di declino.
El-Sayed è giovanissimo. Ha 30 anni. Ma ha già una visione politica chiara: la medicina da sola non basta, la salute è una responsabilità collettiva e in quanto tale anche politica.
Come direttore sanitario a Detroit si batte contro l’aumento delle emissioni di anidride carbonica da parte di una raffineria locale e si mobilita per diverse cause che riguardano direttamente la vita dei residenti: l’accesso alle cure, la sicurezza delle acque, la salute dei bambini.
Nella sua bio online racconta di aver avviato durante il suo mandato programmi per distribuire gratuitamente occhiali ai bambini che ne avevano bisogno e per rendere più accessibile il Narcan, il farmaco utilizzato per contrastare le overdose da oppioidi.
La prima candidatura e il ritorno
Nel 2017 lascia l'incarico per candidarsi alle primarie democratiche per la carica di governatore del Michigan, in vista delle elezioni del 2018. Racconterà di averlo fatto dopo quanto accaduto nella città di Flint, dove le falde acquifere sono state contaminate per diversi anni dai batteri del piombo e dalla Legionella.
È la prima vera occasione in cui El-Sayed prova a trasformare la sua esperienza e la sua visione della sanità pubblica in un programma elettorale. Durante la campagna rifiuta donazioni da parte delle grandi aziende, finanziandosi solamente con contributi individuali.
La sua campagna riceve il sostegno di Bernie Sanders e di Alexandria Ocasio-Cortez, che ha da pochi mesi vinto le primarie a New York e sta per essere eletta al Congresso, ma è già diventata uno dei volti più riconoscibili della nuova sinistra democratica.
El-Sayed però perde le primarie, sconfitto da Gretchen Whitmer, che poi vincerà le elezioni e diventerà governatrice dello Stato.
Nonostante la sconfitta non archivia la sua carriera politica. Continua a occuparsi di sanità pubblica e nel 2022 torna a ricoprire un incarico amministrativo, come direttore del Dipartimento della salute, dei servizi umani e dei veterani della contea di Wayne, la più popolosa del Michigan. Anche in questo caso porta avanti le sue battaglie contro l’inquinamento e per l’accesso alle cure e avvia un programma per cancellare parte dei debiti medici accumulati dai residenti della contea. L'obiettivo annunciato era arrivare fino a 700 milioni di dollari, attraverso un sistema di acquisto e cancellazione dei crediti sanitari.
Parallelamente, El-Sayed costruisce una presenza pubblica anche attraverso libri, articoli, interventi televisivi e un podcast, America Dissected, dedicato al rapporto tra salute e società. Scrive Medicare for All: A Citizen's Guide, in cui spiega come realizzare una copertura sanitaria universale e accessibile a tutti in America.
Nel 2025 lascia l'incarico nella contea per candidarsi alle elezioni di metà mandato per un posto al Senato contro il repubblicano Mike Rogers. La sua candidatura arriva in una fase complicata per il Partito democratico. Da quando Trump è tornato alla Casa Bianca due anni fa, i democratici hanno dovuto fare i conti con la sconfitta e con “una crisi di identità” sempre più evidente. Da una parte c’è l’establishment, rappresentato da figure come Hillary Clinton o Kamala Harris. Dall’altra c’è la sinistra progressista, quella dei socialisti democratici, capitanata da Bernie Sanders e di cui fanno parte Aoc e il sindaco di NY Zohran Mamdani.
Le posizioni di El-Sayed sono molto vicine a quest’ultima ala, sebbene lui non si definisca un socialista. La sua campagna si concentra sul costo della vita, sulla sanità, sui salari, sul potere delle grandi aziende e sulla necessità di sottrarre la politica all'influenza del denaro.
Il suo slogan, che ripete ad ogni evento pubblico o intervista, è: Money out of politics. Money in your pocket. Medicare for All. Ovvero: Soldi fuori dalla politica, soldi nel vostro portafoglio, sanità per tutti.
Alle primarie democratiche del Michigan ha battuto, con un margine molto ristretto, la deputata Haley Stevens, sostenuta da una parte importante dell'establishment del partito. Stevens non l’ha presa benissimo, diciamo così. Ha annunciato il suo sostegno alla corsa dell’avversario repubblicano Rogers, accusando El Sayed di diffondere odio.
La vittoria, seppur per un soffio, è stata un segnale della forza raggiunta dall'ala progressista, anche al di fuori dei collegi più liberal del Paese. Finora infatti, i candidati della sinistra dem hanno prevalso soprattutto in distretti già di per sé molto “di sinistra”, come ad esempio New York. Il Michigan invece, è uno Stato contendibile, dove candidati repubblicani e democratici si sono alternati negli anni. Vincere le primarie e accedere alla corsa per le elezioni di metà mandato è stata una prima dimostrazione nei confronti di una parte del Partito democratico che forse il centrismo non è più la strada da perseguire per vincere.
Il programma di El-Sayed
Il cuore del suo programma è il Medicare for All, cioè una riforma sanitaria che punta a estendere la copertura sanitaria federale già prevista per anziani e disabili (il Medicare appunto) e creare un sistema finanziato pubblicamente, che garantisca l'accesso alle cure mediche essenziali a tutti i cittadini.
Negli Stati Uniti la sanità è uno dei temi più divisivi. Per milioni di persone l'accesso alle cure dipende dall'assicurazione sanitaria. Le aziende assicurative stipulano contratti con determinati ospedali e medici, per cui al di fuori di quella rete, curarsi può essere molto complicato. I costi inoltre, possono diventare insostenibili anche per chi è assicurato.
Secondo uno studio riportato dall’Independent, circa il 92% degli americani ha rimandato o abbandonato le cure mediche a causa dei costi troppo elevati. Negli Usa il debito medico, cioè l’insieme dei debiti contratti per coprire spese legate all’assistenza sanitaria, è una delle principali cause di bancarotta personale. È un problema che coinvolge circa 1 americano su tre, per un totale complessivo di 220 miliardi di dollari di debito.
Insomma è un problema molto sentito e che El-Sayed, forte della sua esperienza diretta, ha messo al centro della sua campagna.
Ma non solo. El-Sayed parla anche di salari, casa, istruzione, ambiente e difesa dei lavoratori. Propone di tassare i patrimoni dei miliardari con un’imposta annuale attorno al 7-8%; di abolire l’Ice, l’agenzia federale che si occupa di immigrazione, responsabile di azioni violente e brutali da parte dei suoi agenti, e di modificare il sistema di finanziamento delle campagne elettorali, estromettendo grandi compagnie e gruppi di pressione.
La sua è una piattaforma che ha diversi punti di contatto con quella dei socialisti democratici. Eppure El-Sayed non si definisce un socialista democratico e ha più volte chiarito di avere una visione differente. Per lui il problema non è il capitalismo in sé, ma i monopoli e la concentrazione di potere che corrompono il sistema. In un’intervista recente ha spiegato: “Non mi serve essere socialista per dire che le grandi aziende non dovrebbero avere la possibilità di spennarci continuamente. Forse sono troppo ingenuo, ma credo che tutte queste cose non facciano di me un socialista ma una persona che vuole vedere il proprio governo a lavoro per le persone”. In sostanza, l’idea di El-Sayed è quella di un'economia di mercato sottoposta a delle regole, nella quale lo Stato abbia un ruolo più forte nel garantire servizi e diritti.
Ci sono poi alcuni temi sui quali El-Sayed ha assunto posizioni particolarmente nette, entrando in conflitto anche con una parte del Partito democratico. Uno fra tutte è la guerra a Gaza e il rapporto tra Stati Uniti e Israele. El-Sayed parla apertamente di genocidio, ha criticato duramente il governo di Benjamin Netanyahu, ha chiesto di interrompere gli aiuti militari di Washington a Israele e ha contestato il ruolo di AIPAC, una potente lobby filoisraeliana, nella campagna elettorale della sua avversaria alle primarie.
Una posizione di forte rottura rispetto al tradizionale sostegno americano a Israele e che ha creato scompiglio anche nel Partito democratico, all’interno del quale esistono diverse sensibilità.
Per questo El-Sayed è stato tacciato di antisemitismo e più volte gli è stato chiesto di condannare l’attacco del 7 ottobre o di chiarire eventuali legami con i Fratelli Musulmani, un’organizzazione islamista che l’amministrazione Usa ha classificato come organizzazione terroristica lo scorso gennaio.
Ogni volta che gli viene chiesta questa cosa, lui puntualmente risponde: “Perché me lo chiedete? Che cosa si vuole far intendere?” La questione infatti, è che El-Sayed è musulmano. La sua religione viene spesso utilizzata dagli avversari politici per delegittimarlo, per far sorgere sospetti sulla sua persona (ad esempio, appunto, di essere affiliato a organizzazioni terroristiche).
In un comizio Trump l’ha chiamato con il suo secondo nome "Mohamed”, definendolo uno jihadista radicale, o ancora “Abdul Ramadan” per schernirlo.
Accuse e insinuazioni a cui lui ha messo a tacere, riadattando una celebre citazione di JFK: “Non mi candido per diventare un senatore musulmano, mi candido al Senato degli Stati Uniti e per combinazione, sono anche musulmano”.
Anche le sue apparizioni pubbliche accanto allo streamer Hasan Piker, finito al centro delle polemiche per aver dichiarato che gli Usa “si sono meritati l’11 settembre”, hanno alimentato dubbi e critiche.
In particolare, recentemente, El-Sayed si è scusato per alcune sue frasi sull’attentato terroristico contro la sinagoga a Detroit dello scorso marzo. Subito dopo l’attacco lui aveva dichiarato “hurt people hurt people” cioè persone ferite feriscono altre persone, a evidenziare il ciclo di violenze nel contesto del conflitto israelo palestinese. Poco fa è tornato sulla questione spiegando che non fosse sua intenzione giustificare l'aggressione.
Al di là di tutto, è evidente che la sua fede venga strumentalizzata e utilizzata come arma contro di lui, in un momento in cui la società americana è fortemente polarizzata.
Perché è un problema per Trump e i repubblicani
Gli attacchi dei repubblicani si concentrano molto su questo, forse anche per il timore che El-Sayed riesca a fare breccia su quella parte di elettori delusi dal trumpismo. Trump ha costruito parte del proprio consenso promettendo che avrebbe migliorato le condizioni economiche delle persone comuni. Così non è stato, anzi le cose sono peggiorate. Soprattutto in Michigan, un Stato industriale, considerato la patria dell’industria automobilistica americana, i temi legati al lavoro e al costo della vita sono molto sentiti.
El-Sayed ha lavorato dentro le istituzioni, ha diretto dipartimenti pubblici e ha sperimentato direttamente i limiti dell'amministrazione. Questo gli permette di presentare la sua proposta con una certa credibilità. Non è un caso che lo United Auto Workers, uno dei più grandi sindacati del Nord America, ha sostenuto pubblicamente la sua corsa.
Nei dibattiti con il candidato repubblicano Mike Rogers, si è mostrato combattivo ed efficace dal punto di vista comunicativo. Quando Rogers ha cercato di screditarlo sul piano personale, arrivando a mettere in dubbio persino il suo curriculum, El-Sayed ha provato a riportare il confronto sui problemi concreti: quanto costano la benzina e la spesa, quanto è difficile permettersi le cure e di chi sono le responsabilità di tutto questo, ovvero Trump e la guerra in Iran.
Il suo percorso non è altro che l’ennesimo segnale di una trasformazione da tempo in atto nella politica statunitense. In questi mesi El-Sayed è già diventato uno delle figure simbolo di quella sinistra americana che vuole tornare a parlare di lavoro, sanità, disuguaglianze e potere economico. Una sinistra che si è stufata di limitarsi a contrastare Trump senza essere in grado di offrire un’alternativa.
La questione, in fondo, è la stessa di cui si discute quando si parla di Aoc o Mamdani: cioè il dilemma che attraversa il Partito democratico, diviso tra chi vorrebbe spostarsi verso il centro, e chi sostiene la necessità di costruire una proposta più radicale, capace di mobilitare chi non si sente più rappresentato. Ma soprattutto, in grado di parlare davvero al cuore e ai problemi delle persone.