“Arrestate con la scusa del burqa e violentate in cella”: attivista racconta l’inferno delle donne in Afghanistan

Goli Azad ha 26 anni, tutto quello che ricorda della sua infanzia e della sua adolescenza non esiste più. È cresciuta tra le vie di Herat nei vent'anni di occupazione statunitense in Afghanistan. “Prima del 2021 la vita era normalissima. Potevamo andare ovunque, fare tutto, indossare quello che volevamo. Io facevo la pittrice e potevo dipingere persino donne nude”, racconta al telefono la giovane donna.
Pittrice di corpi femminili, è fuggita nel 2023 perché, racconta: “Volevo studiare e in Afghanistan alle donne non è più consentito andare a scuola o all’università”.
Una famiglia dilaniata dal ritorno al potere dei talebani: il padre in esilio, un ex generale fuggito e costretto a nascondersi per salvarsi la vita perché bersaglio del regime; la sorella maggiore fuggita in Iran dopo essere stata arrestata in Afghanistan per il solo fatto di aver parlato di lavoro con un ragazzo che non era né il padre né il marito; Goli in Italia, mentre la sorella più piccola, di 22 anni, vive ancora a Herat con la madre.
Ed è lei ad aggiornare quotidianamente la sorella: “Non abbiamo più alcun diritto. Stanno arrestando le ragazze in città senza alcun senso, le obbligano a coprirsi integralmente. Hanno arrestato ragazze solo con la scusa del ‘non sei completamente coperta', anche se indossavano l'hijab, perché ora ti obbligano a indossare il burqa, quella sorta di tenda che copre totalmente il viso e le mani. E inoltre, non possiamo più uscire per strada senza essere accompagnate da un uomo della famiglia. Se sei sposata devi uscire con tuo marito, ma se sei single, con un fratello o con il padre”.
Tra il 6 e il 7 giugno, la polizia morale ha arrestato oltre 30 donne a Herat con l'accusa di aver violato il nuovo, draconiano codice di abbigliamento. Pochi giorni prima, il Ministero dei Talebani per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio a Herat aveva avvertito che le donne che che fossero apparse in pubblico senza rispettare il codice di abbigliamento, anche solo mostrando il viso o truccandosi, sarebbero state arrestate e mandate in prigione.
La risposta della società civile non si è fatta attendere e il 9 giugno decine di persone si sono riunite in un quartiere a maggioranza hazara di Herat, intonando slogan come "Istruzione, lavoro e libertà", rivendicando diritti fondamentali per le donne. Ma la repressione è stata feroce: i Talebani hanno risposto sparando sulla folla e picchiando le manifestanti.
"Molte donne insieme ad alcuni ragazzi hanno iniziato a protestare. Subito dopo i Talebani hanno iniziato a sparare contro tutti uccidendo anche un bambino. Venerdì scorso era stata indetta una grande manifestazione ma i Talebani hanno portato ancora più esercito e hanno assediato tutta la città. Come mi ha detto mia sorella, in ogni strada c'era un Ranger pieno di Talebani fermi lì. Se qualcuno fosse uscito, avrebbero sparato. Per venerdì la gente aveva chiamato a manifestare ma di fatto nessuno è potuto uscire, nessuno, perché ovunque era pieno di Talebani armati”, racconta Goli.
I report delle Nazioni Unite parlano di almeno due vittime accertate, tra cui un minore, uccisi il 9 giugno durante la prima protesta. Oggi, i residenti descrivono un'atmosfera di puro terrore. I talebani conducono irruzioni porta a porta per identificare chi ha partecipato alle proteste tramite i video diffusi online, istituendo posti di blocco in tutta la città e perquisendo i telefoni dei cittadini.
“Una mia amica mi ha mandato un messaggio dicendo che i Talebani affermano che se indossi il burqa puoi andare ovunque, ma hanno arrestato anche chi lo indossava. Stanno semplicemente arrestando ragazze in città senza alcun senso. Penso che vogliano "ripulire" le città dalle donne, è così”, ripete ancora Goli.
Negli ultimi giorni, le proteste e la conseguente violenza da parte dei Talebani si sono estese ad altre città, tra cui Kabul, Mazar e Dasht-e-Barchi. In un video ripreso da alcune telecamere di sicurezza tra le strade di Kabul si vede un suv investire un gruppo di donne che stanno camminando per strada. “Le proteste e la conseguente repressione riguardano diverse città dell’Afghanistan, ma sono iniziate ad Herat perché le ragazze di Herat sono da sempre più propense a lottare rispetto a quelle di altre città”, spiega Goli.
Non si ha un numero certo delle donne arrestate dal 9 giugno, quel che è certo è che chi esce dal carcere racconta condizioni di detenzione terribili. “Penso che ad Herat siano più di 50 le ragazze ancora in stato di arresto – continua Goli – so però che le famiglie stanno pagando un sacco di soldi ai talebani per farle uscire. Durante la prima manifestazione era stata arrestata una di queste ragazze, la cui famiglia ha dato molti soldi ai Talebani per farla rilasciare, ma appena è stata liberata si è suicidata. Le avevano fatto cose terribili, da quanto ha detto l’hanno violentata e non ce l'ha fatta a sopportarlo”.
Dal loro ritorno al potere nel 2021, i Talebani hanno emanato oltre 100 decreti che escludono le donne dall'istruzione, dall'assistenza sanitaria, dalla maggior parte delle occupazioni e dalla libertà di movimento.
Organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International parlano di apartheid di genere, che però non è ancora riconosciuto come crimine dal diritto internazionale.
“Ora le ragazze non possono andare all'università; fino a qualche mese fa potevano frequentare corsi di inglese o di altre lingue, ma ora non possono fare nemmeno quello. Non hanno alcun diritto su cosa indossare, dove andare o cosa fare. Alcune ragazze che conosco erano attive sui social media: le hanno trovate, hanno detto loro di non pubblicare nulla e hanno cancellato le loro pagine. Mi hanno mandato messaggi privati chiedendomi: ‘Per favore, parla di noi’”, ripete Goli con voce tremante.
Intanto poco meno di un mese fa la Commissione europea ha invitato i rappresentanti talebani a Bruxelles per colloqui tecnici sui rimpatri dei migranti afghani. L'iniziativa, fa seguito a un incontro preliminare a Kabul, con l'obiettivo di gestire le espulsioni di persone che “non hanno il diritto di restare nell’Unione europea” e che rappresentano “una minaccia per la sicurezza”.
Subordinare i rimpatri a fogli di via accettati da Kabul significa, di fatto, riconoscere la validità giuridica degli atti dell’Emirato Islamico. Ai funzionari talebani non sono ancora stati concessi i visti per recarsi in Belgio e non è stata fissata una data per l'incontro. Eppure l’invito mette già nero su bianco la disponibilità europea a legittimare il regime talebano in cambio della fattibilità dei rimpatri.
“Vent'anni fa, quando arrivarono, iniziarono fin da subito a togliere tutto alla gente”, conclude Goli, “ma ora che sono tornati da cinque anni, procedono un passo alla volta: prima hanno chiuso scuole e università, poi i corsi di lingue. E adesso fanno un altro passo: arrestano le ragazze con la scusa del burqa e le violentano. È come se stessero cercando di normalizzare il loro regime agli occhi del mondo; ogni tanto fanno qualcosa che crea un po' di clamore sui social, e poi non fanno più nulla per un po', c'è silenzio ovunque e il mondo non reagisce. Se ora l'Unione Europea invita i Talebani, è come se stesse accettando questa violenza contro le donne”.