Afghanistan: i talebani sparano sulla protesta delle donne contro l’hijab a Herat, due morti

Le strade di Herat sono diventate il teatro di una violenta e sanguinosa repressione da parte del regime dei Talebani, in un Afghanistan dove il dissenso è sempre più un'eccezione pericolosa: qui, nella città in cui a lungo è stato presente un contingente militare italiano, una manifestazione di protesta si è trasformata in tragedia quando le forze dell'ordine del regime hanno aperto il fuoco sulla folla per disperdere i dimostranti. Il bilancio è drammatico: secondo fonti mediche e analisti indipendenti delle Nazioni Unite, almeno due persone – tra cui un ragazzo – sono rimaste uccise, mentre i feriti superano la ventina.
La scintilla che ha fatto esplodere la rabbia popolare è stata l'avvio di una nuova e massiccia ondata di arresti arbitrari ai danni delle donne, accusate dalle autorità locali di indossare l'hijab in modo "inappropriato" o di violare i decreti che impongono l'uso del burqa e vietano persino il profumo. Sfidando la repressione, sia uomini che donne sono scesi in piazza al grido di "istruzione, lavoro, libertà". La risposta della polizia locale non si è fatta attendere ed è stata particolarmente violenta. Testimoni e fotografi sul posto hanno descritto scene di panico, con gli agenti che bersagliavano la folla di manifestanti con armi da fuoco, bastoni e fruste.
Questa brutale reazione si inserisce in una strategia di cancellazione dei diritti delle donne, avviata fin dal ritorno al potere dei talebani nell'agosto del 2021. Da allora, le restrizioni alla libertà di movimento, all'istruzione e all'occupazione sono cresciute in modo netto. Oltre al trauma fisico delle percosse e delle detenzioni, le donne afghane devono fare i conti con l'enorme stigma sociale che – come ha dichiarato Georgette Gagnon, Vice Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite a capo della missione ONU in Afghanistan, UNAMA – la carcerazione comporta nel Paese, un isolamento che spesso le espone a ulteriori violenze domestiche e comunitarie una volta tornate in libertà. N
A confermare la gravità della situazione e il clima di intimidazione è giunta anche la denuncia di Medici Senza Frontiere (MSF), indignata per il fermo di una propria operatrice sanitaria. La donna è stata bloccata dai rappresentanti del famigerato ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio mentre si recava al lavoro nel reparto pediatrico dell'ospedale regionale di Herat. Accusata di non aver rispettato il codice di abbigliamento, l'operatrice è stata trattenuta per due giorni e rilasciata solo dopo che la sua famiglia è stata costretta a firmare un impegno scritto sul rispetto futuro delle norme sul codice di abbigliamento.
L'organizzazione medico-umanitaria ha evidenziato come questo non sia affatto un caso isolato, avvertendo che l'obbligo del burqa e della scorta maschile (mahram) sta minando l'accesso ai servizi medici essenziali. Poiché le donne rappresentano il 45% del personale infermieristico di MSF e oltre la metà nei progetti di maternità, queste restrizioni colpiscono in modo sproporzionato la salute di madri e bambini, i quali dipendono strettamente dal personale medico femminile per ricevere cure sicure.